La crisi di Artur Mas, il demiurgo goffo del secessionismo catalano

Dal libero mercato alla fuga delle imprese da Barcellona

29 Settembre 2015 alle 17:56

La crisi di Artur Mas, il demiurgo goffo del secessionismo catalano

Artur Mas (foto LaPresse)

Roma. Artur Mas non era nato per fare il capopopolo. Per urlare slogan davanti alle folle, per dichiarare guerra al governo di Madrid, per indire plebisciti in stile ottocentesco. Il governatore uscente della Catalogna è il grande sconfitto delle elezioni regionali di domenica. Le forze indipendentiste da lui guidate hanno ottenuto la maggioranza dei voti, ma non abbastanza seggi al Parlamento regionale per dichiarare unilateralmente la secessione, né forse per mantenerlo al potere: ora c’è un partito di comunisti a decidere le sorti della maggioranza, il Cup, che ha già posto il veto contro di lui e contro la secessione unilaterale. Domenica doveva essere il giorno del trionfo, e invece il piano indipendentista di Mas non è mai stato così vicino al crollo.
Mas non era stato eletto per questo, nel 2010, quando l’indipendenza di Barcellona da Madrid era solo un’ipotesi di scuola (“una questione quasi folcloristica”, l’ha definita ieri il filosofo Fernando Savater in un’intervista su Repubblica). Era l’alfiere della borghesia di Barcellona, predicava la competenza e l’economia di mercato, stato leggero, tasse basse e tanta produttività. Predicava anche il nazionalismo, certo, ma “moderno”, fatto di autonomia fiscale e non di pronunciamientos.

 

Dopo le elezioni di domenica e dopo anni di proclami infuocati, sembra che l’indipendentismo catalano esista da sempre, che sia una questione secolare come quello scozzese. Ma almeno nella sua configurazione politica attuale (il nazionalismo è altra cosa), l’indipendentismo è un’invenzione recentissima di Artur Mas, frutto della crisi economica e, dicono alcuni, degli scandali interni a Convergència, il partito di Mas e del vecchio patriarca catalano Jordi Pujol. La Catalogna, motore economico della Spagna, è stata la regione più colpita dalla crisi economica del 2008, e a partire dal 2009 per il governo di Barcellona l’indipendentismo è diventato una nuova forma di populismo, con l’oppressione del governo di Madrid al posto della casta, e il sogno della creazione di un nuovo stato al posto delle politiche antisistema. Mas si è trasformato nel goffo demiurgo dell’indipendenza, impreparato a guidare le folle. Dal 2012, da quando il premier spagnolo Mariano Rajoy ha detto no a una proposta catalana di tassazione più federale (errore grave) sono arrivate mobilitazioni delle piazze ogni pochi mesi, due elezioni in tre anni, un referendum illegale nel 2014, la gran sfida unilaterale di domenica. Un impazzimento in cui Mas è quasi sempre stato perdente e in cui ogni volta ha rincarato la dose.

 

[**Video_box_2**] Ha sviluppato una retorica violenta, ha trasformato la televisione catalana Tv3 in un organo di propaganda, ha ignorato i consigli degli economisti che lo mettevano in guardia dai costi della secessione (si legga l’editoriale del Wall Street Journal di ieri) e ha promesso a chi avesse votato contro Madrid pensioni più alte e finanziamenti a pioggia. E’ stato sconfessato di recente dalle associazioni degli imprenditori catalani, che si sono schierati per rimanere con Madrid, e secondo uno studio di Axesor, 3.839 imprese hanno abbandonato la Catalogna dal 2011 a oggi, e per paura dei danni dell’indipendentismo gli investimenti stranieri in Catalogna sono scesi del 16 per cento nel 2014. Nella vicina Valencia sono cresciuti del 300 per cento, segno probabile di un esodo di capitali. E’ l’odore di populismo, non l’aspirazione all’autonomia, che sta facendo franare il progetto catalano.

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