Indagine a sfondo politico

Hillary affronta in aula l’inquisitore di Bengasi sotto il fuoco incrociato

L’inflessibile Trey Gowdy dirige l’inchiesta sull’attacco del 2012, ma deve difendersi dalle accuse di partigianeria

22 Ottobre 2015 alle 06:18

Hillary affronta in aula l’inquisitore di Bengasi sotto il fuoco incrociato

Hillary Clinton (foto LaPresse)

New York. Trey Gowdy è stato un procuratore di quelli tosti, uomo della legge con volto da cattivo di Hollywood che alza le spalle di fronte alle lettere minatorie. Quando è entrato in politica, in quota Tea Party, ha defenestrato un deputato conservatore di lungo corso con pedigree repubblicano impeccabile salvo qualche minima sbavatura. Con la dovizia del procuratore, Gowdy ha sfruttato le crepe ideologiche dell’avversario per farlo crollare. E’ un tipo che trasuda audacia anche quando deve scegliere la cravatta, come testimoniano le foto ufficiali, difficile metterlo sotto. Oggi però è il giorno più importante della sua carriera, e le ginocchia gli tremano. In qualità di capo della commissione d’inchiesta sui fatti di Bengasi del 2012, ha passato gli ultimi diciotto mesi su un crinale friabile: da un versante c’è l’esigenza di fare chiarezza sull’attacco al consolato che ha ucciso l’ambasciatore Chris Stevens e altri tre americani; dall’altro ci sono gli effetti politici di un’inchiesta che mette nel mirino Hillary Clinton, segretario di stato al tempo dell’attacco e che oggi testimonia davanti alla commissione. La fazione del Partito repubblicano che ha rinfocolato il tormentone di Bengasi ha visto l’inchiesta come il mezzo più efficace per smantellare la sua credibilità elettorale, e la vicenda libica si sovrappone allo scandalo dell’account email privato della candidata usato per comunicazioni ufficiali. Uno scandalo seriale, visto che anche l’account privato del direttore della Cia, John Brennan, è stato violato: ieri Wikileaks ha annunciato di avere ottenuto i contenuti delle mail che saranno pubblicate “a breve”.

 

I colpi più duri alla credibilità dell’inchiesta arrivano però dagli alleati di Gowdy. Prima il licenziamento di Bradley Podliska, staffer della commissione che ha raccontato alla Cnn di essere stato cacciato per non aver preso parte alle trame politiche della commissione. In seconda battuta è arrivata la dichiarazione di Kevin McCarthy, erede designato e poi bruciato per il posto di speaker della Camera, che in modo imprudente ha detto che l’inchiesta può dare una batosta ai sondaggi di Hillary. Infine, il deputato repubblicano Richard Hanna ha messo le cose in modo esplicito: “Questa inchiesta è orchestrata per danneggiare Hillary”. La corsa per sostenere la commissione da destra, nella speranza di un ritorno politico, si è trasformata in una corsa per smarcarsi da un’operazione che pare troppo spregiudicata perfino per Donald Trump, il quale ha avuto parole dure per Gowdy. La macchina elettorale di Hillary nel frattempo ha lavorato a tutto vapore per trasformare Gowdy da inquisitore in inquisito, operatore politico sotto le imparziali spoglie del procuratore, e ieri i democratici hanno pubblicato la testimonianza resa a porte chiuse da Cheryl Mills, che al tempo dell’attacco in Libia era la più alto in grado tra i consiglieri di Hillary, per mostrare che nemmeno sotto giuramento e con la garanzia del segreto ha scaricato le colpe dell’accaduto sul segretario di stato.

 

[**Video_box_2**]Al quotidiano Politico Gowdy ha detto che le ultime sono state “le settimane più brutte della mia vita”, mentre ripeteva ancora una volta il mantra di questi mesi: “Non ci sono fatti rossi e fatti blu”. L’inchiesta e i suoi esiti sono nettamente separati dai giudizi postumi sulla politica promossa da Clinton in Libia, ora che i governi di Tripoli e Tobruk hanno rifiutato la proposta di pacificazione dell’Onu, e l’inviato Bernardino León dice che continuerà a dialogare con le parti. L’ex segretario del Pentagono, Bob Gates, ha detto che la strategia di Hillary per la fase successiva al regime change era “suonare a orecchio”, non proprio un complimento. I fatti di Bengasi di cui Hillary parla oggi in aula sono separati dalla sorte politica della Libia, ma nella foga della campagna per diventare commander in chief è inevitabile che tutti gli elementi si mescolino: gli attentati, le email, le congiure di palazzo e la politica a orecchio.

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