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The Rubio moment

Gran successo di Rubio al debate dei repubblicani, soprattutto nella sfida con Jeb. Ma non dite che è "l'Obama del Gop". Semmai è più un Bill Clinton di destra.

29 Ottobre 2015 alle 14:04

The Rubio moment

Molti pensano che sia Rubio, e non Jeb, l’interprete di un conservatorismo presentabile, lontano dalle fanfaronate di Trump, ma anche dall’intransigenza di Ted Cruz e dalle formule libertarie di Paul

New York. Fare sondaggi elettorali per la Casa Bianca negli anni dispari è attività rischiosa, anzi è sicurissima per chi vuole depistare o farsi depistare inseguendo la fortuna di candidati passeggeri che scatenano gli animi e poi si sgonfiano. Un anno prima delle elezioni del 1964 Nelson Rockefeller era davanti in tutti i sondaggi, e alla fine la nomination l’ha vinta Barry Goldwater, che stava dalla parte opposta dello spettro conservatore. A sentire i sondaggi, nel 1987 Gary Hart aveva la nomination democratica in tasca, e chi osava dire che l’eroe dell’establishment Walter Mondale era il favorito era un sempliciotto che non aveva colto il cambio di vento. Il quarto d’ora presidenziale di Joe Lieberman è durato diversi mesi, e c’è stato un momento, nell’autunno del 2003, in cui perfino Howard Dean è stato un frontrunner. Le percentuali bulgare con cui la coppia Trump-Carson guida la folta battaglia repubblicana per la nomination sono un effetto ottico ricorrente, prodotto della lente distorcente di questa congiuntura autunnale che rende tutti più “frivoli”, come ha scritto con britannica freddezza Edward Luce, editorialista del Financial Times, notando che il populismo di marca americana “abbaia molto e morde poco”. Questo vale anche per Bernie Sanders, socialista con tifoseria giovane e rumorosa che si faceva forte davanti alla campagna claudicante di Hillary, ed è bastato che lei infilasse nella direzione giusta un dibattito, una maratona inquisitoria su Bengasi, un Biden che abbandona l’ipotesi della corsa e un paio di testimonial giusti per riportare Sanders nel suo mondo minoritario.

 

Molte delle pulsioni che si concentrano nella prima parte della campagna sono una specie di fuga d’amore caraibica con la segretaria, un’immagine mentale che si materializza spesso ma che altrettanto spesso scompare una volta varcata la soglia di casa. Tutto (o quasi tutto) si ricompone nell’alveo della “media”, che poi è la sede della virtù: la classe media, un candidato ispirato, un programma che promette moderazione più che rivoluzione, un “change”, non un’apocalisse. L’intero sistema elettorale è strutturato per incoraggiare la vittoria del ragionevole sul massimalista, del centro sull’estremità, e il rapido crollo del libertario Rand Paul fornisce un indizio. Benché animati da caratteri, inclinazioni e formati di populismo differenti e ben profilati sull’elettore del momento, Trump e Carson occupano lo spazio che quattro anni era occupato da Michelle Bachmann e Herman Cain. Chi? Ecco, appunto. La differenza è che hanno molti, molti più soldi dei loro improbabili predecessori, e questo concede loro un tempo di sopravvivenza più lungo sul ring. Ma a ogni buon conto l’ultimo presidente di marca spiccatamente populista l’America lo ha eletto suppergiù un secolo e mezzo fa. Gli elettori invertiranno una tradizione tanto lunga per eleggere un uomo secondo cui le donne islamiche indossano il burqa, anzi “quel coso lì”, perché così possono evitare di truccarsi?

 

Se dunque la corsa è un affare che si gioca nel centro ideologico del partito, non sulle sue ali più estreme, il partito repubblicano nel fittissimo parterre ha vari candidati proponibili, ma per peso specifico, capacità di galvanizzare la base, rapporti con l’establishment, solidità economica ne rimangono soltanto due: Jeb Bush e Marco Rubio. E in questo momento bookmakers dicono che il cavallo vincente è Rubio. Non che il mercato delle scommesse sia particolarmente affidabile, ma di sicuro tiene conto di più elementi di quelli mostrati dai sondaggi, che a questo punto non sono che termometri di emozioni volatili (e comunque danno Rubio in testa dopo la coppia al comando). Un altro indizio della crescita di Rubio è il deciso cambio di passo di Jeb degli ultimi giorni nei confronti del senatore della Florida, che era stato un suo protetto e ora è il suo avversario più pericoloso, nonostante Trump abbia finora distratto molte energie. In un’adunata bushiana piena di finanziatori e supporter a Houston, gli advisor di Jeb hanno esposto la strategia per affondare il vero pericolo in un power point che detta la linea strategica: “Dobbiamo contrastare l’attuale presidente. Hillary punterà su competenza ed esperienza. Marco è un Obama repubblicano”. L’idea dell’Obama repubblicano è stata applicata a qualunque politico di destra vagamente giovane, non affetto da dislessia e non perfettamente caucasico, anche Bobby Jindal, ma in questo caso gli uomini di Jeb suggeriscono un’analogia più letterale: “Rubio e il presidente Obama hanno profili simili: senatori al primo mandato, avvocati e professori universitari, hanno servito in Congressi locali per otto anni, hanno poche conquiste legislative da esibire, e non hanno mostrato molto interesse nel processo di avanzare leggi e ottenere risultati”.

