Un leader dell’altro mondo

L’ex primo ministro australiano Abbott è un liberal-conservatore non patinato. S’ispira alla Thatcher per scuotere gli europei su mercato, immigrazione e islam

2 Novembre 2015 alle 17:25

Un leader dell’altro mondo

Tony Abbott è stato Primo ministro dell'Australia dal 18 settembre 2013 al 15 settembre 2015

Sono onorato, e al tempo stesso intimidito, nel pronunciare questo discorso in memoria di Margaret Thatcher, che ha dato nuovo significato al “grande” in Gran Bretagna e la cui leadership è divenuta il massimo standard al quale, successivamente, così tanti hanno aspirato.

 

Lei fu, certo, il primo ministro dal mandato più lungo dai tempi di Walpole; ma fece molto di più che vincere elezioni. Non era, nel modo più assoluto, una conservatrice che voleva semplicemente “badare al negozio”. Non reagiva agli eventi, li plasmava, e nel fare questo cambiò la Gran Bretagna e il mondo intero. E’ vero che il mondo che lei ha aiutato a creare – un mondo di prosperità crescente, guidato dal libero mercato, un mondo di tensioni internazionali decrescenti sotto la guida benigna dell’America, un mondo di crescente pluralismo politico ispirato al collasso del comunismo – quel mondo sembra oggi un sogno sbiadito, ma noi, i suoi ammiratori, siamo qui per migliorare le cose, non per lamentarcene.

 

Ovviamente, la sconfitta del governo di Stephen Harper in Canada è stato un duro colpo, ma egli ha migliorato il proprio paese e ha dimostrato che i conservatori possono vincere le elezioni non una, ma tre volte consecutive. Nel pubblico qui oggi qualcuno potrebbe essere deluso dal fatto che il mio stesso mandato di primo ministro in Australia sia durato soltanto due anni dopo la rimozione dei Laburisti dal governo, ma come Lord Melbourne avrebbe detto una volta, “essere il primo ministro della Regina (anche solo) per tre mesi è una cosa di tutto rispetto”.

 

I recenti sviluppi politici, sullo sfondo della vittoria decisiva del governo Cameron, aiutato da Lynton Crosby, e della terza vittoria consecutiva di John Key in Nuova Zelanda, più che essere l’eclissi del conservatorismo, rappresentano piuttosto gli alti e bassi della politica. La lezione da trarre dalla vita di Margaret Thatcher è che i leader forti possono fare la differenza; ciò che è impossibile oggi potrebbe essere inevitabile domani e l’ottimismo è sempre giustificato, quando la brava gente è pronta “a provarci”, come diciamo in Australia.

 

Ero uno studente a Oxford al tempo della guerra delle Falkland. Ricordo lo shock che provarono i britannici di fronte all’invasione argentina e la loro viscerale determinazione a contrastarla. Ricordo l’emozione suscitata dall’ammonizione di Enoch Powell in Parlamento, secondo il quale la tempra della Lady di ferro sarebbe presto stata giudicata in base alla sua reazione, ma sentivo che lei non ci avrebbe deluso. E ora so, grazie alla splendida biografia di Charles Moore, che tale reazione avrebbe potuto facilmente consistere in una serie di appelli impotenti e preoccupati alle Nazioni Unite, se la Thatcher non avesse agito prontamente secondo il piano militare a lei sottoposto da un ufficiale di rango relativamente basso. Quella era l’essenza della sua grandezza: per le cose che contavano, si rifiutava di credere che non ci fosse niente da fare e lavorava senza sosta per sistemare le cose. Lei credeva nella Gran Bretagna: nella sua storia, nelle sue istituzioni e nei suoi valori e, agendo sulla base dei propri princìpi, ha aiutato anche altri a credervi.

 

