cerca

Il giovane Biden

Ironia e resilienza americana con un tocco hipster. Il vicepresidente può scalfire il brand Clinton

2 Agosto 2015 alle 06:15

Il giovane Biden

Joe Biden scruta Barack Obama (foto LaPresse)

New York. Nell’epoca ormai codificata, perfino trita, della rottamazione e della narrazione, l’elemento anagrafico è importante, così come l’appetibilità per il vasto bacino elettorale dei millennial. Il candidato ideale è giovane per definizione, soltanto non è detto che la giovinezza si rintracci sulla carta d’identità. E’ così che il 74enne socialista Bernie Sanders finisce per essere un propalatore di parole d’ordine egalitarie che fanno vibrare i cuori più giovani, e il fatto che la sua candidatura contro la corazzata di Hillary abbia un’aspettativa di vita molto breve non significa poi molto per i suoi idealisti sostenitori.

 

Altri gruppi spontanei di giovani impegnati da mesi fanno una pre campagna a scopo persuasivo per Joe Biden, che di anni ne ha 73 ed è un pezzo della mobilia dell’establishment, ma ha le caratteristiche giuste per solleticare l’immaginario più giovane. I ragazzi del gruppo Draft Biden hanno sulle macchine l’adesivo “I’m ridin’ with Biden” e nel primo spot lanciato qualche giorno fa dicono che il vecchio vicepresidente incarna “le convinzioni della generazione più giovane”. Il pedigree è impeccabile: paladino delle battaglie sociali, degli ultimi, teorico del disengagement americano, infaticabile lottatore contro la cultura dello stupro diffusa nei campus, e soprattutto sostenitore della prima ora dei diritti lgbt.

 

E’ lui che ha spifferato in un’intervista televisiva, mascherandola come incidente, l’“evoluzione” di Barack Obama sul tema prima che il presidente potesse annunciarla da sé. Su tutte le issue che più stanno a cuore ai giovani, Biden ha numeri e convinzioni al di sopra di ogni sospetto. In questi anni la sua influenza nell’Amministrazione è stata enorme, e fin dall’inizio ha accettato di correre con Obama soltanto a patto di avere un ampio raggio di autonomia e accesso costante al presidente. Se fosse stato soltanto un figurante di palazzo sarebbe rimasto ben attaccato al suo seggio in Senato. Biden ha imposto capi di gabinetto e consiglieri per la sicurezza nazionale, ha tenuto i rapporti con il Congresso, ha viaggiato in lungo e in largo, mettendo le mani sui dossier più delicati, dalla guerra dei droni ai negoziati con l’Iran fino al “big fucking deal” della riforma sanitaria. Quelli di Draft Biden dicono che è “uno dei vicepresidenti più influenti della storia americana recente”, titolo che secondo alcuni doveva spettare in esclusiva a Dick Cheney, mentre il trend del vicepresidente forte è passato da un’amministrazione all’altra. In più, Biden è ironico.

 

Bollato frettolosamente come un gaffeur, una specie di controfigura del presidente degli Stati Uniti nel film comico “Hot Shots! di Jim Abrahams, Biden è diventato un grandioso e scaltro interprete del suo personaggio, quello con il sorriso scintillante che sale sul palco e indica volti nella folla; il guerriero che con gli anfibi color sabbia e Ray-Ban a goccia fa visita alle truppe al fronte, il nonno festante che spara con i fucili ad acqua agli invitati alla tradizionale festa di inizio estate nel giardino di casa, all’osservatorio della Marina; il cattolico che si sveglia presto per andare a messa e allo stesso tempo invoca la libertà di scelta del singolo quando si tratta di matrimonio, aborto e fine vita.

 

[**Video_box_2**]C’è qualcosa di intimamente hipster nell’autoironia di Biden, e non è un caso che qualche mese fa sia finito nella redazione di Vice a Brooklyn per una lunga intervista. Infine, la credibilità di Biden viene anche dalla sua storia personale, intrisa di drammi e perdite. La sofferente dignità con cui ha affrontato la morte del foglio Beau ha commosso il paese così come nel 1972 si era commosso per la morte della moglie e della figlia di un anno in un incidente stradale. Aveva già deciso di mollare la carriera politica appena iniziata, ma i suoi colleghi di partito lo hanno convinto a rimanere, dando l’abbrivio a una storia di resilienza e spirito coriaceo che è la quintessenza del sentire americano. La voce di corridoio dice che prima di morire Beau avesse cercato di convincerlo a correre per la presidenza. Ha il sorriso facile e la scorza dura, Biden, uno che ha ricevuto l’estrema unzione perché c’era il rischio che non sopravvivesse a un’intervento d’urgenza per un aneurisma cerebrale. Qualche mese fa ha detto che entro la fine dell’estate avrebbe deciso se scendere in campo contro Hillary. I sondaggi – per quel che valgono a questo punto – dicono che avrebbe la possibilità di raggranellare percentuali significative, forse non abbastanza per vincere, ma magari sufficienti per scalfire l’idea granitica dell’inevitabilità del brand Clinton. E forse abbastanza per galvanizzare l’elettorato più giovane che straluna gli occhi al solo sentire pronunciare il cognome Clinton. Nel 1988 Biden si era candidato alla presidenza nella speranza di diventare il presidente più giovane dopo John Fitzgerald Kennedy, e forse non ha mai abbandonato del tutto l’idea.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi