Dopo tanta retorica su chi fugge, forse è il momento di elogiare chi resta

Khaled al Asaad come la sentinella di Pompei

26 Agosto 2015 alle 12:45

Dopo tanta retorica su chi fugge, forse è il momento di elogiare chi resta

Khaled al Asaad

Diciamolo fuor di ogni moralismo: oggi va di moda la fuga. Cervelli in fuga, Migranti in fuga, Capitali in fuga. Solo la dipartita dei soldini sembra aver una connotazione negativa, perché per il resto viviamo, inzuppati come frollini nel caffelatte, ne l’Elogio di chi fugge. La fuga genera comprensione, rispetto, approvazione. I giovani che levano le tende e cercano fortuna all’estero diventano, in questa nuova retorica della “grande fuga”, le nostre migliori menti, i boccioli profumati costretti a fiorire oltre confine, laddove regna il merito, il talento è pagato con un equo compenso e dove splende il sole della carriera a portata di tutti. E se finiscono a fare i lavapiatti a Londra o i raccogli-pomodori schiavizzati in Australia poco importa: quello sì che è coraggio.

 

E poi ci sono le migliaia e migliaia di uomini e donne, “in fuga da guerra-miseria-e-povertà”. Lasciano il loro paese, affrontano viaggi strazianti per approdare nell’Eldorado europeo. E ci mancherebbe, come ci ricordano dal Presidente Mattarella al Papa, che “dobbiamo essere generosi e accoglienti” perché quelli sono uomini che scappano dalle atrocità della guerra, sono “i partigiani dei loro paesi” ha aggiunto tempo fa la Presidentessa Boldrini. In qualche modo anche loro sono la meglio gioventù dell’Africa. E per carità, ché quando vedi le mamme col bambino aggrappato al collo come fa a non stringertisi il cuore? Anche se poi quando vedi questi barconi che rigurgitano ragazzoni alti due metri con bicipiti esplosivi e schiene da atleti olimpici ti viene anche da chiederti se di cotanto giovanil vigore l’Africa non avrebbe poi bisogno. Ma sono solo domande estemporanee, per carità.

 

Perché nel 2015, funziona come in amore: vince chi fugge. Addirittura il nostro sovrano parlamento sta approvando una legge per riconoscere l’onore militare ai disertori della Grande Guerra, cioè agli imboscati, quelli che di fronte al nemico sono scappati. E mi vien in mente il mio bisnonno. In famiglia si mormora che si fosse consegnato al nemico senza combattere, ma nessuno lo dice chiaramente, ché di un disertore, in fondo in fondo, un po’ ci si vergognava.

 

Ma insomma, erano altri tempi e noi siam gente di paese, perché alla fine, chi scappa da guerra, fame, povertà, disoccupazione, corruzione, concorsi truccati e treni che arrivano in ritardo, mica lo puoi biasimare: merita rispetto e comprensione. E ci mancherebbe.

 

Solo sarebbe tanto bello se ogni tanto la stessa politica che celebra le storie di chi scappa, spendesse una parola anche per chi decide di restare.

 

Non dico con la stessa enfasi, ma almeno un breve elogio sì, santo cielo. Per tutti quelli che, ogni giorno, vincono la tentazione di mollare tutto e andarsene. Per il fruttivendolo che ogni mattina alza la sua saracinesca, la maestra che se le inventa tutte per insegnare in una scuola dove non c’è neanche la carta igienica nei bagni, l’operaio, il padre e il figlio, il giornalista, l’infermiera, l’imprenditore che non chiude la baracca, né trasferisce tutto in Cina. Professoroni e semplici manovali. “Quelli che hanno letto un milione di libri e quelli che non sanno neanche parlare” come diceva la canzone. Tutti lo sappiamo, che se fossimo all’estero guadagneremmo di più, avremmo una carriera migliore, servizi sociali più ricchi e l’autobus del mattino arriverebbe anche puntuale. Ma abbiamo deciso di restare, lo decidiamo ogni santo giorno. E ogni santo giorno combattiamo, facciamo a pugni con la burocrazia, le tasse, con “figli di” e leccaculo di ogni età. Ma restiamo, per dio.

