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Parla il most wanted del jihad

“Mi hanno sparato alla testa, ma Israele non si piegherà al terrorismo”

“Sei tu Glick?”, gli chiese il motociclista in ebraico con accento arabo all’uscita da una conferenza. Yehuda Glick stava aprendo il cofano dell’auto. Al segno di assenso, il terrorista del Jihad Islamico lo raggiunge con quattro colpi di pistola alla testa, al collo, allo stomaco e alla mano.

7 Ottobre 2015 alle 16:59

“Mi hanno sparato alla testa, ma Israele non si piegherà al terrorismo”

Yehuda Glick

Roma. “Sei tu Glick?”, gli chiese il motociclista in ebraico con accento arabo all’uscita da una conferenza. Yehuda Glick stava aprendo il cofano dell’auto. Al segno di assenso, il terrorista del Jihad Islamico lo raggiunge con quattro colpi di pistola alla testa, al collo, allo stomaco e alla mano. Un anno fa Glick ha lottato per un mese fra la vita e la morte allo Shaare Zedek, subendo nove interventi chirurgici. Quell’attentato è stato l’avvio lento e periclitante di questa Terza intifada, tanto che mercoledì l’Idf, l’esercito d’Israele, ha avviato la demolizione della casa del terrorista che ha attentato alla vita di Glick, Ibrahim Halil Hijazi, come deterrenza del terrorismo palestinese. Hijazi lavorava nel ristorante del Centro Begin di Gerusalemme dove è avvenuto l’attentato a Glick.

 

Glick oggi è l’israeliano più ricercato dai terroristi islamici palestinesi. E’ stato il primo tentativo di assassinio politico in Israele da quando nell’ottobre 2001 Rehavam Zeevi, ministro del Turismo, venne ucciso all’Hyatt Hotel dal Fronte popolare di liberazione della Palestina. Altri lo hanno paragonato all’attentato, compiuto da un estremista islamico proprio sul Monte del tempio o Spianata delle moschee, che uccise il re di Giordania Abdallah (sfuggì miracolosamente il figlio e successore re Hussein). “Mi ha guardato negli occhi e mi ha detto, ‘mi spiace ma lei è un nemico di al Aqsa’, poi fece fuoco”, ci racconta Glick. “Avevo ricevuto tante minacce di morte, ma non le avevo mai prese seriamente. Il tentativo di uccidermi mi ha dato il triplo della motivazione necessaria a mantenere la città vecchia di Gerusalemme sotto sovranità israeliana. Sono forte. Il terrorismo deve essere rimosso dalla vita del popolo ebraico. Hanno cercato di uccidere me perché da anni rappresento il legame fra la città e il popolo ebraico, che i fondamentalisti islamici vogliono cancellare”. Un legame diventato sempre più mainstream nella società israeliana, tanto che nel Council for the Prevention of Destruction of Antiquities on the Temple Mount compaiono anche due icone della sinistra come gli scrittori Abraham B. Yehoshua e Amos Oz.

 

Continuano gli attentati palestinesi

 

“Salutiamo le mani pure che hanno premuto il grilletto e hanno indirizzato i proiettili verso un criminale che ha dissacrato la santa moschea al Aqsa”, festeggiò l’ala militare di Hamas sull’attentato a Glick. Da allora, Glick vive sotto scorta. Mercoledì una palestinese ha pugnalato due passanti ebrei a Gerusalemme (è di quattro morti il bilancio israeliano degli attentati di questa settimana), un israeliano in Cisgiordania è stato quasi linciato da una folla di cinquanta palestinesi, e un altro poliziotto accoltellato nel sud del paese. Al punto che il premier Benjamin Netanyahu ha rinviato la propria visita di giovedì in Germania, dove avrebbe dovuto incontrare la cancelliera Angela Merkel.

 

Yehuda Glick è un ebreo tipicamente gerosolimitano, barba rossa, empatia personale e passione oltranzista per una singola idea: salire al Monte del tempio, il luogo più santo del giudaismo, che i musulmani chiamano Spianata delle moschee. Glick lo fa con la sua organizzazione, HaLiba, “cuore” in ebraico, che conduce gli ebrei nella montagna incantata di Gerusalemme. Ma Glick non ha affatto l’aria da estremista, prega con gli imam ed è amico di tanti palestinesi, come il dottor Izzeldin Abuelaish, che a Gaza ha perso tre figlie sotto i colpi dell’aviazione israeliana impegnata nella guerra con Hamas.

 

Israele non ha mostrato alcuna intenzione di cambiare gli accordi del 1967, che al contrario hanno subìto continue modifiche nella restrizione delle visite degli ebrei da parte delle autorità musulmane del Waqf, l’ente giordano che ne ha la custodia. La sovranità sulle moschee, concessa da Israele dopo la guerra dei Sei giorni, è diventata apartheid nei confronti degli ebrei. Lo ha spiegato mercoledì Hanin Zoabi, parlamentare arabo-israeliana: “La Spianata deve essere Jew-free”.

 

“Il mondo islamico usa la Spianata delle moschee come scusa per eccitare le masse e distruggere il popolo ebraico”, dice al Foglio Yehuda Glick. “Riescono anche a mobilitare l’Unione europea, l’Onu e le potenze occidentali, che temono gli arabi per tre motivi: il petrolio, la violenza e la demografia. I palestinesi negano che Israele abbia alcun legame con la sua terra e la sua città santa. L’islam politico non pensa che gli ebrei abbiano affatto diritti umani”. Nel 1967, durante la guerra dei Sei giorni, dopo che la Legione araba aveva piazzato sul Monte del tempio le sue batterie, Israele riconquistò la Spianata, sulla moschea sventolava la bandiera bianca e blu di Israele. Moshe Dayan la fece ammainare, e restituì ai musulmani le chiavi dell’edificio. Da allora, si è imposto quello che oggi è considerato lo “status quo”: così che soltanto i musulmani possono pregare lassù e gli ebrei religiosi sono seguiti dalla polizia e arrestati anche se soltanto sillabano un Salmo a labbra socchiuse. Gli ebrei possono essere arrestati se sostano, se portano con sé libri religiosi, se piegano la testa in segno di umiltà di fronte a Dio, se tirano fuori un foglio di carta dal portafogli o persino se chiudono gli occhi, in segno di raccoglimento.

 

[**Video_box_2**]La Corte suprema israeliana è personalmente intervenuta, decretando che Glick ha diritto a salire al Monte una volta al mese, sotto supervisione e protezione della polizia. Glick immagina un futuro in cui il Monte del tempio sia aperto a tutti: “Musulmani, ebrei e cristiani, chiunque voglia pregare Dio, senza discriminazioni di sorta, devono poter accedere al luogo sacro. Soltanto sotto la sovranità israeliana, a partire dal 1967, la città di Gerusalemme si è aperta a tutte le fedi. Ci sono chiese e moschee ovunque. Mentre in medio oriente lo Stato islamico abbatte croci e chiese, a Gerusalemme c’è posto per tutti. Siamo un baluardo della libertà religiosa”. La pace, quella vera, forse passa davvero dal fazzoletto di terra più sacro e più conteso del mondo.

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