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Prendere sul serio il clown Trump

Ritratto di un candidato atipico alla Casa Bianca che, una sparata dopo l’altra, guadagna consensi e spaventa i repubblicani.

10 Agosto 2015 alle 09:34

Prendere sul serio il clown Trump

Donald Trump (foto LaPresse)

«Io do soldi a chiunque mi chiama, così poi quando lo chiamo io mi aiuta. È un sistema corrotto, ma funziona. Ho dato soldi anche a Hillary Clinton, e in cambio è venuta al mio matrimonio» (Donald Trump giovedì scorso).

Paolo Mastrolilli, La Stampa 8/8.

 

Sessantanove anni, imprenditore, personaggio televisivo, miliardario e molte altre cose, Donald Trump è al momento primo nei sondaggi tra i 17 candidati repubblicani per le presidenziali americane 2016.

Paolo Mastrolilli, La Stampa 8/8

 

Giuseppe Sarcina: «All’inizio hanno provato a ignorarlo. Una vecchia tattica che non può funzionare con uno come Trump. Provocatore per vocazione; populista brutale, ma capace di entrare in sintonia con le profondità dell’America minuta, impaurita dai migranti, tentata dal neo razzismo. L’incredibile capigliatura paglierina di Trump è ormai onnipresente».

Giuseppe Sarcina, Corriere della Sera 11/7

 

Fra le dichiarazioni di Trump delle ultime settimane: «La pigrizia è un tratto caratteristico dei neri»; «Il Messico non ci manda i migliori, spedisce da noi drogati, criminali, stupratori»; «Il senatore John McCain non è un eroe di guerra. Si può chiamare eroe qualcuno che è stato catturato? A me piacciono quelli che non si fanno catturare»; «L’unica differenza tra me e gli altri candidati è che io sono più onesto e le mie donne sono più belle».
Massimo Gaggi, Corriere della Sera 6/8

 

Mattia Ferraresi: «Blasonate dinastie politiche, secchioni della policy, trascinatori di folle con laurea ad Harvard e altri eroi politici più o meno credibili, per il momento, si trovano a dover inseguire le intemerate del più sgargiante degli avversari. E se ne stanno lì esattamente come li ha rappresentati una copertina del New Yorker: aggrappati ai bordi di una piscina a guardare preoccupati un enorme Trump che si tuffa a bomba».
Mattia Ferraresi, Panorama 6/8

 

Donald John Trump è nato nel quartiere di Queens, New York, il 14 giugno 1946, nel Flag Day in cui gli americani festeggiano la prima comparsa della bandiera a stelle e strisce.
Davide Piacenza, Studio – Ritratti estate 2015

 

Il padre, Fred Trump, era un imprenditore edile di successo con proprietà a Brooklyn e Queens, figlio di immigrati tedeschi (il nome originario della famiglia era Drumpf) arrivati a New York negli ultimi anni dell’Ottocento.
Paolo Mastrolilli, La Stampa 3/8

 

«La coppia più felice che ho visto sono stati i miei genitori, insieme per 63 anni. Mio padre era molto in gamba ma non si è mai spinto oltre Queens e Brooklyn, io ho colonizzato Manhattan. Forse sono stato più ambizioso di lui, forse erano tempi diversi. Per papà il massimo era abitare nei sobborghi, stare con mia madre, cambiare la macchina ogni due anni. Io ho avuto bisogno di Trump Tower, dell’hotel Plaza, dello yacht, del jet» (Donald Trump).
La Stampa 3/12/2003

 

Quando Donald e suo fratello Robert erano bambini, un giorno si trovarono insieme a giocare coi blocchi colorati da costruzione in salotto. Donald aveva un progetto ambizioso, e i suoi pezzi non gli bastavano. Ne chiese un po’ in prestito al fratello minore, che glieli concesse a patto che gli fossero restituiti in seguito. Donald prima si impossessò di alcuni dei blocchi del fratello, poi di tutti quanti, senza ridarglieli più.
Davide Piacenza, Studio – Ritratti estate 2015

 

Da ragazzo era così indisciplinato che il padre lo mandò all’Accademia militare di New York, nella speranza di raddrizzarlo. Si è poi laureato in Economia in una delle più selettive università americane, la Wharton School of Economics.
Paolo Mastrolilli, La Stampa 3/8

 

Amministratore delegato e presidente della Trump Organization e fondatore del Trump Entertainment, Forbes gli attribuisce 2,9 miliardi di dollari di ricchezza, lui si vanta di averne 9 (e il Washington Post avalla la sua pretesa).
Giampiero Gramaglia, il Fatto Quotidiano 5/8

 

Fece causa a Tim ’O Brian del New York Times per avere insinuato che in realtà le sue società valessero soltanto 250 milioni di dollari e il resto fossero solo debiti.
Vittorio Zucconi, la Repubblica 5/8

 

Il primo colpo lo mette a segno comprando proprietà in svendita nella bancarotta delle ferrovie newyorkesi degli anni ’70, come l’hotel Commodore, diventato Grand Hyatt Hotel. Poi compra terreni ad Atlantic City per costruire casinò, l’anno prima che venisse legalizzato il gioco d’azzardo.
La Stampa 3/12/2003

 

Davide Piacenza: «Quando gli chiedono a quali ricerche di mercato si fosse affidato per investire nel settore dei casinò lui fa spallucce con la sua solita aria strafottente, si indica il naso, come per dire che era stato soltanto il fiuto a guidarlo. La Trump Organization acquisì il Taj Mahal Casino nel 1988, e lo inaugurò il 2 aprile 1990 con un concerto di Michael Jackson».
Davide Piacenza, Studio – Ritratti estate 2015

