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O Cameron va, o la spacca

Londra formula le richieste per il negoziato con l’Ue al fine di evitare la Brexit. Inizia la ricerca di alleati (va forte l’Italia), ma nel Regno Unito prevale lo scetticismo: “Cameron otterrà tutto perché non ha chiesto niente”

11 Novembre 2015 alle 06:27

O Cameron va, o la spacca

Il premier britannico David Cameron parla alla Chatam House di Londra (foto LaPresse)

Milano. Le richieste del Regno Unito all’Europa sono infine arrivate, con un discorso del premier britannico, David Cameron, e una (quasi) contestuale lettera al presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk (nel discorso, il premier ha impiegato 30 minuti buoni prima di formulare le richieste formali). Saremo pragmatici e non emotivi, ha detto Cameron, prima di elencare i temi su cui verte il negoziato con l’Unione europea, premessa a ogni rapporto futuro della Gran Bretagna con il resto del continente. La posizione del governo di Londra è chiara: dobbiamo rivedere i rapporti con Bruxelles, dopo di che faremo una campagna “con tutto il cuore e tutta l’anima” perché al referendum sulla permanenza del Regno nell’Ue – previsto entro il 2017, ma pare che si terrà già il prossimo anno – gli inglesi dicano un sonoro “sì”. I punti della discussione – “ragionevoli”, ha insistito Cameron – sono quattro, e non sono una novità, dal momento che i negoziati a livello tecnico sono già in corso: “Proteggere il mercato unico per il Regno Unito e per i paesi fuori dalla zona euro”; “iscrivere la competitività nel Dna di tutta l’Unione europea”; escludere il regno Unito dall’idea di “un’unione sempre più stretta” rafforzando i Parlamenti nazionali; ridurre l’accesso al welfare ai lavoratori immigrati, e qui la richiesta è piuttosto forte – bisogna lavorare quattro anni nel Regno prima di poter avere accesso ai benefit – e costituisce una discriminazione nei confronti degli altri cittadini europei, c’è già stata una mezza rivolta a Bruxelles (alcune fonti del Foglio dicono che nel negoziato tecnico in corso questi quattro anni sarebbero già stati ridotti a sei mesi, si procede verso il compromesso).

 

Svelando le sue carte, Cameron ha prima di tutto cercato di convincere il resto dell’Europa che le riforme richieste, il fatto che l’Ue assomigli più al Regno Unito e non il contrario, finiranno per dare un beneficio all’intera unione e questo, dice al Foglio Vincenzo Scarpetta di Open Europe, “è il tono giusto da tenere, soprattutto per parlare a quei paesi, come la Francia, che tendono sempre a pensare che a Londra sia riservato un trattamento di favore”. Se il clima a Bruxelles è generalmente positivo – nessuno ha interesse a portare avanti quella che è stata definita “la più grande causa di divorzio dell’Ue” – Scarpetta dice che Cameron ha però proposto un ripensamento della struttura dell’Europa: “Se si introducono meccanismi a protezione degli interessi dei nove paesi che sono fuori dall’euro, si cambia un sistema che ora funziona in relazione alla predominanza della zona euro”. Se non si va verso l’integrazione, insomma, si cambia l’essenza stessa dell’Ue. Si dovranno allora cambiare i trattati, cosa che tutti escludono preventivamente con terrore? Per ora prevale la cautela: ce la si può cavare con protocolli aggiuntivi. Per ottenere quello che chiede, Cameron avrà bisogno dell’aiuto degli altri paesi e Scarpetta sottolinea che “il governo italiano vuole giocare il ruolo del grande alleato di Londra, anche per non doversi poi ritrovare nella morsa di Francia e Germania”. Se l’Italia ha interesse affinché il governo britannico ottenga un accordo solido e sostanzioso, ci sono alcune riserve relative soprattutto a quella crisi dei migranti che sta facendo tremare di nuovo l’Ue: “L’atteggiamento riluttante di Londra sull’accoglienza – dice Scarpetta – potrebbe raffreddare il governo Renzi”.

 

[**Video_box_2**]Se a Bruxelles, nonostante qualche reazione infastidita, il clima è conciliante, a Londra prevale lo scetticismo. Sullo Spectator, Daniel Hannan ha dato voce allo spirito più di moda in queste settimane in Gran Bretagna: “Cameron otterrà tutto perché di fatto non ha chiesto niente”. Si sa che i vocianti e attivissimi sostenitori dell’uscita del Regno Unito dall’Ue sono incontentabili, soprattutto tra i Tory, ogni richiesta di Cameron non sarà mai sufficiente. Al premier ora spetta il compito di negoziare un accordo sostanzioso, di rivenderlo a casa per poi sperare che il suo cuore e la sua anima bastino agli inglesi per non voler avviare la causa di divorzio.

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