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Le falsità di "Truth" su George W. Bush

Il film che ha aperto la Festa del Cinema di Roma difende una storia basata su documenti falsi, scrive il Wall Street Journal

21 Ottobre 2015 alle 19:07

Le falsità di "Truth" su George W. Bush

Una scena del film "Truth", con Cate Blanchett e Robert Redford

Il giornalismo benpensante non smette mai di compiere gli stessi errori. Scrive così Dorothy Rabinowitz, membro del board editoriale del Wall Street Journal, in un op-ed pubblicato mercoledì con il titolo “Dan Rather, still wrong after all these years”. Il giornalismo in questione è quello rappresentato in “Truth”, il film diretto da James Vanderbilt che ha aperto la Festa del Cinema di Roma di quest’anno e che ritorna sul cosiddetto “Rathergate”. “Mettete insieme tutti i discorsi sulla nobiltà del  giornalismo in tutti i film che glorificano i reporter che intrepidamente combattono per la verità”, scrive Rabinowitz, “e ancora non arriverete nemmeno vicini al livello di melassa – ci sarebbero parole migliori per definirla – che esce da ‘Truth’. In confronto, ‘Tutti gli uomini del presidente’, film del 1976 sulle avventure trionfali di Woodward e Bernstein, con Robert Redford che interpreta Bob Woodward, era un vero esercizio di modestia”. in “Truth” Robert Redford interpreta il ruolo di Dan Rather, ex star del network televisivo Cbs e presentatore del programma di giornalismo investigativo “60 Minutes II”. Rather fu licenziato nel settembre del 2004 dopo lo scandalo che seguì la messa in onda di un segmento del suo programma chiamato “For the Record”. Scrive Rabinowitz: “Le menti creative dietro a ‘Truth’ – basato su un libro della producer della Cbs di allora, Mary Mapes – hanno incensato Rather e Mapes con un’aura di martirio eroico così impenetrabile che non c’è un dialogo che non lo lasci trasparire. Verso la fine, tutto concentrato sulla minaccia del licenziamento, Dan Rather chiede paternamente a uno dei suoi giovani producer cosa l’abbia spinto a iniziare una carriera nel giornalismo. ‘Tu’, è la risposta”.

 

“Il report di ’60 Minutes II’ di cui parla il film”, scrive Rabinowitz, “si concentra sui presunti favoritismi che George W. Bush avrebbe ricevuto come membro della Texas Air National Guard nei primi anni 70, e suggerisce senza giri di parole che Bush avrebbe ottenuto un trattamento di favore per evitare di prestare servizio in Vietnam. La trasmissione andò in onda nel pieno della campagna elettorale presidenziale tra il candidato democratico John Kerry e George W. Bush. Ma come mostrano le approfondite e infine devastanti indagini indipendenti sull’affaire che sarebbe diventato famoso come ‘Rathergate’, la trasmissione ignorò i fatti che contraddicevano la sua tesi. Tra i luminari intervistati c’era Ben Barnes, ex speaker della Texas House e sostenitore di Kerry. Barnes disse che aveva tentato, con una telefonata alla persona giusta, di garantire a Bush un posto nella Texas Air National Guard, e che rimpiange il fatto di aver cercato di ottenere un trattamento di favore perché centinaia di persone erano in lista d’attesa per entrare nella National Guard. Si è poi scoperto tuttavia che Barnes disse durante l’intervista di non avere idea se la sua chiamata abbia mai avuto effetto – questi tentativi non funzionavano sempre. Ma questa osservazione non è mai stata trasmessa, né il fatto – che è venuto alla luce in seguito – che la producer Mary Mapes aveva ricevuto delle testimonianze da fonti autorevoli che rigettavano senza esitazioni il fatto che esistesse una lista di candidati che aspettavano per un posto nella National Guard”, e che Bush avrebbe scavalcato indebitamente, scrive Rabinowitz.

 

Ma la vera “bomba” che ha affossato l’inchiesta di Rather e Mapes furono, scrive Rabinowitz, “i documenti falsi che i producer presentarono durante la trasmissione – materiale che in teoria arrivava dai superiori di Bush alla Texas Air National Guard e che descriveva la negligenza di Bush nei confronti dei suoi doveri e le pressioni dall’alto per “addolcire” i report su di lui. Cbs pubblicò online i documenti, ma furono quasi subito smascherati come falsi. L’implosione finale avvenne quando la fonte che aveva consegnato i documenti a Mapes, Bill Bukett – un ufficiale in pensione della Texas Air National Guard conosciuto per le sue tirate rancorose contro la famiglia Bush e per i suoi tentativi di screditare il servizio di George W. Bush alla National Guard – ammise in una puntata successiva in diretta con Dan Rather che aveva ingannato i producer sulla provenienza dei documenti, che tuttavia secondo lui rimanevano autentici”. Rabinowitz ricorda come Burkett aveva detti ai producer che i documenti gli erano arrivati attraverso una serie di passaggi di mano tra fonti a dir poco rocamboleschi, ma che per quanto strana risultasse la sua storia, Mapes e Dan Rather avevano deciso di credergli senza esitazioni.

 

[**Video_box_2**]“Dopo tutto”, scrive Rabinowitz, “Mary Mapes indagava sul servizio di Bush nella National Guard dal 1999. Aveva aspettato cinque lunghi anni per parlare al mondo dei suoi sospetti secondo cui George W. Bush aveva ricevuto un trattamento speciale che gli aveva evitato di andare in Vietnam. Cinque anni: possiamo sorvolare sullo zelo impiegato in questa missione. Mapes trovò il suo appuntamento con il destino grazie a Burkett e ai suoi documenti. Per ottenerli, accettò la richiesta di Burkett di metterlo in contatto con la campagna elettorale di Kerry, a cui l’uomo voleva dare consigli sulla strategia per le elezioni”.

 

Negli anni dopo lo scandalo, Rather e Mapes hanno sempre sostenuto di aver raccontato la verità, qualsiasi errore potessero aver fatto. “Truth”, in cui Cate Blanchett interpreta Mary Mapes, è l’ultimo esempio della loro battaglia. Questa visione, scrive Rabinowitz, è evidente in ogni discorso altisonante di “Truth” su quanto la libertà di inchiesta e la democrazia stessa siano state le vere vittime dei licenziamenti e delle dimissioni che seguirono lo scandalo. Ma nonostante la sua glamourizzazione, “questa saga di indagini giornalistiche costruite su di un falso presentato come una verità importante… non convincerà nessuno che abbia un po’ di conoscenza di come sono andate le cose”, conclude Rabinowitz. “Attraverso i discorsi e gli struggimenti e i testamenti all’integrità mai violata di Mapes e Rather, ‘Truth’ ci ricorda a ogni scena della sua somiglianza con i documenti falsi ottenuti dalla rocambolesca lista di fonti del signor Burkett”.

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