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Le 10 parole per capire le elezioni di domenica in Argentina

Maurizio Stefanini
Trentadue milioni di argentini sono chiamati alle urne domenica, per scegliere il primo presidente del dopo-Kirchner. Secondo l’edizione in spagnolo della Bbc, tutta la campagna elettorale si potrebbe riassumere in 10 parole. Curiosamente, le prime tre della lista sono tutte legate a metafore alimentari.
Trentadue milioni di argentini sono chiamati alle urne domenica, per scegliere il primo presidente del dopo-Kirchner. Secondo l’edizione in spagnolo della Bbc, tutta la campagna elettorale si potrebbe riassumere in 10 parole. Curiosamente, le prime tre della lista sono tutte legate a metafore alimentari.

 

Si inizia dunque col panqueque: dall’inglese pancake, cioè le nostre crêpe, o crespelle. Per essere cotte su entrambe i lati, hanno bisogno di essere rigirate. Nella politica argentina i panquequitas corrisponde ai nostri voltagabbana. I kirchneristi, in particolare, tacciano di “panquequista” il candidato numero tre nei sondaggi: Sergio Tomás Massa che è diventato il punto di riferimento dei peronisti anti-Kirchner dopo che di Cristina Kirchner era stato il capo di gabinetto. Ma se è per questo anche il candidato kirchnerista Daniel Osvaldo Scioli, governatore della Provincia di Buenos Aires, ex vicepresidente di Cristina Kirchner ed ex ministro dello Sport e del Turismo, spara oggi contro il “neo-liberalismo”, dopo essere stato un convinto seguace di Carlos Saúl Menem, il peronista privatizzatore. Quanto al principale sfidante, l’ex-Capo di Governo della Città di Buenos Aires Mauricio Macri, in teoria è il punto di riferimento di anti-peronisti e non-peronisti. Ma anche lui ha appena inaugurato un monumento al generale, tanto per non disprezzare nessun voto. Un sinonimo di panqueque è “veleta”: esattamente come la parola italiana che traduce, banderuola, che gira assieme al vento. La metafora alimentare è però più popolare.

 

Numero due, il choripán. Una traduzione letterale sarebbe “salsi-pane”, è un panino con la salsiccia, simile a quello che da noi è un must nelle Feste dell’Unità. Nelle manifestazioni kirchneriste circolano in quantità, e l’opposizione sostiene i che i militanti sono attirati a base di “choripán y coca”: un’accoppiata metafora del clientelismo grazie al quale Cristina si è mantenuta a livelli di popolarità piuttosto alti per le medie latino-americane. Lo stesso che usa ora Scioli, al momento in testa ai sondaggi. Sul filo di quel 40 per cento con 10 punti di vantaggio rispetto al secondo che gli consentirebbe di essere eletto direttamente al primo turno. L’inflazione è al 26 per cento, l’economia ristagna, imprenditori ed economisti avvertono che il Paese è sull’orlo del baratro, ma in campagna elettorale i salari sono stati aumentati del 27 per cento, 3,5 milioni di persone hanno come principale fonte di reddito gli assegni familiari generosamente concessi dal governo, è stato creato un canale pubblico apposta per offrire a tutti le partite gratis (condite da propaganda ufficiale) e ora sono stati promessi supermercati di Stato a prezzi stracciati. Slogan di un comizio: “Basta di demonizzare il choripán”.

