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Ci vuole un po’ di virilità

“Uno che insulta in quel modo una donna così bella è semplicemente scemo”. Harvey Mansfield osserva le offensive iperboli di Donald Trump contro Megyn Kelly, la anchorwoman che ha smascherato la misoginia del candidato durante il dibattito di Fox News.

13 Agosto 2015 alle 06:18

Ci vuole un po’ di virilità

Donald Trump e Megyn Kelly

New York. “Uno che insulta in quel modo una donna così bella è semplicemente scemo”. Harvey Mansfield osserva le offensive iperboli di Donald Trump contro Megyn Kelly, la anchorwoman che ha smascherato la misoginia del candidato durante il dibattito di Fox News, e vede l’aspetto più volgare della “manliness” che ha descritto in un libro del 2006. La virilità, scriveva il filosofo di Harvard, è la capacità di “mantenere la fiducia in se stessi nelle situazioni di rischio”, qualità che l’occidente sta perdendo sotto i colpi dell’ideologia egalitaria e neutralista. E’ stato fustigato dall’ideologia mainstream per le sue idee – ci è abituato: essere l’unico professore conservatore ad Harvard è un po’ come essere l’unica gazzella nella savana – ma i suoi detrattori non avevano molta voglia di leggere fino in fondo le sue argomentazioni, e hanno saltato la parte in cui sostiene che la “manliness” ha un aspetto buono e uno cattivo. L’aspetto cattivo della virilità è quello mostrato da Trump: “Voleva far vedere che è superiore e per farlo ha dovuto ricorrere a espressioni di pura volgarità, è stato in grado di conquistare donne bellissime nella sua vita ma quando non può possedere qualcosa ricorre all’insulto. E’ un incredibile esempio di sfacciataggine e assenza di vergogna”.

 

Però c’è un però. Perché la zuffa politica di giornata è sublimata in un dibattito sulla questione femminile e, soprattuto, sui limiti di ciò che è socialmente accettabile quando il tema diventa oggetto di discussione pubblica. Nel timore che tutto si riducesse alla solita uscita triviale, Hillary Clinton ha tracciato l’equazione fra la misoginia di Trump e quella di candidati come Marco Rubio e Scott Walker, che sono contrari all’aborto in qualunque circostanza. Ha detto che la differenza è soltanto nel packaging. “E’ il classico modo femminista di ragionare: prendere un esempio estremo e presentarlo come la regola, per sottolineare che il problema è dell’intero genere maschile. Hillary sbaglia quando dice che il problema è il packaging, perché qui il packaging è essenziale, non è un accidente. Dire che Rubio è un Trump più educato è assurdo”, dice Mansfield.

 

[**Video_box_2**]L’operazione di spin è chiara. Presentare Trump come un prototipo di genere, il maschio alfa senza vergogna che smaschera i suoi più circospetti simili. Continua Mansfield: “C’è una contraddizione alla base del pensiero femminista. Si vuole affermare l’uguaglianza di genere, ma si scopre che i generi non sono uguali, ci sono differenze naturali che hanno a che fare, ma questo è solo un esempio, con la forza fisica. Come si compensa la disparità? Facendo leggi o introducendo norme di comportamento che attivamente favoriscono le donne. Lo stato e la società civile le avvantaggiano a livello del diritto o della morale pubblica sulla base di uno svantaggio naturale, basta pensare alle leggi sullo stupro”. E così la baruffa trumpiana, con Kelly incoronata eroina universale, per Mansfield c’entra e non c’entra con “la perfetta strumentalizzazione” successiva. Quando il dibattito plana sulla condizione femminile “si attiva quel meccanismo di compensazione per cui mettiamo le donne in posizione di superiorità. Alla base del femminismo c’è l’idea della ‘gender neutrality’, ma la neutralità finisce per essere uno schermo che copre lo status di intoccabili di cui le donne godono nel discorso pubblico. Di certe cose non si può parlare, è politicamente scorretto, non puoi nemmeno dire che ci sono donne belle o brutte, se lo fai qualcuno ti dirà che in fondo sei come Trump, cambia giusto il packaging”.

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