cerca

C’è un problema tra l’Italia e la Francia

Non solo Libia e non solo Siria. Dietro la distanza improvvisa tra Renzi e Hollande c’è un nuovo equilibrio di potere che riguarda la politica, l’industria e i nuovi rapporti con Germania e America. Piste da seguire.

1 Ottobre 2015 alle 06:18

C’è un problema tra l’Italia e la Francia

Francois Hollande e Matteo Renzi (foto LaPresse)

Quando si parla di rapporti di potere tra due stati, specie se quei due stati si chiamano Italia e Francia, bisogna andarci con i piedi di piombo e mettere in fila i dati senza farsi prendere da malizie e da sciocche dietrologie. Ma se c’è una ragione per cui da un paio di giorni a questa parte il presidente del Consiglio italiano non perde occasione per lanciare messaggi velenosi verso la Francia di François Hollande è perché, al netto di ogni possibile dietrologia, è in corso un cambiamento importante tra i blocchi di potere dei due paesi. Un fenomeno che ha portato l’Italia a muoversi improvvisamente con un’idea che non coincide più con la direzione imboccata in un primo momento dal governo Renzi, quando il premier non faceva un passo in Europa senza coordinarsi con il presidente francese, e che oggi segue una direzione diversa che suona più o meno così: autonomia politica dalla Francia e tentativo, in prospettiva, di diventare il vero leader socialista di riferimento in Europa sia per Angela Merkel sia per l’Amministrazione americana. Dietro quel “bisogna evitare che si ripeta in Siria una Libia bis” messo agli atti da Renzi due giorni fa alle Nazioni Unite (parole che seguono di pochi giorni altre affermazioni toste rivolte da Renzi a Hollande: “Le operazioni in Siria della Francia sono solo spot”) non c’è dunque solo uno sberleffo sottile del disastro compiuto in Libia dall’aviazione francese ai tempi della guerra contro Gheddafi.

 

C’è qualcosa di più che arriva a sfiorare anche il tessuto industriale del nostro paese e il rapporto dell’Italia con i pezzi grossi del potere politico e imprenditoriale francese. Il “no” al modello francese in Libia è infatti un “no” che ha molte sfaccettature e che si lega ad altri “no” che l’Italia ha rivolto alla Francia nel corso degli ultimi mesi. E’ un “no” che si legge in controluce dietro l’intesa tra Etihad e Alitalia, con i francesi di Air France che dopo essere stati gli eterni promessi sposi della nostra compagnia di bandiera oggi sono ben distanti dall’avere un ruolo guida all’interno della nuova società. E’ un “no” che si legge in controluce dietro alla scelta di allontanare il destino di Saipem, società di ingegneria controllata dall’Eni, da quello dei francesi di Technip. E’ un “no” che si legge in controluce anche dietro alla scelta di muovere le giuste pedine sul tavolo per evitare che una delle più importanti banche italiane (Mps) potesse entrare nell’orbita dei colossi finanziari francesi. Ed è un “no” che infine trova un riscontro ulteriore in quel passaggio ancora non chiaro ma comunque importante che è stato il recente avvicendamento ai vertici della Cassa depositi e prestiti: dentro Claudio Costamagna, ex Goldman Sachs, e fuori Franco Bassanini, storicamente legato a un pezzo importante del mondo francese (è stato nel consiglio dell’Ena tra il 2002 e il 2005; tra il 2003 e il 2005 ha fatto parte del Comité d’Evalutation des Stratégies Ministérielles de réforme istituito dal primo ministro francese Jean-Pierre Raffarin; nel 2007 è stato voluto da Nicolas Sarkozy nella commissione Attali). Nulla di clamoroso e nulla di segreto ma solo una scelta strategica lineare da parte del mondo renziano che merita però di essere segnalata; e che è maturata in modo strutturato durante l’incontro che il presidente del Consiglio ha avuto ad aprile negli Stati Uniti con il presidente Barack Obama. In quell’occasione, secondo una ricostruzione del Foglio, il côté diplomatico del presidente americano ha fatto arrivare al capo del governo italiano un messaggio importante: l’America è disposta a investire sull’Italia a condizione che l’Italia faccia di tutto per (a) rompere il monopolio franco-tedesco in Europa, (b) limitare l’espansionismo industriale francese nel nostro continente e (c) frenare la tendenza francese a concedere con eccessiva disinvoltura alla Cina pezzi pregiati dell’industria tecnologica europea (vedi il caso delle operazioni di cessione al colosso cinese pubblico State Grid Corporation of China del 35 per cento di Cdp Reti e del 30 per cento di Terna). Da quel momento in poi, l’atteggiamento del governo è cambiato e l’Italia renziana ha provato a consolidare una strategia di ridimensionamento del potere francese provando a mettere in campo, in più azioni, una maggiore attenzione verso l’interesse nazionale (vedremo con quali risultati). Anche grazie ad alcuni colpi messi a segno ed apprezzati dall’Amministrazione americana, il rapporto tra governo italiano e Stati Uniti oggi è più robusto rispetto a qualche tempo fa. E all’interno di questi nuovi equilibri si può spiegare anche un’imminente doppia nomina del governo: l’ambasciatore dell’Italia a Washington diventerà l’attuale consigliere diplomatico di Renzi Armando Varricchio e il suo posto dovrebbe essere preso da Maria Angela Zappia, rappresentante permanente dell’Italia presso il Consiglio atlantico a Bruxelles.

 

[**Video_box_2**]Quello che abbiamo descritto è uno schema utile a comprendere sia le direttrici lungo le quali si andranno a consolidare le alleanze renziane sia le direttrici lungo le quali si andranno invece a consolidare le alleanze anti renziane. E, sotto questa prospettiva, non è difficile scommettere dunque che nel mondo degli anti renziani l’universo che ruota attorno a monsieur Enrico Letta e monsieur Romano Prodi, Legion d’onore come l’amico Bassanini, avrà un peso sempre più importante nella dialettica, diciamo, con il presidente del Consiglio.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi