Supermarket Maduro

Socialismo irreale. Abbiamo fatto per voi la fila eterna in un supermercato del Venezuela per comprare beni sussidiati, tra morti, bachaqueros e pezzi di un sistema al collasso

25 Agosto 2015 alle 06:18

Supermarket Maduro

La fila per entrare al supermercato. Tutte le foto in questo articolo sono di Lorenzo Giroffi

Il Venezuela del dopo Chavez è in balia di una inflazione mostruosa. Esiste un cambio ufficiale, secondo cui il Bolivar – la moneta interna – sarebbe scambiabile contro il dollaro nella misura di trenta a uno. Ormai, tuttavia, più nessuno tiene conto di questo, visto che si è imposto un cambio ufficioso, aggiornato giornalmente online in base alle contrattazioni che si svolgono illegalmente al confine con la Colombia: oggi un dollaro vale circa settecento bolivar, ma la cifra cresce senza sosta giorno dopo giorno. La svalutazione viaggia di pari passo all’immobilismo delle produzioni sul mercato interno e a una carenza dei beni di prima necessità. Trovare acqua, latte, medicinali, burro, sapone e tanto altro è divenuto complicatissimo in tutto il paese.
Incontriamo una famiglia di uno dei quartieri più complicati del Venezuela, il Bicentenario di Valencia, nello stato Carabobo, a meno di centocinquanta chilometri da Caracas. La routine quotidiana è sempre la stessa. Ci si sveglia all’alba, per mettersi in fila dinanzi ai supermercati dalle quattro del mattino, perché non si può andare tutti i giorni e quando si può si deve approfittare. Il governo ha razionato i beni, regolandone il prezzo e stabilendo i giorni esatti in cui si possono acquistare. Così ci si può recare a fare la spesa a scaglioni, seguendo l’ordine numerico del proprio documento. La procedura però non garantisce nulla: infatti, dopo ore di fila, può capitare che il prodotto che si stava cercando si sia già esaurito. Ci si accontenta così della merce disponibile, che in un secondo momento potrà essere barattata per strada, magari con i vicini di casa, nella speranza che si siano procurati la merce giusta e siano interessati a ciò che si è riuscito ad accaparrarsi.

 

Gli scaffali dei supermercati più grandi del paese sono vuoti. E’ uno scenario spettrale, in cui la gente si aggira per cercare un rotolo di carta, un sapone per il corpo ormai introvabile, e si imbatte invece in comparti stracolmi di prodotti inutili per la vita quotidiana, come i giochi da spiaggia o i liquidi per lavare il parabrezza delle automobili: sono gli ultimi avanzi di magazzino, ripescati chissà dove e chissà secondo quale logica, e utilizzati per riempire alla meno peggio scaffali che altrimenti resterebbero deserti.

 

Tutti i grossi centri commerciali dove sono concessi e venduti i prodotti a prezzi regolati sono presidiati dai militari, che contengono i nervi tesi delle persone in fila. Queste ci restano per cinque, sei, sette ore, rinunciando così a una giornata di lavoro e al salario. Spesso scoppiano risse improvvise e tocca ai soldati ripristinare la calma tra i presenti.

 

La donna che ci accompagna è già sicura che non riuscirà a ottenere il latte in polvere. Per farlo avrebbe dovuto portare con sé la figlia piccola, che con la sua presenza avrebbe persuaso gli operatori circa l’effettiva necessità del bene in questione. Si sarebbe trattato di tenerla in braccio per ore, sotto il sole cocente, e la madre non se l’è sentita. Siamo nel più grosso supermercato di Valencia, che per volere del Governo è stato nazionalizzato, subendo anche la mutazione del nome, che oggi è – molto semplicemente – “El Bicentenario”. Qui le risse in fila sono all’ordine del giorno: appena una cassa accenna ad aprirsi, la gente inizia a correre all’impazzata, travolgendo chiunque abbia la sventura di sostare lungo la traiettoria. Il paradosso della fame è anche fare la conta dei morti e dei feriti in coda al supermercato: durante la prima settimana di agosto, “El Bicentenario” ha registrato due morti. Un’anziana, cascata dopo gli spintoni dovuti all’apertura delle casse, schiacciata al suolo dalla gente in corsa, e un bambino, per un episodio simile, caduto dalle scale mobili. Non è raro – specie nei quartieri più difficili – che la gente finisca per minacciarsi con coltelli e pistole pur di avanzare di posto.

 

 

Una donna ci indica un ampio gruppo di persone: sono i cosiddetti “bachaqueros”. Letteralmente significa “formiche”, ma si tratta – nella sostanza – di trafficanti pronti a tutto. In un paese già dilaniato dalla fobia dei sequestri lampo e dell’insicurezza in generale, si è sviluppato anche tale fenomeno. In pratica, i bachaqueros acquistano i beni regolati al prezzo governativo nei supermercati, accaparrandoseli in grandi quantità. Dopodiché li rivendono per strada, al mercato nero, lì dove non c’è bisogno di fare fila o seguire l’ordine numerico. Ovviamente, trattandosi di mercato nero, i prezzi vengono maggiorati senza troppi scrupoli, cosa che mette ancora più in crisi le famiglie venezuelane. Uscendo dal centro commerciale e rimettendoci sulla strada che conduce alla periferia di Valencia, nei pressi di Plaza del Toro, la donna ci dimostra praticamente cosa significa dover scendere a patti con i bachaqueros. “Ora ho comunque fatto la fila – dice –, ma non sono riuscita a reperire tutto. Sono costretta ad andare da loro, e non si tratta di fretta: non voglio evitare la coda, ma semplicemente ho bisogno di olio, e al centro commerciale era già terminato da un bel pezzo. Non ho scelta: o faccio così, o devo rinunciare a preparare il pranzo”.