 

Il terzo piatto metaforico sono gli ñoquis: proprio gli gnocchi, portati in Argentina dagli immigrati italiani. La differenza è che da noi si mangiano tradizionalmente il giovedì; in riva al Plata il 29 del mese. “Ñoqui” viene dunque chiamato chi si vede in ufficio solo in quel giorno, per assaggiare il piatto più ambito. Cioè, chi è stato assunto per meriti politici, e può permettersi di fare l’assenteista restando impunito. Per estensione, vengono chiamati ñoquis anche le mazzette. All’inizio del millennio si diceva anche sushi: dal piatto giapponese di gran moda tra quei giovani rampanti di cui era considerato un tipico esponente Antonio de la Rúa, allora fidanzato di Shakira e figlio di Fernando de la Rúa, il presidente costretto a scappare dalla Casa Rosada in elicottero, per la rivolta popolare dopo il blocco dei conti correnti. Adesso il ceto politico è cambiato, e con esso i gusti gastronomici. Ma non la corruzione: si pensi che al posto di Scioli in origine avrebbe dovuto candidarsi il vicepresidente Amado Boudou. Ma è finito sotto processo per corruzione ambientale.    

 

Dal cibo al letto con la sábana: il lenzuolo. Così è chiamata la scheda elettorale argentina, per il metro di lunghezza. Se infatti da noi quando si vota per più cose contemporaneamente vengono distribuite schede diverse, in Argentina sta tutto sulla stessa. Il sistema è ovviamente al centro delle polemiche delle opposizioni, perché a parte favorire gli errori permette facilmente di individuare l’identità del votante. 

 

Vengono poi gli animali: buitres, cioè “avvoltoi”. Come alcuni hedge funds, che dopo aver fatto incetta di bond non pagati in seguito al default del 2001 hanno costretto l’Argentina a un umiliante braccio di ferro, ottenendo dal giudice di New York Thomas Poole Griesa una sentenza per farseli pagare. Per estensione la propaganda kirchnerista ha iniziato a chiamare “buitres” prima tutti coloro che non condividevano la linea del governo sul tema; poi i “traditori” e “contrari agli interessi dell’Argentina”; da ultimo gli oppositori quasi in blocco.

 

I troskos, voce numero sei, sarebbero i trotzkysti. In Argentina tradizionalmente numerosi: sia per la debolezza dei comunisti ortodossi; sia per il fatto che erano più disponibili dei comunisti a allearsi con i peronisti. Tuttavia in un Paese dove appunto erano i peronisti a egemonizzare i sindacati “trosko” sta anche per sinistra ideologica e settaria in genere. Candidato “trosko” è Nicolás del Caño, del Fronte di Sinistra. Nei sondaggi è quinto, con poco più del 3 per cento.

 

Si torna poi agli animali con i gorila. In America Latina in genere venivano chiamati così i militari golpisti. In Argentina il termine è stato via via esteso agli anti-peronisti viscerali, alla destra, e anch’esso agli anti-Kirchner.

 

Malgrado questa violenza di linguaggio, Scioli all’interno del kirchnerismo si distingue per il suo elogio del gradualismo. Ha infatti fatto capire che è consapevole della necessità di superare l modello populista del kirchnerismo. Promette dunque che negozierà con i creditori, che liberalizzerà l’economia, che porrà termine alle restrizioni valutarie e dell’import. Ma con “gradualismo”.  

 

Numero nove, il puntero. Significa puntatore, e nel gergo calcistico quel tipo di ala che in Italia è detta tornante. Ma nella politica argentina corrisponde a quel personaggio che nella politica italiana è definito capobastone, con termine ironicamente preso dal gergo della mafia. Sono i controllori del voto popolare con strumenti clientelari. E sono forti in quella periferia di Buenos Aires che è la base elettorale di Scioli. In Argentina al puntero nel 2011 hanno perfino dedicato un popolare sceneggiato televisivo.

 

 

Ma anche contro sábanas, punteros, ñoquis e choripán ogni tanti può scattare la reazione popolare. Tucumanazo, patola numero 10, indica la rivolta di piazza che c’è stata il 24 agosto a Tucumán, dopo che il candidato kirchnerista ha vinto con sospetto di brogli. Almeno 10mila manifestanti sono stati affrontati dalla polizia con lacrimogeni e cariche a cavallo. Una prova generale per quanto potrebbe succedere dopo il 25 ottobre?

 

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