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Nel server di Hillary

Fra le email della candidata presidente ci sono “unknown unknowns”, ambiguità, frivolezze e serie tv. Lo spaccato di una zona grigia che non attira simpatie elettorali

2 Settembre 2015 alle 06:18

Nel server di Hillary

In totale sono 188 le email scambiate dall’account privato di Hillary quand’era segretario di stato che contengono elementi secretati

Le informazioni più importanti contenute nelle 4.368 email di Hillary Clinton pubblicate dal dipartimento di stato sono quelle che non sappiamo. 125 documenti dell’ultima tranche sono stati in parte o interamente cancellati perché contengono informazioni marcate come “confidential”, il livello più basso di riservatezza nella gerarchia ufficiale. In totale sono 188 le email scambiate dall’account privato di Hillary quand’era segretario di stato che contengono elementi secretati, ma un portavoce di Foggy Bottom spiega che nessuna di queste è stata giudicata meritevole di classificazione al tempo in cui è stata redatta. Il materiale è diventato “confidential” più tardi, quando è scoppiato il caso degli account email del dominio clinotnemail.com utilizzato da Hillary e dal suo inner circle per scambiare informazioni che – su questo non ci sono dubbi – avevano a che fare con il suo ruolo ufficiale, non soltanto con il tipo di latte che la candidata preferisce nel tè o con gli auguri di Natale.

 

Hillary, e anche su questo non ci sono dubbi, avrebbe dovuto utilizzare i canali di comunicazione ufficiali disposti dal dipartimento di stato, ed è materia di una cavillosa disputa fra giuristi se la sua condotta costituisca una violazione della legge o sia soltanto un veniale aggiramento del protocollo. Di certo l’ordine esecutivo firmato da Barack Obama nel 2009 parlava chiaro: la pubblicazione di informazioni “confidential” può “ragionevolmente danneggiare la sicurezza nazionale”, quindi lasciare che il flusso di dati potenzialmente pericolosi aggiri i server sicuri dell’amministrazione per precipitare in una banca dati privata di casa Clinton, gestita da una piccola compagnia di sicurezza informatica di Denver, di sicuro non rientra nel novero delle idee sagge. Poi c’è l’altra grande questione formale, su cui l’Fbi sta indagando, che riguarda l’effettivo passaggio dell’intera corrispondenza clintoniana alle autorità. Diversi leak dagli ambienti del Bureau dicono che gli uomini di Hillary hanno tentato di cancellare le informazioni dal server, e di fronte alle domande su questo punto, questione cruciale della vicenda, lei ha glissato con una battuta mal riuscita.

 

Ha chiamato il desk tecnico al dipartimento di stato (penso presumendo che tu avessi una mail del dipartimento) e ha detto loro [che una sua email le è tornata indietro, ndr]. Non avevano idea che fossi TU, soltanto un indirizzo a caso, e così ti hanno scritto. Mi dispiace.
La consigliera e “figlia adottiva” Huma Abedin spiega a Hillary la ragione per cui ha ricevuto una mail da un anonimo tecnico del dipartimento di stato.

 

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Per dirla nel linguaggio reso famoso da Donald Rumsfeld, in questa storia ci sono dei “known unknowns”, le informazioni cancellate dai controllori del dipartimento di stato, e degli “unknown unknowns”, le informazioni che potrebbero essere state cancellate dal clan Clinton prima di arrivare al vaglio dei controllori.

 

Come se non bastasse, non sappiamo nemmeno se queste ipotetiche informazioni siano tecnicamente recuperabili, o se almeno si potrà essere certi della loro inesistenza. Infine, non si sa nemmeno se il dipartimento di stato sapeva di questo account email privato usato per condurre affari ufficiali (da uno scambio si evince che era un altro “unknown unknown”), ma di certo lo sapeva Susan Rice, allora ambasciatore all’Onu e membro illustre del cerchio magico di Obama. Sembra un giochetto di logica, ma è un gioco politico, e non è affatto divertente per Hillary. Accanto alla questione formale c’è la sostanza, ovvero il contenuto degli scambi, che offre un altro spaccato del modus operandi di Hillary, un grandioso pulp parapolitico dove i meeting di altissimo profilo con capi di stato si mischiano con i commenti sugli editoriali di giornata e con le discussioni sulle serie televisive preferite. I consiglieri più stretti passano dal ruolo di confidenti a quello di adviser con grande facilità, i registri si confondono, la diplomazia e i calcoli politici personali si abbracciano, e occasionalmente “il soldato invisibile” Chelsea se ne salta fuori rimproverandola per “l’incompetenza disarmante” dei soccorsi che ha visto durante il suo viaggio ad Haiti dopo il terremoto. In copia c’è pure papà Bill.