 

Tra i tavoli di legno di un grosso mercato ortofrutticolo, poco lontano da “El Bicentenario”, ci si imbatte facilmente in decine di bachaqueros intenti a rivendere le loro preziose mercanzie. Si trovano addirittura confezioni di medicinali, che nelle farmacie sono sparite da settimane. Recuperiamo anche l’olio, che al prezzo regolato costava centotré bolivar, oltre cinque volte di più rispetto ad alcuni mesi fa, quando ne costava diciassette. Qui al mercato nero, senza fila e con la certezza di ottenere ciò di cui si ha bisogno, il prezzo è di duecentocinquanta bolivar: una vera enormità. Nonostante questo, gli affari prosperano senza limiti: i bachaqueros sono ogni giorno più ricchi.

 

In un’intervista, il professore Pablo Polo, responsabile della facoltà di Economia di Valencia, ci spiega che il lavoro dei bachaqueros è funzionale anche alle politiche del governo. Il processo in corso fa sì che venga a costituirsi una rendita utile a placare il malcontento di una fascia debole della popolazione. Mantenendo a un prezzo molto basso i beni di prima necessità, l’amministrazione può – da un lato – ottenere importanti risultati propagandistici nei confronti delle classi più povere. Dall’altro, però, si creerà una “caccia al prodotto”, con le conseguenze di cui abbiamo detto: non tutti riusciranno ad accaparrarsi ciò di cui hanno bisogno, vuoi per sfortuna, vuoi per l’impossibilità di trascorrere lunghe ore in coda. Le cosiddette formiche non fanno altro che livellare il valore reale del prodotto con il costo, acquistandolo al prezzo regolato e vendendolo poi a quello di mercato. Quasi tutti bachaqueros appartengono a una classe sociale priva di lavoro. In questo modo bypassano il problema della disoccupazione, sgravando il governo di una ulteriore piaga. “Molte persone – spiega il docente –, soprattutto quelle con un tenore di vita più agiato, preferiscono non passare per l’inferno dei prezzi regolati, rivolgendosi direttamente ai bachaqueros, perché fare la fila per la spesa vuol dire non essere produttivo per un intero giorno, assentarsi dal posto di lavoro e magari perdere più soldi rispetto a quanto si risparmia acquistando beni regolati. E’ un meccanismo diabolico che si autoalimenta, e che sarà molto difficile interrompere”.

 

La crisi economica – secondo il professor Polo – durerà ancora molto tempo: alla base di tutto vi sarebbe stata la scelta, adottata dal governo Chávez, di utilizzare il “dollaro assistito”, che facilitava le importazioni ma non rifletteva però il valore reale della moneta. Così l’inflazione ha iniziato a galoppare, con conseguenze sempre più disastrose: molte industrie hanno smesso di produrre internamente, visto che con gli introiti del petrolio era più conveniente importare, oppure delocalizzare all’estero le imprese private venezuelane, com’è successo ad esempio con tutto il comparto calzaturiero. Questo ha però portato a una svalutazione continua della moneta, facendo di tutta l’economia venezuelana un sistema bisognoso d’importazione, con la produzione interna completamente bloccata. Se la moneta perde valore tutti iniziano a disfarsene, a qualsiasi costo, giungendo così al cambio pazzesco di un dollaro per settecento bolivar.

 

 

“L’unica soluzione adottata dal governo, prima di Hugo Chávez e poi di Nicolás Maduro, è stata quella di immettere sul mercato sempre più moneta, obbligando la Banca centrale a stampare sempre più soldi. La conseguenza naturale è l’inflazione”, conclude il docente.

 

Il Venezuela, dotato di ogni materia prima, di un patrimonio naturale e di risorse nel sottosuolo infinite, si ritrova a un grosso bivio, che ha creato dello scontento anche tra i più fedeli alla rivoluzione bolivariana. Pablo Polo crede che le elezioni parlamentari di dicembre possano assumere una doppia valenza. Da una parte l’insofferenza dilagante potrebbe riscaldare le manifestazioni di piazza, permettendo all’opposizione di mettere all’angolo il governo, con conseguenze che potrebbero rivelarsi politicamente fatali per Maduro e i suoi accoliti. Dall’altra però c’è il rischio che ai vecchi populisti se ne sostituiscano di nuovi, vista l’incapacità dei politici, soprattutto in campagna elettorale, di comunicare al proprio popolo che tutti i benefici e sussidi ottenuti fino a questo momento non saranno più possibili.

 

Il dibattito diventa sempre più teso, mentre nelle ultime settimane un organo burocratico di pendente dal governo ha precluso la possibilità di correre per le elezioni a nove dei principali politici di opposizione, tra cui Leopoldo López e María Corina Machado. Intanto, di fronte a “El Bicentenario” continua a scorrere, lentissima, la solita, eterna fila di disperati.

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