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La maledizione dei curdi

Sono odiati in medio oriente ma anche i nostri unici “boots on the ground” contro lo Stato islamico. La Turchia li attacca, loro dicono che “una roccia è forte al suo posto”. Martedì il vertice della Nato ha dato ad Ankara il via libera per i bombardamenti sui curdi, ma con “proporzionalità”.

31 Luglio 2015 alle 13:22

La maledizione dei curdi

Il funerale di alcuni guerrieri curdi uccisi a Kobane nella guerra contro lo Stato islamico lo scorso aprile (foto LaPresse)

Martedì sul Telegraph c’era una foto del sindaco di Londra Boris Johnson immortalato nel Kurdistan iracheno con l’aria beata di un ragazzino che gioca a indiani e cowboy. Fino a un anno fa, parlare di curdi ai non addetti ai lavori strappava solo sbadigli, poi, dall’oblio, sono emersi i peshmerga a combattere lo Stato islamico come Davide contro Golia e, tutto a un tratto, i curdi sono diventati altro rispetto alla fumosa “questione curda”. Nel distillato di orrore quotidiano che registrava l’avanzata dell’esercito di Abu Bakr al Baghdadi, l’unica consolazione erano loro, i peshmerga, che in Iraq e in Siria affrontavano la morte amando la vita e, per un po’, è sembrato che nell’entusiasmo per quei guerriglieri e quelle guerrigliere con gli occhi fieri e la coda di cavallo tutto potesse finalmente ricomporsi, persino la prospettiva di uno stato indipendente. Stava scoccando il “momento curdo”, (“The world’s next country”, titolava Foreign Policy qualche mese fa) e il più popoloso gruppo etnico senza una nazione – 30 milioni di persone suddivise tra Turchia, Iran, Iraq e Siria – avrebbe potuto smentire il detto che li vuole soli, senza amici a parte le montagne. Perché i curdi erano i “boots on the ground” della coalizione occidentale, una zattera di senso in un medio oriente alla deriva e poco importava, in anni senza onore e senza coraggio, che a condurre le danze fossero i peshmerga del governo regionale curdo, i combattenti del gruppo marxista Pkk o i loro alleati. Non era il momento per perdersi in sottili distinguo o denunciare scheletri negli armadi. Questo fino a che, la settimana scorsa, la Turchia si è svegliata dal suo torpore bombardando prima lo Stato islamico in Siria e poi il Pkk in Iraq. Contrordine: dimenticate i peshmerga e le miliziane che conoscono ogni piega di deserti e crepacci. La pace con i curdi “è impossibile” ha detto il presidente turco Recep Tayyip Erdogan martedì archiviando quattro anni di tregua, dopo trent’anni di conflitto: l’Is e il Pkk si equivalgono, terroristi entrambi. Ankara ha convocato una riunione della Nato a Bruxelles, incassando il via libera degli alleati corredato da un invito a non abbandonare i colloqui di pace e a rispettare la “proporzionalità” della reazione nei confronti del Pkk.

 

Nel frattempo, Washington e Ankara hanno siglato un’intesa sull’utilizzo delle basi aeree turche da parte della coalizione e il portavoce del dipartimento di stato, John Kirby, ha detto che l’America è grata alla Turchia per la sua cooperazione e le riconosce il diritto di difendersi dai terroristi del Pkk (una definizione, quella di gruppo terroristico, adottata anche da europei e americani). Kirby ha puntualizzato che è lo Stato islamico l’obiettivo di Ankara in Siria e che i miliziani dell’Ypg, il braccio armato del partito curdo siriano legato al Pkk (il Pyd), non saranno un bersaglio. (La rassicurazione non ha tuttavia tranquillizzato i curdi e l’Osservatorio siriano per i diritti umani ha già accusato la Turchia di aver attaccato il villaggio di Zur Maghal vicino a Kobane, la cittadina simbolo della resistenza curda all’Is).

 

Il Telegraph ha commentato che, nella lista dei tradimenti occidentali, quest’ultimo inflitto ai curdi è uno dei più grotteschi. La Turchia non attaccherà tutti i gruppi curdi – si obietta ricordando i legami, anche economici, tra Ankara e la capitale del Kurdistan iracheno Erbil – ma solo il Pkk. Il problema è che le distinzioni sono davvero evanescenti e gli stessi militanti curdi legati alla galassia di Abdullah Oçalan hanno raccontato di transitare spesso da una sigla all’altra a seconda del teatro delle operazioni. “Questi ragazzi – ha detto un funzionario della difesa americano citato dal Wall Street Journal – non indossano targhette che ci aiutano a identificare il gruppo in cui combattono, ma quello che sappiamo è che stanno lottando contro le persone giuste”.

 

L’analista del Washington Institute Soner Catapgay ha spiegato sulla Cnn che è stato il ruolo crescente dei curdi contro “le persone giuste” e il conseguente innalzamento del loro status regionale a spingere i turchi a cambiare posizione. “Ankara ha capito che più attendeva, più i curdi avrebbero guadagnato terreno in Siria”. Secondo Catapgay “dopo la conquista di Tal Abyad, per i curdi il passo successivo sarebbe stato muoversi a ovest dell’Eufrate e occupare l’area al confine con la Turchia”. E’ stato questo timore “ad accelerare l’accordo con gli americani, d’ora in avanti i bombardamenti saranno molto più massicci e a beneficiarne non saranno più solo i curdi”.

 

Concedendo la base militare di Incirlik, Ankara mira a sostituire i curdi come alleati principali degli Stati Uniti nella lotta allo Stato islamico, un passaggio significativo tanto alla luce dell’exploit elettorale del partito curdo Hdp di Selahattin Demirtas, quanto rispetto agli scenari post deal nucleare tra Washington e l’Iran. Al contempo, sotto l’ombrello della lotta al terrorismo, la Turchia può liberamente fiaccare il Pkk e costringerlo a tornare a trattare, più avanti, da una posizione di debolezza.