 

La decisione di lanciarsi nel settore dei casinò, col Taj Mahal, lo aveva portato alla bancarotta nel 1991. Paolo Mastrolilli: «In totale quattro sue compagnie sono fallite, però ha sempre trovato il modo di ripagare i debiti e tornare alla grande a costruire. Il simbolo della rinascita era stata la Trump World Tower, completata nel 2001, 72 piani davanti all’Onu che all’epoca erano la torre abitativa più alta del mondo.
Paolo Mastrolilli, La Stampa 3/8

 

«Di lui si narrano parabole e miracoli, come la storia dell’umile meccanico che riparò la sua auto in panne senza chiedere neppure la mancia e il giorno dopo ricevette, nella corbeille di fiori per la moglie, l’avviso dalla banca che il suo mutuo era stato pagato ed estinto».
Vittorio Zucconi, la Repubblica 12/8/2004

 

Tre mogli, tutte bellissime, Ivana Zelníčkova, Marla Maples e ora Melania Knauss. In tutto cinque figli e sette nipoti.
Paolo Mastrolilli, La Stampa 3/8

 

E poi, il suo reality show personale, The Apprentice, lanciato nel 2004 e girato in larga parte in uno studio allestito nella Trump Tower; una grande corsa ciclistica che portò il suo nome per due anni, dal 1989 al 1990, il Tour de Trump; una serie di giochi da tavolo in stile Monopoli, ma con un volto assai riconoscibile stampato su ogni singola banconota eccetera.
Davide Piacenza, Studio – Ritratti estate 2015

 

Salutista: non fuma, non beve né caffè né liquori dopo la morte di un fratello alcolizzato.
La Stampa 3/12/2003

 

Ha la fobia di microbi: non stringe mani e ogni volta che è costretto a farlo corre subito a disinfettarsi.
Federico Rampini, la Repubblica 4/4/2011

 

Impiega almeno un’ora e mezza al giorno a farsi lavare, tingere, pettinare e cotonare i capelli. Nel 2004 consentì a Keith Naughton, giornalista di Newsweek, di analizzare da vicino la sua chioma, senza fargliela toccare.
l’Espresso, 09/12/2004

 

Ha militato nel Partito repubblicano, riformista, democratico, indipendente, ora di nuovo repubblicano.
Paolo Mastrolilli, La Stampa 3/8

 

Nella campagna presidenziale del 2012 cavalcò la falsa leggenda su Barack Obama nato in Kenya. Per mesi continuò a esigere che il presidente mostrasse il certificato di nascita.
Federico Rampini, la Repubblica 21/7

 

Da quando ha annunciato la sua candidatura per le primarie repubblicane, lo scorso 16 giugno nella Trump Tower di New York, ha promosso una campagna aggressiva e politicamente scorretta, al cui centro sono stati posti il tema dell’immigrazione illegale. Ha dichiarato che gli Usa avrebbero dovuto invadere il Messico invece dell’Iraq, e che se arrivasse alla Casa Bianca obbligherebbe il governo messicano a pagare la costruzione di un muro lungo gli oltre tremila chilometri di frontiera.
Massimo Gaggi, Corriere della Sera 6/8

 

Certo, il suo programma economico è apparso finora vago. Ferraresi: «Un’amministrazione Trump dovrebbe fare chiarezza sulla politica fiscale. Fino a pochi anni fa diceva che “il peso della società va portato da chi è in grado di contribuire di più”, mentre oggi si è reinventato in qualche modo epigone del liberismo. Si è a tal punto contraddetto e ha a tal punto piroettato su se stesso e sulle maschere che ha indossato sul palcoscenico della politica che l’Huffington Post ha deciso di continuare a seguirlo, ma nella sezione dell’entertainment».
Mattia Ferraresi, Panorama 6/8

 

Nel primo dibattito televisivo tra dieci candidati repubblicani, giovedì scorso a Cleveland, la giornalista della Fox News Megyn Kelly, lo ha incalzato elencando le espressioni più offensive da lui usate nei confronti delle donne: «scrofe grasse», «animali disgustosi» e altro ancora. Trump ha risposto con un «ho detto quello che ho detto, non ho tempo da perdere col politicamente corretto».
Massimo Gaggi, Corriere della Sera 8/8

 

Trump, arrivato al dibattito televisivo per ultimo e in in ritardo, a bordo del suo Boeing 757.
Flavio Pompetti, Il Messaggero 8/8

 

Giovedì Trump è stato l’unico dei dieci candidati a dare una notizia, che non va sottovalutata: se non sarà lui il candidato del partito prenderà in considerazione una corsa come indipendente, e comunque non darà necessariamente il suo endorsement a chi uscirà con la nomination dalle primarie.
Flavio Pompetti, Il Messaggero 8/8

 

Mastrolilli: «In un’altra era politica, prima della depressione economica, l’immigrazione vista come minaccia, il consenso costruito sui social media a colpi di 140 caratteri, gli sgozzamenti dell’Isis e l’ondata populista, un candidato alla Casa Bianca che si fosse comportato come Donald Trump giovedì sera durante il primo dibattito televisivo fra i repubblicani, il giorno dopo avrebbe dovuto chiudere la campagna. Invece adesso stiamo aspettando i sondaggi, e se nei prossimi giorni scopriremo che il suo consenso non è precipitato, dovremo cominciare a riconoscere che stiamo raccontando una storia nuova. Odiosa per alcuni, eccitante per altri, ma certamente inedita».
Paolo Mastrolilli, La Stampa 8/8

 

a cura di Luca D’Ammando

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