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Alla messa multiculti dell'accoglienza, non c'è spazio nemmeno per Adamo ed Eva

Adamo ed Eva, per gli antirazzisti occidentali contemporanei, erano senz'altro bianchi. E se vi foste trovati a passare in queste ore per Swanston Street, a Melbourne in Australia, lo credereste anche voi.

12 Ottobre 2015 alle 16:53

Alla messa multiculti dell'accoglienza, non c'è spazio nemmeno per Adamo ed Eva

La manifestazione per i diritti dei rifugiati a Swanston Street, Melbourne

Adamo ed Eva, per gli antirazzisti occidentali contemporanei, erano senz'altro bianchi. E se vi foste trovati a passare in queste ore per Swanston Street, a Melbourne in Australia, lo credereste anche voi. Sul prato in discesa davanti al colonnato neoclassico della Biblioteca di Stato erano assiepati i difensori dei deboli e i portavoce degli oppressi. L'occasione era l'ennesima manifestazione in supporto dei rifugiati, contro la politica governativa che vuole fermare il contrabbando di esseri umani via mare, e che per dissuadere i milioni di stranieri che vorrebbero avere un pezzo del benessere australiano, hanno creato un sistema di detenzione al di fuori delle frontiere nazionali per chi prova a immigrare illegalmente.

 

C'era, sul prato, un gran via vai: chi distribuiva volantini per fermare i russi e gli americani in Siria, chi per salvare i curdi dell'Iraq, chi per ricordare la lotta dei palestinesi; c'erano i rappresentanti politici di socialisti alternativi e Verdi, di organizzazioni non governative e movimenti per la pace. E c'era un palco. Un altare, pronto a diffondere un sermone già sentito mille volte, sempre uguale, come i dogma millenari della Chiesa. Come questi, intriso di peccato e di espiazione, di colpa e pentimento.

 

Gli officianti, anch'essi, gli stessi di sempre: un paio di australiani anglosassoni a riscaldare la congregazione e a darle il senso di appartenenza, e di familiarità; poi, per l'omelia e la parabola del giorno, i rappresentanti multietnici e le loro storie arrabbiate di tribolazione, discriminazione, coraggio e vittoria finale contro il sistema immorale degli oppressori alle frontiere; poi la preghiera rituale dei clericali di partito, quelli che vendono indulgenze e raccattano, in cambio, voti tra i penitenti; e infine, la processione sacra per la navata centrale della città, tra brevi preghiere in rima, tamburi a mo' di organo, e il pathos di chi diffonde il vangelo tra le masse. La parrocchia sponsor di questa celebrazione ormai quasi mensile appartiene al culto – non più nuovo – dell'antirazzismo e dei diritti. Quelli rigorosamente altrui però. I diritti dai colori dell'arcobaleno in cui manca, sempre, solo il bianco.

 

Si perché per qualificarsi, esiste un unico criterio, non positivo ma negativo. Cioè non bisogna necessariamente fuggire da una guerra o da un genocidio. Non bisogna dimostrare il bisogno genuino e urgente di assistenza e protezione che non sia esclusivamente la ricerca di un vantaggio economico. Non è nemmeno richiesto che si scelga l'Australia perché se ne condividono i valori, la libertà e la democrazia. L'unica vera condizione per figurare come vittima eterna sui cartelloni propagandistici, sulle vignette anti sistema e negli slogan urlati dai megafoni delle ormai continue manifestazioni multietniche, anti governative e anti razziste, è quella di non essere di caucasici, bianchi insomma o di cultura occidentale. Perché i bianchi, nei libri di questi neo umanisti del ventunesimo secolo, sono solo quelli della colpa che non si può espiare. Quelli del fardello. I responsabili del Male nella storia. Quelli delle colonie, della schiavitù, del genocidio, della guerra. Gli unici, si badi bene.

