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Numeri, ambizioni, scandali e scoop di Nikkei, la media company che ha comprato il Financial Times

La più importante compagnia di informazioni economiche del Giappone, ha messo le mani sul quotidiano rosa-salmone della City di Londra. E adesso?

23 Luglio 2015 alle 20:36

Numeri, ambizioni, scandali e scoop di Nikkei, la media company che ha comprato il Financial Times

La sede del Financial Times a Londra (foto LaPresse)

Roma. Si diceva da tempo che il Financial Times era in vendita, e che c’erano grandi gruppi interessati all’acquisto, Bloomberg, Reuters, Axel Springer. Giovedì mattina, quando ha iniziato a circolare la notizia dell’annuncio imminente della vendita (scoop di Reuters), sulla rete è iniziato il totoacquirente, ore di incertezza, news alert che facevano pendere il negoziato di qui o di là. Mentre ci guardavamo l’ombelico, spaesati, sono arrivati i giapponesi. Nikkei, la più importante compagnia di informazioni economiche del Giappone, ha comprato il Financial Times, il quotidiano rosa-salmone della City di Londra, che ha una circulation di 720 mila copie (dati 2014), vetrate sul Tamigi e newsroom prestigiosa, per un miliardo e trecentomila dollari. James Fallon, ceo di Pearson, che da cinquantotto anni possiede il Financial Times ma che ha come core business l’education, la didattica, ha detto che per garantire il successo della testata, in un momento di trasformazione e anche turbamenti, era necessario farla entrare in una media company globale. Pearson continuerà a possedere il palazzo che ospita il Financial Times così come il 50 per cento del magazine britannico Economist. Il titolo della Pearson ha guadagnato il 2,4 per cento, mentre il direttore del quotidiano, Lionel Barber, ha subito rassicurato la redazione, comprensibilmente sorpresa (non è che molti conoscano Nikkei, certo non i suoi progetti, per tutta la giornata sono circolate le foto dei giornalisti che seguivano la definizione del loro futuro in diretta tv, per poi assieparsi uno accanto all’altro per avere ragguagli, dettagli, calma), garantendo continuità e indipendenza editoriale.

 

Nikkei ha 42 società affiliate che si occupano di informazione finanziaria, giornali, televisioni, società di eventi, database e indici di Borsa. Il quotidiano è un “must read” per i giapponesi, il settimanale è elegante e informatissimo (strumento perfetto per comprendere l’Asia, ma è il secondo tentativo, il primo era stato chiuso, non lo leggeva nessuno), in generale è un brand conosciuto per l’accuratezza e gli scoop – giovedì molti giornali ricordavano che alla fine degli anni Novanta fu Nikkei a sottolineare i segnali che indicavano il collasso economico vicino. I profitti del 2014 sono stati di 82 milioni di dollari, ma se Nikkei è un colosso popolarissimo nel suo paese, come molte altre aziende giapponesi fa fatica ad affermarsi all’estero. Al grido “growth and global” già dal 2013 il gruppo ha cercato visibilità all’estero, cominciando a occuparsi non soltanto del Giappone ma di tutta la regione (e giovedì già ci si interrogava sulle reazioni della Cina: su Twitter George Chen, giornalista del South China Morning Post, spiegava che l’ultima cosa che Pechino voleva vedere era questa acquisizione, ora i cinesi avranno ancora più argomentazioni per criticare la copertura che il Financial Times fa del paese). Tsuneo Kita, presidente di Nikkei dal 2008, nella sua prima dichiarazione dopo che la notizia dell’acquisizione è stata ufficializzata, ha detto di essere “molto fiero” perché la sua azienda condivide con il Financial Times “gli stessi valori giornalistici”. Poi, sui social network, ha iniziato a girare lo scoop del tabloid Shukan Bunshun datato tre anni fa. Il giornale scandalistico aveva beccato una reporter di Nikkei, Misa Inoue, all’epoca cinquantenne ma “carina e giovanile”, entrare e uscire dall’appartamento di Tsuneo Kita di Tokyo. In Giappone per un uomo sposato, specie se un personaggio pubblico, farsi trovare con l’amante non è esattamente una nota di merito. Fatto sta che Nikkei è stata per qualche tempo al centro delle polemiche, perché avrebbe boicottato violentemente lo Shukan Bunshun, rifiutando la pubblicità di aziende collegate e minacciando querele. L’affair di Tsuneo Kita era diventato improvvisamente il simbolo della libertà d’espressione giapponese.

 

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[**Video_box_2**]Se il Financial Times è uno dei giornali più attenti ai mercati asiatici (l’Asia editor del giornale della City, nonché ex capo della redazione di Tokyo, David Pilling, ha raccontato la sua esperienza nel libro “Bending Adversity: Japan and the Art of Survival”: nel 2002 in tempi non sospetti lo spedirono in Giappone a imparare la lingua, e da lì non si mosse più), l’industria dei media giapponesi da tempo tenta di esportare il proprio prodotto. Ed è anche un pallino del premier Shinzo Abe, quello di migliorare la comunicazione del Giappone all’estero. “Nihon Keizai Shimbun Inc., il più grande quotidiano economico giapponese, si trova nella stessa condizione di molte aziende giapponesi: è in una posizione dominante a casa, ma la sua migliore speranza è crescere all’estero”, scriveva giovedì il Wsj. Non a caso il modello Japan Times è quello di un giornale per stranieri in Giappone, con molte firme non giapponesi. Al contrario, Nikkei tenta da almeno dieci anni il salto mantenendo la propria identità. Ne è un esempio il Nikkei Asian Review, lanciato nel 2013, un settimanale in lingua inglese ma con un modello di business e con giornalisti giapponesi. L’Economist asiatico. Ecco perché quello, a Pearson, lo hanno lasciato.

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