L’economia di rapina dello Stato islamico

Finalmente abbiamo dei dati per capire un po’ meglio: un mese di conti finanziari dello Stato islamico nella regione di Deir Ezzor, in Siria, tra dicembre 2014 e gennaio 2015.

10 Ottobre 2015 alle 06:18

L’economia di rapina dello Stato islamico

Un miliziano sventola la bandiera dello Stato islamico

Finalmente abbiamo dei dati per capire un po’ meglio: un mese di conti finanziari dello Stato islamico nella regione di Deir Ezzor, in Siria, tra dicembre 2014 e gennaio 2015. A decifrarli è il ricercatore Aymenn Tamimi e il suo studio rivela che il 45 per cento dei ricavi del gruppo di Abu Bakr al Baghdadi in quella zona arriva dai beni confiscati ai sudditi. E’ la voce più importante nella colonnina dei ricavi, che in totale sono circa 8 milioni di dollari. Lo Stato islamico funziona grazie a una economia di rapina che a lungo termine è destinata a grippare come un camion con la sabbia nel serbatoio: cosa succede quando avranno confiscato tutto e non resterà più nulla? L’elenco delle voci è interessante. La vendita di petrolio porta soltanto una frazione della ricchezza immaginata: circa sessantaseimila dollari al giorno, nella regione più ricca di pozzi petroliferi tra quelle sotto il loro controllo. Segno che lo Stato islamico non riesce a sfruttare i pozzi – e pensare che si stimava ottenesse quattro milioni di dollari al giorno da quel greggio. E’ plausibile che valga lo stesso anche nelle altre regioni.

 

A Deir Ezzor lo Stato islamico consuma quasi cinque milioni di dollari su otto, il 63 per cento in spese militari, per mantenere la sua macchina da combattimento (in un mese): paghe dei combattenti, logistica, armi.  E’ un dato interessante, considerato che in Europa nessuno spende più del 3 per cento del pil per il budget della Difesa. Nella regione di Deir Ezzor un altro dieci per cento se ne va per la polizia dello Stato islamico. Il che lascia in cassa soltanto due milioni per tutto il resto, sanità, trasporti, servizi e burocrazia.

 

[**Video_box_2**]La propaganda dei baghdadisti ostenta banchi dei mercati pieni e sovrabbondanza di merci, ma i dati dell’economia sono un meccanismo che ha meno pietà del più efferato boia mascherato. Gettare gay dai tetti e abbattere colonnati con la dinamite non crea posti di lavoro o ricchezza. Come finzione religiosa lo Stato islamico si può reggere in piedi a lungo grazie al fanatismo dei suoi adepti, come forza militare potrebbe resistere a lungo termine contro eserciti che ancora non si sono presentati all’appuntamento; dal punto di vista dell’economia lo Stato islamico è un predatore che sta mangiando tutte le scorte.

 

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