Spiazzati da Putin in Siria, Obama e turchi vogliono una “safe zone”

Erdogan tratta sull’immigrazione a Bruxelles, Washington parla di guerra, entrambi vogliono un’area “no-fly”

6 Ottobre 2015 alle 06:12

Spiazzati da Putin in Siria, Obama e turchi vogliono una “safe zone”

Un jet F-16 decolla dalla base aerea turca di Incirlik ad agosto (foto LaPresse)

Roma. Ieri sono trapelati i piani di guerra aggiornati dell’Amministrazione Obama contro lo Stato islamico in Siria e i piani politici del governo turco per risolvere il problema migrazione assieme all’Europa. Entrambi questi piani condividono un punto importante, che riguarda la creazione di una cosiddetta “safe zone” dentro la Siria al confine con la Turchia. La questione è già stata proposta in passato, se ne è parlato molto e adesso torna perché i due governi sono scottati dalle operazioni antiguerriglia dei russi cominciate sei giorni fa e cercano di recuperare una parvenza di iniziativa e di strategia in Siria.

 

Il New York Times spiega i disegni di guerra americani con un pezzo scritto grazie a fonti dentro l’Amministrazione, il Pentagono e la diplomazia. Un passaggio chiave è all’ultimo paragrafo, dove le fonti dicono che America e Turchia stanno lavorando assieme a un piano dettagliato per creare una striscia “sicura” di circa 100 chilometri in Siria a ridosso del confine turco, dal fiume Eufrate fino al valico di Kilis. Per “sicura” si intende una zona interdetta ai bombardieri di Assad e russi. Proprio ieri il presidente turco Recep Tayyip Erdogan a Bruxelles ha sostenuto che la creazione di questa  safe zone è parte integrante di una proposta di scambio vantaggioso con gli stati europei. Erdogan in breve ha detto: l’Ue paghi un miliardo di euro al governo turco e accetti l’arrivo di cinquecentomila siriani, in cambio la Turchia si terrà un milione e mezzo di profughi siriani e chiuderà i confini, in modo da bloccare il flusso di migranti verso l’Europa. Inoltre intende creare la citata zona oltreconfine, che può risolvere il problema di dove mettere i campi profughi.

 

Il presidente turco ha problemi di guerra civile con i curdi nel sud del paese e attende le vicine elezioni, ma sulla questione profughi può parlare da una posizione di credito. In questi anni la Turchia ha ospitato circa due milioni e duecentomila profughi siriani e ha speso una cifra vicina ai sette miliardi di dollari.

 

Il Nyt, che come detto si è occupato dell’iniziativa americana, spiega a chi toccherebbe in concreto creare la safe zone. La settimana scorsa il presidente Barack Obama ha ordinato per la prima volta di mandare per via diretta munizioni – e forse anche armi – a un gruppo dell’opposizione siriana che combatte assieme ai curdi nella zona a sud di Kobane. Si tratta di circa 3.000 –5.000 combattenti arabi che si fanno chiamare Coalizione araba siriana e sono eredi diretti del Borkan al Furat, un gruppo del Fsa (la milizia di disertori che si formò nel 2011 per rovesciare Assad) che un anno fa andò a soccorrere i curdi assediati dallo Stato islamico nel cantone di Kobane. Il nome in arabo vuol dire: “Il Vulcano dell’Eufrate” e suoi uomini per il fatto di essersi schierati con i curdi si sono presi dallo Stato islamico l’accusa di apostasia – sono quindi ora marchiati come “murtaddin”, musulmani che secondo gli estremisti hanno abbandonato l’islam e per questo sono condannati a morte. Del resto, anche soltanto fare parte del Fsa fa scattare di default la definizione di “murtaddin” da parte dello Stato islamico.

 

Obama appoggia questa Coalizione araba siriana perché è impegnata molto a est e in un ruolo d’appoggio dei curdi e quindi a relativa distanza di sicurezza da  Jabhat al Nusra (Al Qaida in Siria). A settembre un piccolo contingente di miliziani siriani addestrato dal Pentagono e spedito nella zona di Aleppo per combattere contro lo Stato islamico fece una fine ingloriosa: cedette le armi ricevute dagli americani ad al Qaida e ripudiò i legami con Washington. Secondo il Nyt, tutti i leader della Coalizione siriana araba sono stati sottoposti a un processo di vetting – quindi di selezione e scrematura – da parte americana. Il nome stesso che si sono dati è interessante: non fa riferimento all’islam e scimmiotta il nome dell’esercito di Assad, che è al Jaysh al arabi al suri, l’esercito arabo siriano. Ecco, ora anche questo gruppo tiene a sottolineare l’elemento nazionale, pure se dal fronte opposto.

 

[**Video_box_2**]La seconda mossa di Obama riguarda una campagna aerea più intensa che farà perno sulla base aerea di Incirlik, in Turchia. L’Amministrazione Obama intende appoggiare l’offensiva mista curdo-araba che dal cantone di Kobane sta scendendo piano  verso sud ed è arrivata a cinquanta chilometri da Raqqa, capitale siriana dello Stato islamico. Il piano non prevede la conquista della città, che è troppo ben difesa, ma il suo accerchiamento da nord e da ovest per tagliare le strade e le vie di rifornimento e isolarla il più possibile dal resto del paese. L’intensificarsi dei voli su Raqqa richiederà di certo un coordinamento maggiore con i russi, che ieri hanno ricevuto un rimprovero ufficiale dalla Turchia perché nei giorni scorsi hanno sconfinato con i loro aerei durante le missioni di bombardamento.

 

Turchi e americani abbozzano una reazione alla situazione sul campo, altri paesi restano sul vago. Il ministro degli Esteri saudita, Adel Ahmed al Jubair, pochi giorni fa ha mormorato un sibillino “Lo vedrete” a un giornalista che gli chiedeva cosa farà l’Arabia Saudita ora che le operazioni russe prendono di mira non soltanto lo stato islamico ma l’intera opposizione al presidente Bashar el Assad.

 

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