 

E, nell’anno in cui la politica non fa che strombazzar de La Resistenza, sarebbe bello che lodasse anche le piccole resistenze quotidiane, quelle di tutti quelli che, in attesa che la buriana passi, stringono i denti e vanno avanti a testa bassa, che quando chiedi loro come va, rispondono tutti come il tassista questa mattina, con un mezzo sorriso: “Resistiamo, signorì”.

 

Già, resistiamo. E allora non dico tanto, ma un piccolo elogio di chi resta, ogni tanto lor signori ai piani altri potrebbero pur farlo. Perché è vero che i vari umani in fuga hanno paura -e guai a fare paragoni!- ma non è che chi resta non ce l’abbia.

 

Non siamo mica scemi. La vediamo la tempesta dietro l’angolo, la politica avvitata su se stessa che discetta su temi assurdi e carrozze gitane mentre la barca affonda. Lo sappiamo che se fossimo andati via, saremmo al sicuro, qualora arrivasse il patatrac. E certo che abbiamo paura. E ci manca l’aria, in questa asfittica italietta. Ma decidiamo comunque di restare.

 

Un elogio di chi resta, una pacca sulla spalla, a chi ogni giorno, col suo lavoro, col suo studio, col suo impegno si prende cura di questa sgangherata nazione, non sarebbe una cattiva idea. Perché è vero che stiamo tutti qua, a tentar di vuotare l’acqua del Titanic che affonda col cucchiaino bucato, in una specie di autogestione improvvisata. Ci arrabattiamo come possiamo. E magari non c’è neanche più nulla da fare, ma ci sono uomini e donne che decidono, tutti i giorni, di tentare ancora. O, almeno, di restare al proprio posto fino alla fine. Come il contadino. Che sa, anche se non ha la laurea, che se la terra non la zappa, non c’è alternativa al deserto. E che se tutti vanno via, chi si prende cura di questa nostra povera Italia?

 

Una parola di elogio, detta così, chiara: bravo chi non si imbarca sulla carovana di chi fugge, ma tira fuori le palle e resta. Perché è vero che servono le palle per fare fagotto e andare, ma lo sa il Cielo quante ne servono non andare. Ecco, magari con altre parole, ma con questo senso.

 

E restituisce almeno un po’ di amaro conforto che per il signor Khaled al Asaad tutti abbiano speso parole di elogio e aulico cordoglio. Il direttore del centro archeologico di Palmira, in Siria, alla sua Terra ha dedicato la vita intera. Fino all’ultimo respiro. Le cronache di qualche mese fa riportavano, fra le righe, che mentre l’Isis entrava in città, c’era un uomo che correva, come un salmone in direzione contraria alla corrente dalla popolazione in fuga, per mettere in salvo statue e reperti. Era lui. Era il direttore Assaad. Il mondo dei dotti occidentali ha alzato la voce per la sua schifosa decapitazione e abbassato le bandiere a mezz’asta per denunciare tanta orribile violenza per mano dell’Isis. Ecco, senza voler fare paragoni, ché proprio non è il caso, Asaad era uno che non è fuggito. Che è stato al posto suo fino alla fine. Dispiace solo che il suo sia stato un epitaffio funebre, un elogio post mortem. Che ci si ricordi solo quando è tardi, di lui e di tutti quelli che restano, nella miseria dell’Africa, nella guerra vera della Siria, e in questa bassa guerriglia morale di casa nostra.

 

E mi viene in mente la sentinella di Pompei. Quella che, si narra, mentre l’eruzione del Vesuvio stava per travolgere la città, non è scappata di fronte al mare di lava ma è rimasta al suo posto di guardia. Altro che elogio, fortuna che non c’è la statua in nessun museo, ché, visti i tempi, qualcuno ci avrebbe già attaccato un cartello con la sintesi perfetta del pensiero corrente: “COGLIONE”.

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