 

E’ il trionfo della realpolitik, la politica estera che, come asseriva Henry Kissinger, non può essere un lavoro missionario. Kissinger è peraltro annoverato come il Darth Vader della storia curda del ventesimo secolo. Nel 1975 Mustafa Barzani, padre dell’attuale leader del governo regionale curdo, Massoud, invocò l’aiuto degli Stati Uniti perché la sua gente era sotto attacco nell’indifferenza generale. “Crediamo che gli Stati Uniti abbiano una responsabilità morale e politica verso un popolo che ha abbracciato la linea americana”, disse. Al che, il segretario di stato americano ordinò a un componente del suo staff: “Promettetegli qualsiasi cosa, dategli quello che prendono e si fottano se non stanno allo scherzo”. Lo scherzo americano era stato incoraggiare una rivolta curda contro Baghdad sostenuta da iraniani e israeliani, salvo poi benedire una pace segreta tra Iran e Iraq alle loro spalle e lasciarli alla mercè della reazione di Baghdad (secondo le stime furono uccise circa 180.000 persone). “Non mi fido dello shah – aveva detto Barzani – ma mi fido dell’America. L’America è una potenza troppo grande per tradire un piccolo popolo come i curdi”. L’illusione gli fu fatale. Un voltafaccia simile si ripeté nel 1991, quando, sull’onda della ritirata irachena dal Kuwait, curdi e sciiti furono incitati dalla Casa Bianca a ribellarsi a Baghdad. In seguito però, preoccupato dai possibili contraccolpi della caduta di Saddam Hussein, George H. Bush ci ripensò e negoziò un cessate il fuoco con l’Iraq negando di aver mai avuto l’intenzione di intervenire negli affari interni iracheni. Curdi e sciiti furono scaricati e la repressione violentissima ha lasciato cicatrici che non si sono ancora rimarginate. Ma la più dolorosa, tra le tante promesse mancate delle grandi potenze nei confronti dei curdi, fu quella del 1920, quando il Trattato di Sèvres che sanciva i nuovi equilibri internazionali dopo lo smembramento dell’Impero ottomano decretò per la prima volta la creazione di un Kurdistan indipendente. Tuttavia, solo tre anni dopo il Trattato di Losanna calpestò quelle aspettative in favore di una nuova pace con la nascente Turchia kemalista. L’unica occasione in cui i curdi hanno realizzato il loro sogno è stato grazie all’aiuto dei sovietici dal 1945 al 1946 a Mahabad, in Iran, ma quando i russi si ritirarono le loro truppe l’esperienza si concluse in modo tanto rapido quanto cruento.

 

[**Video_box_2**]Quello che sorprende dell’esperienza curda è il sospetto con cui la loro traiettoria storica, spesso drammatica, è stata percepita dai loro vicini, che si tratti di forti potenze regionali, come i persiani e gli ottomani, o di minoranze altrettanto antiche e bistrattate come gli assiri e gli armeni. I luoghi comuni sono spesso gli stessi, contraddittori e feroci: i curdi sono primitivi, banditi che scendono dalle montagne come predoni, i curdi sono sciatti e disordinati, degli approfittatori buoni solo a lusingare gli occidentali. Gli armeni detestano i curdi perché alcune tribù organizzate in strutture paramilitari parteciparono al genocidio del 1915-’18, mentre gli assiri non dimenticano il massacro del 1933 ordinato da re Faysal e condotto da un generale curdo.

 

L’inflessibilità nei confronti dei curdi ha forse qualcosa a che vedere con la resilienza di un carattere che i nemici chiamano ottuso e gli altri, invece, riconoscono come determinato. “Una roccia è forte al suo posto”, dice un proverbio curdo che racconta tanto della solitudine della sua gente. La resistenza dei curdi allo Stato islamico sarà anche alimentata dalla causa indipendentista, e il Pkk ha accumulato orrendi peccati capitali inseguendo la chimera del Grande Kurdistan – narcotraffico, rapimenti, omicidi – ma nel medio oriente sconquassato tanto dall’avanzata dello Stato islamico quanto dalla guerra fratricida tra sunniti e sciiti non si intravedono santi all’orizzonte.

 

Ma inoltre, dalla “no fly zone” del ’91, al riconoscimento della semi-autonomia del governo regionale curdo, sancita dalla costituzione irachena del 2005, i curdi hanno anche guidato la ricostruzione di una regione che, al netto dei limiti della dipendenza petrolifera e dei guasti prodotti dall’influenza e dalla rivalità tra partiti, tribù e clan familiari, ha saputo rappresentare una speranza di rinascita nel desolante panorama iracheno. “L’Iraq esiste solo nella mente di gente che sta alla Casa Bianca”, ha detto un anno fa al New Yorker Masrour Barzani, capo dell’intelligence e figlio di Massoud, ma sebbene i curdi giudichino fallimentare il governo centrale di Baghdad, a Washington il “momento curdo” non è ancora arrivato e la politica americana resta quella del “One Iraq”.

 

Poco meno di un anno fa il trentacinquenne comandante di una compagnia di 45 peshmerga, Adam Derike, confidava al Wall Street Journal di credere poco nell’aiuto degli Stati Uniti e delle altre potenze occidentali. “Lo Stato islamico sta combattendo contro l’umanità. Noi, invece, prendiamo ordini dalla gente e lottiamo per l’umanità, ma la storia insegna che, quando ti batti per l’umanità, sei sempre solo”.

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