 

Puoi trovarmi tempo per due serie tv: Parks and Recreation e The Good Wife?
Hillary alla staffer Monica Hanley

 

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Hillary usava regolarmente la stessa email anche per la gestione della sua immagine e per affari squisitamente politici. Un esempio su tutti. Nel 2010 era particolarmente attenta alle voci che volevano il generale David Petraeus interessato a considerare la corsa per la Casa Bianca. “Scriverà di Petraeus?”, chiede all’informatore che le ha dato ragguagli su una conversazione particolarmente franca fra il generale e il blogger Steve Clemons.

 

Qualche mese più tardi la stessa fonte informa Hillary che Clemons gli ha fornito ulteriori dettagli sulle intenzioni di Petraeus, facendo capire che la questione si sta gonfiando. Di lì a poco la rivista Rolling Stone pubblica un articolo esplosivo sul generale Stanley McChrystal, allora capo delle truppe in Afghanistan, che porterà al suo improvviso licenziamento. Nei giorni prima della pubblicazione, quando i rumor circolavano ampiamente nei palazzi di Washington, Hillary chiede ai suoi consiglieri dettagli sui contenuti e le possibili conseguenze. E’ il consigliere Philippe Reines a mettere in forma esplicita il modo in cui il clan Clinton potrebbe sfruttare a suo vantaggio la circostanza: suggerire alla Casa Bianca di nominare Petraeus alla guida delle truppe in Afghanistan, per “chiuderlo come Huntsman”. Il riferimento è al repubblicano Jon Huntsman, la cui sfortuna politica è attribuita al fatto di essere stato nominato da Obama come ambasciatore in Cina. La vecchia storia di tenere gli amici vicini, ma i nemici ancora più vicini, insomma.

 

Petraeus verrà effettivamente nominato al posti di McChrystal, per poi passare alla guida della Cia e da lì direttamente alla disgrazia politica per via di scambi di informazioni confidenziali avvenute – non sfuggirà l’ironia – via email.

 

Il fatto che starai a casa domani farà sentire a molti genitori ad alto livello che è ok stare a casa con i loro figli. Potrei essere uno di loro!
Anne-Marie Slaughter, ex direttore della policy al dipartimento di Stato e autrice del saggio “Why Women Still Can’t Have it All”

 

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La fonte di Hillary su Petraeus è Sidney Blumenthal, vecchio amico di famiglia senza incarichi ufficiali in quel momento che compare in qualunque forma e sotto qualunque cappello nella corrispondenza di Hillary. Blumenthal, Sid per gli amici, scrive memo non richiesti sulle elezioni inglesi, sui cartelli della droga messicani, sul processo di pace, sull’Irlanda del nord, i Balcani, le elezioni di midterm, i sondaggi d’opinione, gli avversari politici, segnala articoli perdibili e imperdibili, suggerisce manovre tattiche su tutti i fronti e dà consigli su discorsi e interventi.

 

Questo senza considerare i numerosi memo sulla Libia che aveva mandato attorno al periodo della strage di Bengasi del 2012, già pubblicati dal dipartimento di stato nell’ultima tranche di email, incontrando sempre l’interesse di Hillary, che spesso ha girato i consigli di Sid a sottoposti e diplomatici attribuendoli a fonti private.

 

E’ losco, alcolizzato, pigro e senza alcun principio.
Sidney Blumenthal a Hillary, parlando dello speaker della Camera John Boehner

 

                                                                                     ***

 

[**Video_box_2**]Quello che non sappiamo delle email di Hillary potrebbe fare la differenza fra la sbadataggine e il reato, questione non secondaria nella legalista America per chi ambisce a diventare presidente degli Stati Uniti. Quello che sappiamo, invece, è un saggio non meno equivoco intorno alle leggi che governano la galassia clintoniana, solenne mistura di cultura pop e politica con i gomiti larghi costellata di figure senza incarichi ufficiali, operatori della zona grigia che manovrano e consigliano, sussurrando le strategie giuste per guadagnare consensi nello stesso respiro in cui danno indicazioni sulla politica estera della nazione più potente della terra. Sarà anche una pistola fumante senza il morto, un così fan tutti perfettamente accettabile nell’universo della politica che è sporco e ambiguo per definizione, ma è difficile pensare che tutto questo susciti simpatia nel cuore dell’elettore americano, già indisposto di default per via del cognome.

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