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Corbyn spiegato agli amici di Ezio Mauro

E’ l’ora di Corbyn, almeno per un certo numero di poeti e per i lettori di Rep. Il fatto che su quelle basi non sia governabile una società è secondario, no? La palude onirica delle sinistre e l’eccezionalismo italiano (e renziano).

14 Settembre 2015 alle 19:33

Corbyn spiegato agli amici di Ezio Mauro

Jeremy Corbyn (foto LaPresse)

Da “Poets for Corbyn”, un ebook che potete leggere gratuitamente nel sito web del magazine berfrois. Non tutto è poesia in questa raccolta, avverte il Times Literary Supplement, “anche secondo gli standard dell’Old Labour”. Vediamo.

 

Così posso votare per Corbyn
Visto che sono stufo della merda del New Labour
E non vedo l’ora di vedere la faccia
Del criminale di guerra Tony Blair
Quando sarà eletto un uomo onesto
Integro e di principi saldi
Invece di un qualche coglione Tory.

(Ernest Schonfield)

 

Ho visto che il direttore di Repubblica prende il nuovo leader laburista sul serio e fa della sua elezione “una sfida per la sinistra europea”. Auguri, naturalmente. Tutti vorremmo ridurre le diseguaglianze, difendere un accettabile welfare, praticare oltre che predicare una politica di pace, come no. “Per una pace stabile e per una democrazia popolare” era il titolo della non dimenticata rivista ideologica del Cominform, l’erede ammaccato dell’Internazionale leninista e stalinista. Ezio Mauro non capisce come il mondo possa essere governato e riscattato dalle sue evidenti imperfezioni con la stessa cultura, il “liberismo sfrenato”, che ha originato la crisi. Saluta dunque questo oscuro e simpatico politico, socialista e marxista senza complessi, come una “sfida” intellettuale, etica e politica. E’ l’ora di Jeremy Corbyn, almeno per un certo numero di poeti e per i lettori di Repubblica. Il fatto che su quelle basi non sia governabile una società moderna o postmoderna o anche solo contemporanea è secondario.

 

Nazionalizzare le ferrovie, riaprire le miniere, imbrigliare banche finanza e mercati, cantare Bandiera rossa, fare una dieta vegetariana, portare calze medio-basse con i bermuda, andare in bicicletta, tifare contro la Nato e per i palestinesi e finanche per Hamas: dettagli, qualche aggiustamento, magari, e si vedrà. Intanto è arrivato a occupare la scena della sinistra europea un socialista inglese vecchio stampo. E il domani, dopo Varoufakis, dopo Podemos, ricomincia a cantare.

 

Matteo Renzi è invece un democratico italiano di nuovo tipo, ha aderito spregiudicatamente e in fretta al partito maggiore della sinistra europea, quello socialista, ma non è un socialista. E’ un comunicatore, un ottimista, un boy scout cresciuto nell’Italia di Berlusconi, un amico dei precari e di Marchionne, uno smanioso riformatore delle istituzioni repubblicane, un rottamatore della palude onirica in cui era impantanato il partito dei giusti, degli onesti, degli egualitari e degli assistenzialisti. Bisognerebbe vedere con Gianni Riotta se si possa mettere insieme un gruppo di poeti italiani capace di versificare Matteo come questi corbynite elisabettiani hanno fatto con Jeremy.

 

Intanto basta la ragionevole e inestetica e scarsamente appealing presunzione che, salvo imprevisti, Renzi sia (lui sì) una sfida per la sinistra europea e per l’antipolitica e per il populismo scollacciato. In fondo guida il partito più forte della sinistra europea e ha un certo numero di buone idee, perfino troppe, su come aiutare la società a creare lavoro, ricchezza e sviluppo, il che sembrerebbe in un’economia di mercato il presupposto per redistribuzioni, anche fiscali, del prodotto interno lordo.

 

[**Video_box_2**]Ho l’impressione che ancora una volta l’Italia si comporti come una nazione eccezionalista. I socaldemocratici tedeschi sono a rimorchio di Frau Merkel. I socialisti francesi con Valls e Macron vorrebbero ma non possono, perché l’impopolare Hollande è tutto e niente. In Grecia sono alle prese con Syriza, in Spagna con Podemos e la secessione catalana, altrove se la passano così e così. L’unico paese in cui governa con discreto successo e promette un ciclo riformatore una sinistra che è anche di tradizione socialista e postcomunista, oltre che democristiana (loro, si sa, stanno dappertutto), è l’Italia. Chissà che anche questa non possa essere considerata dal direttore di Repubblica e dai suoi lettori una sfida. Meno avvincente, meno melodica, meno futuribile, meno vacua, e perciò priva del fascino delle bellurie ideologiche, ma in qualche misura più interessante e magari utile.

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