 

I discendenti – i soli – di Adamo ed Eva e del peccato originale. Per loro, l'unico diritto è di vivere a capo chino, scusandosi di essere. E pagando, a vita, per la felicità di chiunque altro. Non hanno nemmeno bisogno, questi filantropi che oggi aizzavano le anime belle castigando l'Australia crudele delle frontiere appena socchiuse, di dimostrare alcuna consapevolezza della realtà del mondo. Non devono fornire cifre, riportare indagini sociologiche e proiezioni economiche, riferirsi a princìpi basilari di politica e relazioni internazionali, onorare la storia. Nulla di nulla. Non devono dimostrare, argomentare, ragionare. Loro posseggono due e due sole ragioni. La devozione umile per chi è diverso. E l'odio di sé, e per i propri simili.

 

E così, immancabilmente, il rito odierno si apriva non con la classica menzione ossequiosa della tribù aborigena che prima dello sbarco degli inglesi occupava la terra in cui la manifestazione aveva luogo, una formula di cortesia comune in Australia; ma addirittura con la negazione di qualunque evoluzione storica, di qualunque progresso sociale, di qualunque principio storico e politico e cronologico – con la condanna, cioè, dell'Australia in quanto tale, del suo diritto a esistere, della sua sovranità contemporanea sulla terra e di conseguenza della sua legittimità ontologica. Siamo ancora – ci ammoniva il megafono sacro – bianchi coloni su un suolo che non ci appartiene, e mai ci apparterrà. Applausi, consenso. Poi il via alla predica.

 

L'Australia, nella predica, era l'eterna isola che non c'è. Un posto immaginario, la favola di un mondo inesistente. Il Giardino dell'Eden dai cancelli chiusi. Era la nazione ricca e avara che ha il dovere di spalancare le porte a chiunque, ai quattro angoli del mondo, voglia entrare. Il teorema, nella favola, non faceva una piega. Non solo non bisogna fermare le barche dei trafficanti di esseri umani – è necessario anche organizzare ponti aerei che risolvano il problema degli sbarchi, prevenendolo. Cioè volare in Asia, in Africa, nel Medio Oriente, ovunque qualcuno abbia bisogno di emigrare. Bisogna caricarli a bordo e portarli, sani e salvi, nella terra promessa. D'altronde, se c'è guerra e miseria e malattia, la colpa non può essere che nostra. Era d'accordo l'ex rifugiato iraniano che dal megafono ammoniva l'Australia – non mi fermerò finché non costringeremo il governo ad accoglierli tutti. E se non vi sta bene, lasciate voi il vostro paese, perché vivere qui è nostro diritto e i razzisti non ce lo impediranno. Dall'Afghanistan al Medio Oriente al Kurdistan, c'erano tutti a sottoscrivere. E con loro quei numerosi australiani anglosassoni che vuoi per opportunismo politico, vuoi per nobiltà d'animo, vuoi per ingenua fede nel megafono sacro dei diritti, sono convinti che il paese non debba essere altro che un gigantesco centro d'accoglienza per sanare le sventure della terra. Come se fosse soltanto una questione di buona volontà. Nessun cenno dunque alle migliaia di concittadini senzatetto, in attesa da anni di una casa popolare. Oltre 7.000 al momento solo qui a Melbourne. Nessuna considerazione per la sanità che esplode e le cui liste d'attesa si fanno ogni anno più lunghe, accorciandosi soltanto quando chi attende, a volte, muore in fila. Nessuna verità sui tanti australiani che vivono nel disagio e nella povertà, bambini senza famiglia, vittime di abusi, esclusi dal mercato del lavoro, prigionieri di comunità disfunzionali e condannati a una vita di sussistenza e marginalità.

 

[**Video_box_2**]Il megafono sacro, gli australiani poveri non li conosce. E ignora, malevolo, anche il contratto sociale, che vuole che uno stato si prenda cura, innanzitutto, dei suoi cittadini. Ma come minacciava oggi l'iraniano che ha sconfitto l'Immigration office – se non gli sta bene, andassero via loro. L'Australia è ricca, e bianca. Ed è di tutti.

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