Con gli airstrike soltanto non si vince

Più raid aerei in Yemen in sei mesi che in un anno contro lo Stato islamico

22 Settembre 2015 alle 06:03

Con gli airstrike soltanto non si vince

Foto LaPresse

Il Pentagono dice che in un anno di campagna aerea contro lo Stato islamico gli aerei della Coalizione internazionale hanno fatto 6.900 raid. Sono usciti anche i dati sui raid dei sauditi in Yemen contro i nemici Houthi: 25 mila. Quindi: in una lotta esistenziale che contrappone l’occidente e i suoi alleati arabi contro il male assoluto dell’ideologia baghdadista, i bombardamenti sono stati un quarto di quelli compiuti in sei mesi in un teatro di guerra doloroso ma marginale come lo Yemen, in pratica quasi non raccontato sui media (e con la differenza che in Yemen i bombardamenti finiscono a casaccio, quindi sui civili e stanno diventando un macello). La sproporzione tra le cifre è il segno che qualcosa non funziona e infatti escono notizie scandalose sul fatto che il Comando centrale americano fa pressione sugli analisti dei servizi segreti per ottenere modifiche ai loro rapporti: dove c’è scritto “i soldati iracheni sono scappati dalla loro posizione”, mettono “gli iracheni hanno rafforzato un’altra posizione”. Il consigliere australiano di Petraeus, David Kilcullen, in un passaggio imperdibile dell’intervista pubblicata sul Foglio sabato scorso dice che ormai i rapporti del Centcom sono affidabili come le notizie dei media di stato siriani.

 

Morale delle campagne contro lo Stato islamico e in Yemen: con gli aerei soltanto non si vince. I sauditi stanno correndo ai ripari e stanno mandando truppe, e non basta ancora – i ribelli yemeniti continuano a superare il confine e fanno scorribande nell’Arabia saudita. In Iraq e Siria, ora che la campagna aerea compie un anno esatto, la morale è ancora più evidente: lo Stato islamico non è più forte di prima, ma non è neanche più debole. Se davvero si estinguerà per colpa delle bombe, lo farà a ritmo di glaciazione. Ci sono, è vero, i tre alleati a terra: i curdi, l’esercito iracheno e “i ribelli siriani addestrati dagli americani”. I primi sono valorosi, ma hanno problemi enormi con la Turchia. Il Pkk non sono i curdi, ma la quasi guerra civile contro il governo di Erdogan non ci voleva, in questo momento così importante. I soldati iracheni combattono bene soltanto nei rapporti del Centcom, e infatti hanno perso Ramadi e se ne vedono alcuni approdare felici in Europa, in cerca di una nuova vita. Sui “ribelli siriani addestrati dagli americani”, meglio stendere un velo compassionevole.

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