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Così l'occidente ha imparato a tollerare Lukashenko, "l'ultimo dittatore d'Europa"

Con l'80 per cento dei voti è stato rieletto per la quinta volta consecutiva presidente della Bielorussia. Questa volta però l'Osce non ha espresso solo critiche.

12 Ottobre 2015 alle 17:31

Così l'occidente ha imparato a tollerare Lukashenko, "l'ultimo dittatore d'Europa"

Il presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko (foto LaPresse)

Condoleeza Rice lo definì “l’ultimo dittatore d’Europa”: etichetta truce che stona con l’aspetto pacioso e la passione di suonare la fisarmonica esibita perfino in video elettorali. Ma Aleksandr Lukashenko, ora rieletto per la quinta volta consecutiva presidente della Bielorussia, non si fa troppi problemi: “È una mia caratteristica lo stile di governo autoritario e io l’ho sempre ammesso”, disse nel 2003. “Un governante ha bisogno di tenere il proprio paese sotto controllo, e la cosa più importante è quella di non mandare in rovina la vita della gente”. E ancora: “Ci sono dittatori peggiori di me, no? Io sono ancora il male minore” ha ripetuto lo scorso aprile, riferendosi a Putin. Non basta: è stato forse l’unico leader al mondo ad ammettere di aver taroccato un risultato elettorale, in una conferenza stampa con giornalisti ucraini: “Sì, abbiamo falsificato le ultime elezioni. Ho già parlato di questo con l’Occidente. Il 93,5 per cento ha votato per il presidente Lukashenko. Mi dicono che questa non è una percentuale europea. Così abbiamo comunicato l’86 per cento. Questa è la verità. Se ora dovessimo ricontare i voti, non so proprio cosa potremmo fare con questo dato. Gli europei ci avevano detto prima delle elezioni che se vi fossero state percentuali approssimativamente europee loro ne avrebbero riconosciuto la validità. Così noi abbiamo cercato di avvicinarci a un dato europeo”.

 

Ieri, ha preso l’84,09 per cento. Meno di quell’86 per cento “modificato”, ma più del 79,67 per cento del 2010. Un risultato simile all’84,4 per cento del 2006. Comunque meno di quei “voti bulgari” dove la lista unica comunista prendeva il 99,99, anche perché nella Bielorussia di Lukashenko qualche candidato di opposizione c’è sempre. Lo si chiami allora “voto bielorusso”. Dopo di lui la socialdemocratica Tatsiana Karatkevich si è fermata al 4,45 per cento, il liberaldemocratico Sergei Gaidukevich al 3,34, il “patriottico” Nikolai Ulakhovich all’1,68 per cento. In realtà, in Bielorussia l’unica altra personalità che appare in grado di dargli ombra è Svetlana Aleksievič, che forse non a caso è stata insignita del Nobel per la Letteratura proprio tre giorni prima del voto. I due però si snobbano a vicenda: lui le ha permesso di fare avanti e indietro tra Minsk e Parigi; lei anche nelle interviste che ha rilasciato dopo il Premio appare concentrata soprattutto sulle critiche a Putin.

 

Insomma, il principale limite allo strapotere di Lukashenko resta l’Occidente, con le sue sanzioni, tanto che, anche questa volta, la sua speranza era riuscire a far apparire il voto abbastanza trasparente da vedersi dare un’approvazione. Per ora Kent Hasted, direttore della missione di osservazione delle elezioni dell'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce), sembra dare  una stroncatura senza appello: “Chiaramente la Bielorussia ha ancora molta strada da fare per realizzare i suoi impegni democratici”. Ma, questa volta, ha subito aggiunto: “Il recente rilascio di prigionieri politici e l'atteggiamento accogliente nei confronti degli osservatori sono sviluppi positivi”, anche se “la speranza che questi elementi hanno dato per un processo elettorale migliore è stata ampiamente delusa”. Un tiepido avvicinamento c’è stato: oltre alla liberazione dei sei leader dell’opposizione finiti in galera per aver mosso critiche alla gestione del voto del 2010, Lukashenko ha criticato l’annessione russa della Crimea e a Minsk ha ospitato i colloqui per la pace nelle regioni orientali dell’Ucraina, mediando tra Putin e Poroshenko. E a settembre quando lo stesso Putin gli ha chiesto una base aerea gli ha risposto con un secco no: “Il Paese non ne ha bisogno”.

 

[**Video_box_2**]Insomma, c’è una netta evoluzione rispetto a quando Lukashenko andò al potere cavalcando le nostalgie per l’epoca sovietica, e ristabilendo sia i simboli dell’era comunista sia lo status del russo come lingua ufficiale. “Abbiamo fatto tutto quello ci si chiedeva dall’Occidente alla vigilia del voto, se la volontà è quella di migliorare le nostre relazioni, niente può più impedirlo”, ha detto il giorno prima del voto. Gli oppositori parlano di “strategia del pendolo” tra Occidente e Russia, ma si tratta di un pendolo che sta oggettivamente facendo bene all’economia del Paese, oggi camera di compensazioni per transazioni tra Russia, Ucraina e Occidente altrimenti impedite dal gioco di sanzioni e controsanzioni. E con la Nato che stabilisce avamposti anti-Putin nei Paesi Baltici, a un Lukashenko non ostile vengono perdonate molte cose.

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