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Il sangue dei figli

Staremo meglio quando avranno ucciso il secondogenito di Gheddafi?

29 Luglio 2015 alle 06:25

Il sangue dei figli

Saif al-Islam Gaddafi (foto LaPresse)

Non l’hanno ancora fucilato, Saif al-Islam, figlio di Muhammar Gheddafi, ma già litigano sulle sue spoglie. Il secondogenito del capriccioso tiranno libico macellato nell’ottobre del 2011 dai ribelli suoi rivali, testimoni attivi i servizi segreti francesi, è stato appena riconosciuto colpevole di genocidio e condannato alla fucilazione. Il problema è che la sentenza è stata emessa da un tribunale di Tripoli che non è riconosciuto dal governo di Tobruk, quello controllato dal generale Khalifa Haftar, che sarebbe il nostro basculante interlocutore privilegiato nel gran caos nordafricano. C’è poi un altro dettaglio non da poco: Saif al-Islam sarà pure un cadavere ambulante in attesa di sbrigativa esecuzione, ma al momento non è nelle disponibilità degli integralisti che governano Tripoli poiché è detenuto in carcere da un ex gruppo di ribelli nella regione di Zintan; gruppo, nemmeno a dirlo, misconosciuto sia da Tripoli sia da Tobruk.

 

Drôle de guerre, questa libica, e a quanto pare senza termine, che oggi sembra arricchirsi di una coda sanguinaria dal forte valore simbolico. La fine disordinata di un regime tribale e spietato come quello del colonnello Gheddafi, tollerato fino a pochi anni fa come un male necessario, ha consegnato allo sguardo strabico dell’occidente un paesaggio di rovine sequestrate da ex militari gheddafiani e tagliagole di vario ordine (molto forti quelli dello Stato islamico), macerie nelle quali si aggirano come ombre turbe di migranti subsahariani in attesa che i loro Caronte barbuti li rovescino nel Mediterraneo. Non proprio un successo, per chi ha confidato nelle promesse della primavera araba. Adesso si aggiunge l’ulteriore dilemma: lasciare che ammazzino i figli del satrapo scannato salverà le nostre coscienze sul guaio libico? Saif al Islam, il più moderno e coltivato discendente del clan regnante spazzato via, l’ex promessa di una possibile (per noi, non certo per lui) transizione democratica nella vita civile di un paese che nella sua ricchezza petrolifera ha la sua forza e la sua condanna storica, ormai non vanta grandi aspettative: “Non ho paura di morire, ma se mi ucciderete dopo un processo del genere dovrete solo parlare di omicidio”, avrebbe detto, consapevole della sua infelice (non innocente) condizione di vittima d’un feroce regolamento di conti. L’Onu si è detta “profondamente turbata” e questo non è uno sfoggio di cattiva coscienza, ma di impotenza sì.

 

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