 

Molto si potrebbe dire, e in questi giorni è stato detto, sulle possibilità di successo di una campagna elettorale che contiene frasi dalla logica scivolosa come questa, e basta citare l’intellettuale neocon Bill Kristol – un fan di Rubio – per sintetizzare: “Un ‘Obama del Gop’ sarebbe perfetto: vincerebbe due volte e muoverebbe la politica interna ed estera nella direzione che vuole”. Ma il fatto rilevante qui è il timore che Rubio trasmette presso il mondo dei Bush, tanto da meritarsi il più duro dei paragoni, quello con Obama, e un’implicita accusa di alto tradimento del suo mentore. Non si scomoda una virulenza del genere per un avversario che non ha possibilità di vittoria. Ross Douthat, columnist conservatore del New York Times, ha provato a spiegare la settimana scorsa perché Rubio è il più credibile nella schiera dei candidati credibili, anche se si tratta di un frontrunner “inusuale”: “E’ vicino al centro ideologico del partito, e i suoi indici di gradimento presso i repubblicani sono alti in maniera consistente. E’ un oratore capace con una fantastica storia personale e uno stile attraente, oltreché una varietà di politiche più interessante di molti dei suoi rivali. Fa paura ai democratici nelle elezioni generali, e sa sottolineare le differenze con Colei Che è Sempre Stata Inevitabile. Il suo sostegno per una riforma dell’immigrazione è un grosso ostacolo, ma Rubio ha mostrato molta più finezza su questo tema di quanto ne abbia mostrata Jeb, e un punto a sfavore di solito non è abbastanza per condannare un candidato che altrimenti ha i tratti del vincente”. Douthat parla anche pro domo sua. L’editorialista è una voce all’origine dei “reformocon”, conservatori di lega moderata, tendenzialmente giovani e con approccio da secchioni ai problemi politici, decisi a liberarsi in parte della mobilia di Reagan per costruire un conservatorismo efficace, non residuale, capace di andare a pescare voti fuori da un bacino elettorale che è in fase di prosciugamento per varie ragioni demografiche. Molti, in questo giro che abbraccia think tank come l’American Enterprise Institute e giornali come National Affairs, pensano che sia Rubio, e non Jeb, l’interprete di un conservatorismo presentabile, lontano anni luce dalle fanfaronate di Trump, ma anche dall’intransigenza apocalittica di Ted Cruz e dalle formule libertarie di Paul, senza compromessi sulle questioni fiscali ma isolazionista in politica estera e anarchico – se non lui molti dei suoi – sui temi etici.

 

Il milieu riformista non s’accorda male, sulla carta, con le idee di Jeb, per pragmatismo più simile al padre che al fratello, ma pone l’enorme problema del rinnovamento dell’establishment, della rivitalizzazione di un movimento che quattro anni fa non è riuscito non si dica a impensierire un presidente già messo sotto dalla realtà, ma nemmeno a esprimere un candidato in grado di arrecare danni. Il candidato “reformocon” ideale non è fatto per scaldare i cuori. E’ un secchione che padroneggia fin nei dettagli politica economica ed estera, ha idee moderate sulle tasse, come Irving Kristol al capitalismo concede soltanto due urrà, promuove politiche per rinsaldare e sostenere le strutture sociali e culturali che vengono dalla tradizione, non pensa che compromesso sia una parolaccia e considera Washington un luogo sordido perché dominato dalla partigianeria che blocca qualunque possibilità di riforma, ogni tentativo di servire il bene comune, non per una guerra santa al centralismo. Rubio incarna per molti versi questo ideale non cinematografico ma di sostanza, credibile. Il suo piano fiscale, che pure prevede consistenti tagli delle tasse, è stato fatto a fette dalla pagina delle opinioni del Wall Street Journal, diretta da Paul Gigot, che in materia di ortodossia conservatrice e reaganiana è cassazione. Troppo alta l’aliquota massima al 35 per cento (ora è al 39,6), l’assegno famigliare portato a 2.500 dollari per figlio è uno strumento assistenziale, si occupa più del sostegno ai poveri che di dare una frustrata al business: “Ha fatto una grande deviazione da una riforma orientata al sostegno della crescita”, ha scritto il Wall Street Journal, che invece s’è sdilinquito per la proposta più ortodossa di Bush. Rubio aggredisce alla giugulare il Common Core, il programma scolastico standard che invece piace a Jeb essenzialmente per ragioni di stabilità sociale, e sull’immigrazione parla un linguaggio che può catturare consensi alle elezioni generali, mentre va dosato con cura – e se possibile evitato in blocco – durante le primarie.

