Lost in Arabia

Storia del flop obamiano in Libia

Ieri il Washington Post ha pubblicato una ricostruzione del fallimento dei piani dell’Amministrazione americana in Libia dopo la morte di Gheddafi – avvenuta nel 2011.

7 Agosto 2015 alle 06:18

Storia del flop obamiano in Libia

Un carro armato delle forze islamiste dell'Alba della Libia

Roma. Ieri il Washington Post ha pubblicato una ricostruzione del fallimento dei piani dell’Amministrazione americana in Libia dopo la morte di Gheddafi – avvenuta nel 2011. Come spiega la giornalista Missy Ryan che ha scritto l’articolo, il presidente Barack Obama aveva scelto proprio la Libia come una “priorità personale” per mostrare la capacità (sua e) dell’America di ricostruire un paese dopo un intervento militare – e quindi per marcare la differenza con le due guerre volute dal suo predecessore in Iraq e in Afghanistan.

 

La Libia doveva essere un caso modello: prima intervento militare leggero, soltanto con aerei e logistica (il cosiddetto “leading from behind”), poi stabilizzazione del paese, a partire dall’economia e dalla politica. Su Obama incombe però una maledizione: i suoi tentativi di creare alleati locali e di farsi amici duraturi nei paesi arabi nascono storti e finiscono male, con una serie di finali che variano dalla delusione reciproca all’irrilevanza al disastro. Con l’Iran invece no, Obama è riuscito a raggiungere il grande obiettivo che ha puntato per tutto il doppio mandato, il patto sull’armamento atomico – ma l’Iran non è un paese arabo naturalmente.

 

Per almeno un anno dopo la morte di Gheddafi i diplomatici americani mandati in Libia si concentrano su dossier e temi civili, e non sulla sicurezza militare. La morte dell’ambasciatore Chris Stevens nell’attacco a Bengasi del settembre 2012 è uno choc e cambia tutto: l’Amministrazione  evacua la maggior parte dei suoi uomini, e quando li fa tornare impone regole di sicurezza che li limitano fortemente e in pratica gli impediscono di fare il loro mestiere, stare in contatto con i libici. Nella prima metà del 2013 la Casa Bianca trova nuova speranza in Ali Zeidan, il presidente libico, laico, ex esule in Europa con padronanza delle lingue occidentali, ex attivista dei diritti umani: con lui, durante un incontro in un club di golf nell’Irlanda del nord, si decide di fondare un nuovo esercito libico che dovrà pensare alla sicurezza del paese con il nome di Forza multifunzione (General Purpose Force, Gpf).

 

[**Video_box_2**]I circa ventimila uomini della Gpf devono in teoria prendere il posto dell’esercito gheddafiano, che ancora paga lo stipendio a 112 mila soldati – ma che in realtà non riuscirebbe a mobilitarne più di cinquemila. Come accade con tutte le forze militari arabe e alleate dell’America che l’Amministrazione tenta di creare, anche la Gpf diventa presto qualcosa a metà tra la farsa e il disastro. I libici non vogliono arruolarsi, perché le milizie pagano di più e sono meno disciplinate. I paesi che si occupano dell’addestramento sono Stati Uniti, Gran Bretagna, Turchia e Italia. Gli Stati Uniti parlano molto di mandare addestratori militari in Libia, ma poi non lo fanno perché considerano la missione troppo rischiosa. Metà delle reclute libiche spedite in Turchia lascia il corso  perché la vita in caserma è troppo rigorosa. Delle 300 reclute libiche mandate in Inghilterra, un terzo lascia, altri chiedono asilo politico. Le restanti sono mandate in blocco a casa, dopo  una sequenza orripilante di stupri a danno di ragazze inglesi che rischiano di mettere in serio imbarazzo il governo. Le uniche a non mollare sono le reclute mandate ad addestrarsi in Italia: il Washington Post spiega che gli italiani hanno ceduto alle richieste dei libici su alloggi e vitto per rendere più comoda la loro permanenza. Non mancano problemi con le reclute anche in Italia: alcune, selezionate per un corso di sub grazie al sistema ultranepotistico libico, si presentano agli istruttori pur senza saper nuotare e sono rispedite indietro.

 

Come non bastasse, il programma finisce sotto il controllo del vice ministro della Difesa di Zeidan, che si chiama Khalid Sharif. Islamista, tenuto in carcere dagli americani in Afghanistan per due anni. Sotto di lui, il programma è considerato come una cospirazione anti islamica – anche se lui nega e ufficialmente approva: la morte lenta accelera. Il resto è cronaca di oggi: un gruppo di paesi europei, assieme all’America, sta studiando nuovi mini-interventi militare nella Libia senza esercito affidabile.

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