Si rifiutava di accettare l’opinione diffusa nel Dopoguerra sul fatto che i giorni d’oro della Gran Bretagna fossero ormai passati. Rifiutava d’istinto gli approcci all’economia e alla società secondo i quali “il governo ha sempre ragione”. Ed era convinta che il mondo sarebbe divenuto più prospero se la Gran Bretagna fosse stata una nazione con un importante ruolo globale, invece che una semplice provincia negli Stati Uniti d’Europa. La Thatcher ha ereditato una Gran Bretagna in rapido declino economico e strategico, e l’ha lasciata invece che era una delle economie più dinamiche d’Europa, oltre che il principale alleato globale degli Stati Uniti. Nei missili sovietici puntati sull’Europa, lei non vedeva una distruzione nucleare da evitare a tutti costi, ma un impero del male al quale bisognava dimostrare che l’aggressione non paga. Riguardo le Falkland, non vi vedeva un reclamo dell’Argentina da negoziare, piuttosto una mostruosa violazione della sovranità della Gran Bretagna. Nelle case popolari non vedeva un servizio pubblico, ma una risorsa trascurata che sarebbe stata curata meglio da occupanti/proprietari fieri delle proprie abitazioni. Secondo lei i sindacati non proteggevano i lavoratori, ma spingevano i loro datori di lavoro alla bancarotta. Non vedeva le aziende statali come “campioni nazionali”, ma piuttosto come un fardello senza fine sui contribuenti. Dimostrava una dimensione morale e una chiarezza intellettuale che la resero un’eroina per i liberal-conservatori di tutto il mondo, piuttosto che semplicemente un altro politico di successo. Per la Thatcher, il mandato da primo ministro non era un semplice titolo, lo scopo era ottenere risultati. L’obiettivo non era raggiungere il consenso, ma fare la cosa giusta.

 

In genere è alquanto arrogante invocare i “gloriosi caduti” per sostenere la politica odierna, tuttavia il vostro invito a tenere questo discorso suggerisce che c’è stato almeno un pizzico di Thatcher nel mio governo in Australia: la volontà di fermare il flusso di imbarcazioni con immigrati illegali, perché una nazione che non controlla le proprie frontiere è una nazione che inizia a perdere il controllo di se stessa; l’abrogazione della tassa sulle emissioni inquinanti, che era socialismo mascherato da ambientalismo; il risanamento del bilancio pubblico, affinché entro 5 anni il governo australiano potesse di nuovo “vivere entro le proprie possibilità”; gli accordi di libero scambio con i nostri mercati principali, per aumentare la competitività e renderla più equa; la Commissione Reale per indagare i vertici sindacali corrotti; un’alleanza ancor più forte con gli Stati Uniti e la prontezza a sfidare la Russia riguardo l’abbattimento di un aereo di linea civile.

 

Tuttavia, come tutte le persone motivate, Margaret Thatcher era più interessata al problema successivo che a quello precedente. Oggi onoriamo al meglio la sua vita e la sua eredità, applicando la stessa tenacia ai problemi del nostro tempo, come lei l’applicò ai problemi del suo tempo.

 

La democrazia parlamentare e lo stato di diritto; “la libertà che aumenta lentamente, da un precedente all’altro”; la nozione che la civiltà è un patto di fiducia tra coloro che sono in vita, i defunti e coloro che devono ancora nascere: questa era l’eredità che lei fu chiamata a preservare e rafforzare. Se fosse ancora con noi oggi, la sua attenzione sarebbe rivolta alle problematiche più rilevanti: gestire gli spostamenti di popolazione che oggi stanno colpendo l’Europa, fenomeni che cambiano le nazioni e le culture; vincere la guerra in Siria e Iraq che fomenta questi fenomeni; far valere la civiltà occidentale contro la sfida dell’islam militante.

 

Naturalmente, la sicurezza e la prosperità che esistono quasi esclusivamente nei paesi occidentali sono un’attrazione irresistibile. Queste benedizioni non sono incidenti della storia, ma il prodotto di valori dolorosamente individuati e raffinati e di prassi attentamente coltivate e rinforzate nei secoli.

 

Implicitamente o esplicitamente, l’imperativo ad “amare il prossimo come noi stessi” è al centro di tutti i sistemi di governo occidentali. Questo imperativo si riflette nelle leggi che proteggono i lavoratori, nei forti ammortizzatori sociali e nella disponibilità ad accogliere i rifugiati. E’ ciò che ci rende paesi rispettabili e umani, oltre che prosperi; tuttavia, oggigiorno, questo sano istinto sta conducendo gran parte dell’Europa verso un errore catastrofico. Tutti i paesi che professano il principio per cui “chiunque arriva qui può restare” sono adesso in pericolo, vista la portata dei movimenti di popolazione che iniziamo a osservare. Ci sono decine, forse centinaia, di milioni di persone che vivono nella povertà e nel pericolo e che potrebbero volentieri cercare di entrare in un paese occidentale, appena se ne presenti l’occasione. Chi può biasimarli? Tuttavia nessun paese o continente può aprire le proprie frontiere a tutti gli arrivati senza fondamentalmente indebolirsi. Questo è il rischio che stanno correndo ora i paesi europei a causa di un illusorio altruismo.