 

La “Dottrina Rubio” in politica estera è una decisa riproposizione delle idee neocon, e il senatore non accenna nemmeno una scusa blairiana quando si parla di guerra al terrore e regimi rovesciati in nome della libertà, mentre Jeb si contorce in modo innaturale per smarcarsi dall’epopea del fratello maggiore senza però risultare un traditore. Checché ne pensino gli strateghi di Jeb, Rubio non è un Obama del Gop, non ha quelle carismatiche doti innate per rovesciare la partita in suo favore con il puro potere della narrazione, però ha 44 anni, è un eroe dei due mondi, un figlio di emigranti con origini cubane, il padre che faceva il cameriere a Las Vegas per sbarcare il lunario. Si è ormai scrollato di dosso chi gli fa notare che i suoi genitori sono arrivati negli Stati Uniti prima della rivoluzione castrista. Ha la faccia del bravo ragazzo affidabile con la riga da una parte e una moglie latina e fotogenica che faceva la cheerleader dei Miami Dolphins. Sa quel che dice e sa anche come dirlo, non a caso quando è stato eletto al Senato è riuscito ad attrarre il popolo del Tea Party, che cercava più la reazione che il ragionamento. Quando ha annunciato che non si candiderà per la rielezione, mostrando tutto il disprezzo per il Congresso immobilizzato dalle logiche della vecchia politica, ha guadagnato punti, mostrandosi più attaccato al paese che alla poltrona. C’è chi gli chiede di dimettersi per rispetto di un’istituzione che si trova a disertare, ma quando Bush ha provato a farlo sul palco di Boulder, nel terzo dibattito repubblicano, si è scottato. Jeb è la rappresentazione di un mondo lontano e fin troppo noto. Basta guardare la raccolta fondi per capire: fin qui ha raccolto 128 milioni di dollari, contro i soli 32 di Rubio, ma i finanziamenti elettorali non si contano (soltanto), si pesano, e il 5 per cento dei soldi di Bush viene da piccoli finanziatori, mentre il resto è il prodotto delle connessioni miliardarie di famiglia. Rubio ha una quota del 20 per cento di piccoli contributori, un rapporto già più equilibrato fra il “grassroots”, la base, e l’establishment.

 

[**Video_box_2**]La storia elettorale, anche recente, è piena di candidati ultraricchi o incredibilmente connessi con gli uomini più danarosi d’America che sono svaniti poco dopo il voto in Iowa, tanto che Rudy Giuliani credeva di farsi largo verso la Casa Bianca strisciando le carte di credito dei suoi sodali danarosi. Rubio può essere un frontrunner per sottrazione, l’uomo che offre un’alternativa fra il populismo urlato e i cognomi troppo visti, il leader che forma la sua credibilità passo dopo passo, senza un grandioso lancio di fuochi artificiali. Di certo ha bisogno di ottenere più endorsement da parte di esponenti dell’establishment repubblicano, che garantiscono fundraising e diffusione capillare di una campagna che ha bisogno di estensione, non solo di profondità. Jeb al momento ha 36 figurine nell’album degli alleati, Rubio soltanto 8. Hillary ne ha 391. Che Jeb la settimana scorsa  abbia ordinato una brusca ristrutturazione dell’organigramma del suo team, con un severo taglio del monte stipendi e altri segnali di nervosismo non può che deporre a favore di Rubio, e lo stesso vale per il cambio di strategia per opporsi frontalmente al suo ex discepolo. “Qualcuno ti ha convinto che attaccarmi ti aiuterà” è la frase più tagliente che Rubio ha rivolto a Jeb sul palco dell’ultimo dibattito, ché implica non soltanto che la tattica sia sbagliata, ma che l’ex governatore sia manipolato da cattivi consiglieri. La strada delle primarie è lunghissima e, come ha scritto Douthat, Rubio è troppo moderato per l’elettorato dell’Iowa e troppo conservatore per quello del New Hampshire – i primi due stati a votare – ma c’è un altro presidente nella storia recente che ha vinto la nomination senza aggiudicarsi i primi stati. Ha vinto con una piattaforma moderata, tutta affidabilità e ragionevolezza, senza invocare utopie kennedyane, con una campagna fatta al centro dello spettro ideologico del suo partito, senza rincorrere gli impresentabili che si sono presi i primi stati contesi. Forse Rubio è il Bill Clinton repubblicano.

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