Al dibattito repubblicano ancora nessun vincitore, ma c'è già un perdente: Jeb Bush

Si capisce che non è aria per l’ex governatore al primo confronto con il rivale diretto, il suo ex discepolo Marco Rubio. Il resto è silenzio.

Sarà anche per il tono dei moderatori di Cnbc, aggressivo e studiato per infastidire più che per favorire il confronto, ma il dibattito dei repubblicani nell’ultraliberal Boulder, in Colorado, è una fotografia in negativo, dove si distinguono più facilmente i perdenti dei vincitori. Il perdente della serata è Jeb Bush, già circondato da nuvole nere dopo i tagli allo staff e i malumori di grandi finanziatori che si aspettano qualcosa (molto) di più dalla campagna.

 

Si capisce che non è aria per l’ex governatore al primo confronto con il rivale diretto, il suo ex discepolo Marco Rubio, provocato sull’ovvia domanda sulle assenze dal Senato. Rubio naturalmente era preparato, ha snocciolato i nomi di diversi senatori che si sono persi il 60 o 70 per cento dei voti al Senato durante la campagna elettorale, gente tipo John Kerry e Barack Obama, ed è lì che Jeb ha avuto la cattiva idea di intervenire per chiedere che si dimetta. Si è beccato la risposta studiata di un energico Rubio, che gli ha ricordato le sue amnesie quando John McCain disertava allegramente i voti in aula per dar filo da torcere a Obama, “il solo motivo per cui adesso hai cambiato idea è che competiamo per la stessa posizione”. E ancora: “Qualcuno ti ha convinto che attaccarmi ti aiuterà”, riferimento al cambio di strategia in chiave anti-Rubio messa a punto dal team di Jeb qualche giorno fa. Bush non si è mai ripreso da questo scambio. E’ andato in debito d’ossigeno e non è più riuscito ad articolare una posizione in modo brillante, fatte salvo per alcune battute efficaci ma che a questo punto della campagna sono parte dello “stump”.

 

Nessuno ad eccezione forse di Rand Paul, che stava nella posizione più defilata del palco, quella che spetta ai candidati minori, ha parlato meno di lui. Rubio, per converso, è andato in crescendo. La prima parte del dibattito se l’è giocata con Ted Cruz – ottima serata per lui, che è un “debater” di razza e sa che attaccare i media è una captatio benevolentiae efficace – e poi è rimasto costantemente all’erta, dando l’impressione di essere il più preparato, quello che in mezzo al campo arriva sempre per primo sul pallone, per usare l’analogia calcistica. E visto che il senatore coltiva l’immagine del candidato “wonkish”, a suo agio con i dettagli della policy, la cosa non è secondaria. Che fosse a proprio agio si è visto quando s’è districato in una domanda contorta, e un po’ tendenziosa, sui tagli fiscali per i ricchi.

 

[**Video_box_2**]L’altro dato rilevante della serata è che l’ego strabordante sormontato da riporto di Donald Trump non ha invaso lo spazio del dibattito. E’ stato tendenzialmente al proprio posto, che per gli standard di Trump significa che è stato invisibile, e alla fine ha parlato anche meno di John Kasich (che ha avuto un’infinità di tempo: misteri di Cnbc), ripiegando nel ruolo del candidato “normale”, il che lo ha messo a disagio. Applausi bipartisan quando si è arrogato il merito di aver negoziato con Cnbc la durata del dibattito: due ore invece che tre. La stranezza di Ben Carson, frontrunner nei sondaggi attuali, non è il solito, rassicurante monotono con cui illustra le sue posizioni, dalla flat tax al matrimonio gay, fino alla lotta senza quartiere al politicamente corretto in tutte le sue forme, ma il fatto che gli avversari non lo hanno praticamente attaccato. Quando il primo in classifica non viene aggredito da dieci inseguitori significa che qualcuno sta bluffando, e probabilmente è Carson. Le buone battute messe occasionalmente a segno da Chris Christie, Rand Paul, Mike Huckabee e dalla loquacissima Carly Fiorina non sposteranno il “momentum” di candidati che puntano ad arrivare vivi in Iowa. Con il tempo che gli hanno concesso, se Kasich non raddoppia la popolarità e i finanziamenti nel giro di 24 ore significa che è unfit. La conduzione, le immagini, le inquadrature, il ritmo e la preparazione dei moderatori di Cnbc mettono nostalgia di Megyn Kelly e della banda di Fox News, che sarà anche una macchina di propaganda ma l’intrattenimento sa cos’è. E i dibattiti elettorali americani sono innanzitutto uno spettacolo.