 

In scala minore, l’Australia ha affrontato la stessa difficoltà e l’ha superata. La prima ondata di arrivi illegali ha raggiunto le 4.000 unità all’anno nel 2001, prima che il governo Howard fermasse le prime imbarcazioni: attraverso le procedure di identificazione dei richiedenti asilo quando ancora al largo; attraverso il rifiuto di fornire permessi di soggiorno permanenti e, in una manciata di casi, respingendo le imbarcazioni verso l’Indonesia. La seconda ondata di boat people contava quasi 50.000 arrivi all’anno, e aumentava rapidamente, fino al luglio 2013, quando il governo laburista di Kevin Rudd ritirò tardivamente la propria opposizione alle procedure di identificazione dei richiedenti asilo effettuate fuori dal territorio australiano e il mio governo ha iniziato a respingere le barche, utilizzando anche delle navi di soccorso arancioni, quando gli scafisti affondavano intenzionalmente le proprie imbarcazioni.

 

Sono ormai passati 18 mesi da quando anche una sola barca illegale è arrivata fino in Australia. I centri di detenzione sono stati quasi tutti chiusi; i costi di bilancio, che arrivavano a quasi 4 miliardi di dollari, sono finiti e, meglio di tutto, non vi sono più morti in mare. Ecco perché fermare le barche e ristabilire la sicurezza delle frontiere è l’unica cosa veramente compassionevole da fare. Siccome l’Australia ha di nuovo frontiere sicure e poiché è il governo australiano a decidere le quote di accoglienza, e non i trafficanti di persone, c’è stato, proprio il mese scorso, un grande sostegno all’iniziativa del mio governo di accogliere 12.000 membri di minoranze perseguitate nel conflitto siriano; considerato pro capite, si tratta del più grande contributo al reinsediamento che qualsiasi paese abbia mai dato.

 

Ora, come primo ministro ero restìo a dare consigli in pubblico ad altri paesi, le cui situazioni sono diverse, tuttavia, siccome il traffico di esseri umani è un problema globale, e visto che l’Australia è l’unico paese ad averlo sconfitto con successo, per ben due volte, sotto governi conservatori, la nostra esperienza dovrebbe essere analizzata. In Europa, come in Australia, i richiedenti asilo hanno inevitabilmente attraversato non una frontiera, ma molte; quindi non sono più in fuga per paura, ma stanno contrattando con i trafficanti per speranza. Nonostante la disperazione, quasi per definizione, sono migranti economici, perché già sfuggiti alla persecuzione quando hanno deciso di spostarsi nuovamente. Il nostro obbligo morale è di accogliere persone che fuggono perché in pericolo di vita. Non fornire una residenza permanente a tutti quelli che preferirebbero vivere in un prospero paese occidentale piuttosto che nel proprio. Ecco perché i paesi europei, anche se obbligati ad aiutare i paesi limitrofi al conflitto siriano, hanno certamente il diritto di controllare le proprie frontiere contro coloro che non stanno più fuggendo da un conflitto, ma sono in cerca di una vita migliore.

 

Per le persone che arrivano via mare, questo significa respingere le barche. Significa rifiutare l’accesso alla frontiera alle persone che non hanno alcun diritto legale a entrare e significa istituire dei campi per le persone che al momento non hanno alcun altro luogo dove andare.

 

Tutto questo necessita di forza; necessita di ingenti spese e gestione logistica; attanaglierà le nostre coscienze, eppure è l’unico modo per evitare che un’ondata di esseri umani si riversi in Europa, probabilmente cambiandola per sempre.
Stiamo riscoprendo nel modo più duro che la giustizia ammorbidita dalla pietà è un ideale pericoloso, perché troppa pietà per alcuni indebolisce necessariamente la giustizia per tutti.

 

L’esperienza australiana dimostra che l’unico modo per dissuadere le persone dal venire da lontano è non farle entrare. Cooperare con altri paesi e con le agenzie internazionali è importante, ma l’unico modo per fermare le persone che cercano di entrare è di negargli fermamente e inequivocabilmente l’accesso, e ciò deriva dal dovere morale di proteggere il popolo del proprio paese e di sradicare il traffico di esseri umani. Quindi è positivo che l’Europa abbia dispiegato navi militari per intercettare le barche dei trafficanti nel Mediterraneo, ma finché faranno salire a bordo dei passeggeri, invece di respingere le barche e farle tornare indietro, agiscono da facilitatori e non da deterrente.

