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Ciascuno ha la sua Merkel

Conversioni e contorsioni intorno a una leader con troppi esegeti

9 Settembre 2015 alle 06:05

Ciascuno ha la sua Merkel

La cancelliera tedesca Angela Merkel (foto LaPresse)

Adesso a sinistra sono tutti merkeliani. E Angela Merkel, in Italia, continua a essere un fumetto, una fantasia, l’invenzione di un bersaglio polemico o una beniamina: ciascuno vede la Merkel che vuole, una Merkel inventata. E c’è chi ancora le disegna i baffetti di Hitler, chi la chiama culona, chi le attribuisce i riflessi del dottor Stranamore, e chi invece l’ha incoronata massima regina dell’umanitarismo, del solidarismo de sinistra che prorompe in singhiozzi per la tragedia degli immigrati. E giornali e politici, registi e scrittori di appelli, tribuni di varia estrazione, dalle loro orbite intorno alla terra (e alla lontana realtà) condensano attorno al capo di questa cancelliera, unica leader d’Europa, i luoghi comuni di tutti gli estremismi, di destra e di sinistra, di tutte le scempiaggini ideologiche e strabollite degli ultimi quarant’anni di modesta storia italiana. Lasciamo per una volta da parte le volgarità di Grillo e l’ingegno sgrammaticato di Salvini, i gemelli d’Italia che hanno trasformato la cancelliera goffa, rotonda e sgraziata, lei che dà un volto umano alla tradizione germanica, in una fumettistica cancelliera di ferro.

 

Prendiamo invece Cristina Comencini, regista e senonoraquandista, ieri sul Corriere della Sera, e prendiamo i sermoncini paratelevisivi di Laura Boldrini, con la signora Merkel che sembra diventata Papa Bergoglio: frontiere aperte per tutti in “un’Europa in cui l’allargamento demografico sia linfa vitale dello sviluppo e della democrazia”. Ecco, davvero la signora Merkel, in Italia, comincia a rivelare una spiccata affinità col chewing-gum: lo tiri di qua e vuol dire una cosa, lo tiri di là e ne vuol dire un’altra. E ancora una volta in questo astratto paese il nodo pratico e urgente della questione si diluisce in dosi omeopatiche tra sguaiatissimi dibattiti da talk-show in felpaccia, riproposizioni sessantottarde o riedizioni della sacra categoria delle iniziative “sociali”, vocabolo di quelli davanti ai quali bisogna levarsi il cappello, come al passaggio di un funerale o di Francesco Giuseppe (di cui è del resto coevo). Meno male che c’è lei, quella vera, Angela. Lei sa che l’arte del governo è un torrone durissimo che si può solo rosicchiare lontano dall’emotività di cori, appelli ideologici e chiacchiere tivù.

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