La nuova vita di Ahmet Davutoglu, premier turco

Così il primo ministro e il presidente Erdogan hanno vinto le elezioni. Il primo passo sarà la riforma costituzionale

2 Novembre 2015 alle 17:30

La nuova vita di Ahmet Davutoglu, premier turco

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e il premier Ahmet Davutoglu (foto LaPresse)

Milano. Quando la vittoria dell’Akp alle elezioni turche di domenica si è delineata, il premier Ahmet Davutoglu ha tuittato: “Elhamdülillah…”, sia reso grazie a Dio, la scommessa è stata vinta, il partito di governo ha conquistato il 49,4 per cento dei voti, ora “stiamo uniti, comportiamoci come fratelli, siamo tutti turchi insieme”, come ha detto lunedì mattina il presidente, Recep Tayyip Erdogan. Per Davutoglu, che in questa campagna elettorale ha smesso i panni dell’ideologo distaccato e beneducato e ha tenuto comizi accalorati (il suo volto era su tutti i manifesti sparsi per le città), questa conferma è prima di tutto una garanzia per il futuro.

 

Perché dopo il risultato mediocre alle elezioni di giugno, e il convulso negoziato politico con i partiti dell’opposizione in Parlamento, il premier era sembrato invero debole: non più di qualche settimana fa si favoleggiava di una sua imminente defenestrazione, si raccontava che parecchi membri dell’Akp avessero chiesto la sua testa e che Erdogan non fosse poi così restìo a consegnarla, si pensava che la carriera di questo cinquantaseienne con l’istinto del kingmaker dietro le quinte fosse destinata a chiudersi in breve tempo. Per una volta invece Davutoglu non si è nascosto, ha trasformato le piazze elettorali in dibattiti aperti al pubblico, rispondendo alle domande, costruendosi una nuova immagine, ben più agguerrita e politica, soprattutto ben più incentrata sulla sua figura. Dopo la strage ad Ankara del 10 ottobre scorso contro i manifestanti curdi in cui sono morte più di cento persone, mentre si parlava di un coinvolgimento di apparati legati al governo, il premier ha detto: “Guardatemi, guardate il mio viso, guardate i miei occhi, ho la faccia di uno che può sostenere lo Stato islamico?”.

 

I turchi hanno deciso di fidarsi della faccia di Davutoglu, così come hanno fatto anche gli europei e molti altri attori internazionali che da tempo non si preoccupano più dei diritti violati, della caccia ai giornalisti, delle emittenti tv chiuse, delle retate della polizia, della dissidenza, dei cannoni di acqua mista a sostanze tossiche sparate su chi protestava contro il governo a piazza Taksim  (i commentatori stessi non si preoccupano di aver celebrato cinque mesi fa la fine dell’autoritarismo di Erdogan). Oggi conta soltanto la stabilità, si fa il tifo per chi la promette, o la contrabbanda, ma se la comunità internazionale si accontenta di una parvenza di stabilizzazione che dia l’impressione di un qualche impegno nella regione, a Davutoglu spetta il compito di evitare una frattura interna, sociale e politica, che rischierebbe di vanificare gli sforzi da superpotenza sfoggiati finora da Erdogan.

 

[**Video_box_2**]Per questo nel discorso della vittoria, il premier ha rilanciato la riforma costituzionale per dare al presidente poteri come in Francia o negli Stati Uniti: l’Akp non ha raggiunto la supermaggioranza che consente di apportare modifiche in solitaria, ma basta qualche accordo per ottenerla. Sarebbe il primo passo del duo Erdogan-Davutoglu, che gli osservatori considerano oggi molto solido, con il presidente nei panni dell’uomo forte che chiede rispetto all’estero e il premier, che nasce come l’ideologo della politica estera degli ultimi dieci anni (quella del “niente guai con i vicini”, che non è andata benissimo), a consolidare la popolarità dell’Akp con ogni mezzo, anche dicendo ai ragazzi turchi che, se non riescono a trovare una fidanzata, se nemmeno i genitori sono d’aiuto, allora parlate con il governo, venite da noi, possiamo anche trovarvi l’amore.

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