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Storia di una tregua

In questi giorni in Siria è entrata in vigore una tregua che dovrebbe durare sei mesi – se reggerà – e che potrebbe fare da modello per altri cessate il fuoco nel paese.

26 Settembre 2015 alle 06:18

Storia di una tregua

Gli scontri nella cittadina siriana di Zabadani

Roma. In questi giorni in Siria è entrata in vigore una tregua che dovrebbe durare sei mesi – se reggerà – e che potrebbe fare da modello per altri cessate il fuoco nel paese. La tregua riguarda una enclave sciita nel nord del paese formata da due piccoli centri abitati che si chiamano Foua e Kafraya e un’altra città ormai distrutta che si chiama Zabadani ed è vicino Damasco. L’accordo è questo: i gruppi armati che fanno la guerra al presidente siriano Bashar el Assad permettono l’evacuazione di diecimila donne e bambini dall’enclave sciita e in cambio si ritirano dalle rovine di Zabadani e forse – non è ancora chiaro – ottengono la fine dei bombardamenti aerei da parte del governo sulla provincia di Idlib e la liberazione di cinquecento prigionieri.

 

Entrambe le parti arrivano allo stremo alla stipula di questa tregua: degli uomini arroccati dentro Zabadani non erano rimasti che in mille, contro avversari in numero superiore (soldati di Assad e combattenti del gruppo libanese Hezbollah), e stavano resistendo casa per casa ormai da più di un anno; stessa situazione ma a parti rovesciate a Foua e Kafraya, dove però il numero di assediati è di molto maggiore. La situazione è precipitata venerdì scorso, quando il Jaysh al Fath, la coalizione di gruppi islamisti siriani che assedia l’enclave, ha lanciato l’ennesima offensiva preceduta da otto attacchi suicidi di due gruppi affiliati, Jabhat al Nusra (al Qaida in Siria) e Jund al Aqsa. In un giorno ha guadagnato quattro chilometri di terreno e questo ha fatto pressione sui negoziatori (mancano ancora dalla scena e dall’equazione gli aerei e gli elicotteri russi, che hanno il potenziale per bloccare le offensive dei gruppi armati).

 

Il punto interessante è che questa tregua è stata negoziata per quattro mesi da una parte da una delegazione iraniana e dall’altra da Ahrar al Sham, il gruppo che di fatto ha la quota di maggioranza del Jaysh al Fath – la già menzionata coalizione di gruppi islamisti di cui fa parte anche al Qaida. Secondo informazioni che arrivano dalla Siria (dalla parte dei gruppi armati), la delegazione degli iraniani ha scavalcato il governo siriano – che invece voleva una vittoria definitiva a Zabadani e che non considera più strategico conservare Foua e Kafraya, troppo isolate dal resto del territorio controllato dal governo. Il fatto che siano gli iraniani a negoziare è un segnale importante e indica chi è davvero a dirigere la strategia anti guerriglia in Siria.

 

[**Video_box_2**]Dall’altra parte il gruppo Ahrar al Sham è stato assistito nelle trattative da Turchia e Qatar, due governi che hanno chiesto ufficialmente la fine del potere del presidente Assad e che appoggiano il Jaysh al Fath per vie traverse. Turchia e Qatar da mesi stanno facendo pressioni su Jabhat al Nusra (che è sulla lista dei gruppi terroristici) perché rinunci alla sua affiliazione ad al Qaida, confluisca dentro Ahrar al Sham, e renda la coalizione islamista meno impresentabile. A completare il quadro, l’implementazione della tregua sarà sorvegliata dalle Nazioni Unite, che di fatto stanno riconoscendo un accordo militare ottenuto sul campo anche per la pressione esercitata da al Qaida con attacchi suicidi.

 

La tregua di Zabadani è un caso senza precedenti di riconoscimento reciproco tra le parti in guerra. Ma è imminente l’inizio delle operazioni di combattimento russe, e quindi la Siria potrebbe entrare in una fase nuova e diversa della guerra.

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