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La Giamaica presenta il conto a Cameron: vuole un indennizzo per gli anni della schiavitù

Il premier britannico in visita sull'isola, ancora sotto la corona d'Inghilterra, ha ricevuto una richiesta inaspettata dal primo ministro dell'isola caraibica

1 Ottobre 2015 alle 19:01

La Giamaica presenta il conto a Cameron: vuole un indennizzo per gli anni della schiavitù

Portia Simpson-Miller e David Cameron (foto LaPresse)

La Giamaica vuole dal premier britannico David Cameron un indennizzo per i secoli risalenti alla tratta degli schiavi. Con sua grande sorpresa, il primo ministro del Regno Unito ha ricevuto la richiesta nel corso della visita ufficiale di martedì e mercoledì scorsi, quando ha fatto tappa sull’isola nel corso del suo viaggio per andare ad assistere all’Assemblea generale dell’Onu a New York. Non solo. Il governo giamaicano vuole del denaro da Cameron sia in qualità di capo del governo, dato che i cittadini britannici si spostarono sull’isola in massa trasferendo gran parte degli avi degli attuali abitanti dell’isola, sia addirittura da lui in persona, in quanto discendente a sua volta di uno schiavista.

 

La stessa prima ministro giamaicana, Portia Simpson Miller, ne ha discusso con Cameron subito dopo la cerimonia di accoglienza ufficiale, con tanto di esecuzione di quel “God save the Queen” che in Giamaica ha ancora un ruolo ufficiale accanto all’inno “Jamaica, Land We Love”, dal momento che Elisabetta II è ancora capo dello Stato. Nel 2012 la stessa Simpson Miller col suo Partito nazionale del popolo (Pnp) aveva vinto le elezioni dopo una campagna elettorale chiassosamente repubblicana. Ma dopo tre anni la regina è ancora al suo posto. In compenso, è montata la campagna per ottenere il risarcimento per la schiavitù. La mania dei risarcimenti oggi imperversa a livello mondiale: la Grecia li vuole dalla Germania per i danni della Seconda Guerra Mondiale, Haiti li ha chiesti a Hollande per la colonizzazione francese, Fidel Castro li ha sollecitati agli Stati Uniti in cambio dei danni per l’embargo, e pure Berlusconi a Yalta si è visto chiedere da Putin se dopo i compensi pagati a Gheddafi per i tre decenni di occupazione italiana in Libia si sentiva pronto a far pagare all’Italia anche per i tre secoli di occupazione dell’Impero romano in Crimea.

 

Il presidente russo, ovviamente, scherzava. I capi di Stato e di governo dei 15 paesi della Comunità Caraibica (Caricom) che il 10 marzo 2014 si sono riuniti a Saint Vincent hanno invece fatto sul serio e hanno formalmente adottato un piano in 10 punti per chiedere indennizzi a tutti i paesi coinvolti nella tratta degli schiavi nella regione: Regno Unito, Francia, Spagna, Portogallo, Paesi Bassi, Svezia, Danimarca e perfino la Norvegia, che non era indipendente, ma comunque in unione dinastica fino al 1814 con la Danimarca e poi fino al 1905 con la Svezia. La questione è gestita da una task force presieduta da  Sir Hilary Beckles, uno storico nato a Barbados e che ha studiato in Inghilterra e Scozia ed è “vice cancelliere” dalla University of the West Indies. Proprio lui, in una lettera aperta pubblicata dal “Jamaica Observer”, ha ricordato a Cameron che “come discendente del suolo giamaicano” aveva avuto “il privilegio di arricchirsi con i peccati dei suoi antenati”. Il riferimento è a un suo lontano congiunto di nome James Puff, un generale che nel 1839 in seguito all’abolizione della schiavitù nell’Impero britannico, ricevette 4.000 sterline come indennizzo per i 202 neri che possedeva in Giamaica. In base a questo “vincolo familiare”, Beckles ha chiesto a Cameron “semplicemente di riconoscere la sua parte di responsabilità e di contribuire a un programma congiunto di riparazioni”.

 

Né Portia Simpson Miller né Sir Hilary Beckles hanno dato cifre precise, ma la Bbc ha calcolato che i 46.000 proprietari di schiavi indennizzati al tempo dell’emancipazione ricevettero l’equivalente di 17 miliardi di sterline attuali, mentre l’Università di Birmingham ha stimato gli utili delle finanze britanniche per la schiavitù in 40 miliardi di sterline. Benché sia considerato storicamente filo-occidentale e avverso al Pnp, il Partito laburista di Giamaica (Jlp), ora all’opposizione, è stato perfino più duro. Ed Bartlett, un suo esponente già ministro del Turismo nel precedente governo, è arrivato a chiedere alla delegazione giamaicana all’Onu di boicottare il discorso di Cameron.

 

[**Video_box_2**]Si può comprendere lo stupore del premier britannico, che veniva nell’isola per la prima volta, e ci era passato quasi per un dovere di cortesia verso l’ex-colonia durante il viaggio per New York. Formatosi comunque alla severa scuola della Camera dei Comuni, l’ha presa con stile, e parlando al Parlamento di Kingston ha anzi rilanciato la palla nel campo avversario. “Lasciamo indietro la dolorosa eredità della schiavitù”, una “pratica aberrante” che d’altronde nel mondo fu abolita proprio per decisivo impulso inglese, “e continuiamo a costruire per il futuro”. Insomma, “le riparazioni non sono il cammino corretto”. Comunque, anche in considerazione dei legami storici con l’ex-colonia, Cameron ha informato che portava 450 milioni di euro per la costruzione di infrastrutture. La più importante vale 40 milioni di euro ed è una prigione, per poter rimpatriare alcune centinaia di giamaicani che stanno scontando condanne nel Regno Unito.       

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