 

Alcuni anni fa, prima che il conflitto siriano si inasprisse, si estendesse all’Iraq e si metastatizzasse negli spazi non governati di Libia, Yemen, Nigeria e Afghanistan, io sono finito nei guai per aver esortato alla cautela in una guerra di “cattivi contro cattivi”. Ora che circa 250 mila persone sono state uccise, 7 milioni sono sfollati interni e 4 milioni sono indigenti appena fuori dai confini dell’Europa e pensano di spostarvisi, il conflitto siriano è troppo esteso e ha troppe ramificazioni per non essere un problema di tutti. L’ascesa dello Stato islamico l’ha trasformato in una lotta tra “male e peggio”. Il regime di Assad, la cui brutalità è la principale causa di arruolamento locale tra le fila del culto della morte dello Stato islamico, e il Califfato, che vuole esportare la propria versione apocalittica dell’islam in tutto il mondo.

 

Vista la portata degli orrori che stanno avvenendo in Siria, Iraq e ovunque si affermi lo Stato islamico – le decapitazioni, le crocifissioni, le esecuzioni di massa, lo scagliare da alti edifici, la schiavitù sessuale – e il suo perverso fascino in tutto il mondo, è impressionante quanto poco sia stato fatto per risolvere il problema alla fonte.

 

[**Video_box_2**]Gli Stati Uniti e i loro alleati, incluse la Gran Bretagna e l’Australia, hanno lanciato attacchi aerei contro questo aspirante impero del terrore, hanno aiutato a contenere la sua avanzata in Iraq, ma non lo hanno sconfitto, perché non si può sconfiggerlo senza dispiegare sul posto forze locali più efficaci. In una parte del mondo che è un calderone di pericoli e complessità, e dove niente ha mai un lieto fine, dovrebbe essere rifiutato un mero inasprimento della campagna aerea, magari con forze speciali occidentali sul posto nel ruolo di addestratori. Infatti, come Margaret Thatcher aveva chiaramente capito riguardo le Falkland, coloro che non usano la forza ove necessario, finiscono per essere comandati da chi non ha esitato. Certamente nessun genitore americano o britannico o australiano dovrebbe soffrire un lutto in una guerra lontana, ma qual è l’alternativa? Lasciare qualsiasi luogo, anche la Siria, in mano alla collettiva determinazione di Russia, Iran e Stato islamico, dovrebbe essere troppo orribile per essere anche solo contemplato.

 

Ecco perché è un peccato che il recente summit dei leader dell’Onu sia stato dedicato alla lotta contro l’estremismo violento, riguardo il quale tutti sono d’accordo che vi è bisogno di lavorare con le comunità musulmane, invece di concentrarsi su azioni più efficaci contro il Califfato, che ne è oggi la maggiore fonte di ispirazione.

 

Sicuramente la sfida dell’islam militante necessita di più che una soluzione militare, ma la gente deve essere protetta contro un potenziale genocidio. Certo non è con gli arresti che si raggiunge l’armonia sociale, tuttavia il terrorismo interno richiede una risposta decisa in termini di sicurezza. Sappiamo che la maggior parte dei musulmani non sostiene il terrorismo, ma molti pensano che la morte dovrebbe essere la punizione per l’apostasia. E’ pur vero che il vero significato dell’islam è una problematica che spetta ai musulmani risolvere, ma tutti hanno il dovere di sostenere e proteggere quei musulmani rispettabili e umani che accettano la diversità culturale.

 

Se guardiamo al mondo d’oggi, sono passati molti anni da quando i problemi sembravano così complessi e le soluzioni così oscure. Eppure, più i tempi sono difficili e maggiori sono i rischi, e i problemi non possono essere accantonati perché complessi. Oggi più che mai i paesi occidentali necessitano della fiducia in se stessi per difendere se stessi e i buoni costumi universali dell’umanità, altrimenti il mondo peggiorerà velocemente.

 

Come i paesi europei, l’Australia fatica a comprendere il terrorismo locale che lo Stato islamico ha ispirato. Come voi, anche noi stiamo tentando di contenere lo Stato islamico dal cielo, in attesa che emerga una strategia siriana. Ma, al contrario di voi, abbiamo almeno risolto uno dei perversi problemi che affliggono l’Europa oggi: abbiamo reso le nostre frontiere sicure.
Tutti noi, quindi, dobbiamo ponderare l’esempio di Margaret Thatcher mentre aspettiamo di vedere a chi potrebbe passare il suo testimone. Buoni valori, chiara analisi e un piano attuabile, ai nostri giorni come ai suoi, sono le caratteristiche essenziali della forte leadership di cui il mondo ha bisogno.

 

Trascrizione del discorso dell’ex primo ministro australiano, Tony Abbott, alla Seconda Conferenza annuale su Margaret Thatcher, tenutasi a Londra il 27 ottobre.
Traduzione a cura di Chiara Salce

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