L’Iran e l’internazionale del terrore

Federica Mogherini non parla con John Kerry né con il premier curdo Massoud Barzani, non legge il Washington Post e ha idee confuse sulla situazione politica a Baghdad.

15 Luglio 2015 alle 19:34

L’Iran e l’internazionale del terrore

Foto LaPresse

Roma. Federica Mogherini non parla con John Kerry né con il premier curdo Massoud Barzani, non legge il Washington Post e ha idee confuse sulla situazione politica a Baghdad, altrimenti non avrebbe detto a Repubblica: “Adesso l’Iran potrà avere un ruolo fondamentale per risolvere la serie di conflitti che incendiano il medio oriente. Pensiamo alla Siria, all’opera di persuasione che potrebbe esercitare su Assad. Pensiamo al peso che ha avuto in Iraq. Ha sostenuto un governo di unità nazionale che conteneva sciiti, sunniti e curdi. Oggi potrebbe fare ancora di più”.

 

Se Lady Pesc ascoltasse con più attenzione il segretario di stato John Kerry, saprebbe che l’Iran, mentre partecipa ai colloqui di Vienna, spalleggia con forza la guerra civile nello Yemen. Tanto che Kerry stesso, il 7 aprile, ha denunciato l’appoggio di Teheran ai ribelli Houthi: “L’Iran deve sapere che gli Stati Uniti non rimarranno a guardare mentre la regione viene destabilizzata o mentre alcune persone lanciano una guerra aperta superando le linee, i confini internazionali, in altri paesi”. Se Lady Pesc parlasse col premier curdo Massoud Barzani, conoscerebbe questo giudizio: “Le milizie sciite irachene sono peggio dello Stato islamico”. La valutazione è stata ripresa da al Tayeb, grande imam di al Azhar: “Al Azhar esprime le sue preoccupazioni per le decapitazioni e le aggressioni contro pacifici cittadini iracheni, del tutto estranei allo Stato islamico, commesse dalle milizie sciite alleate con l’esercito iracheno a Tikrit e nell’Anbar”. Queste parole erano state pronunciate all’indomani della riconquista di Tikrit da parte delle milizie sciite comandate dal generale dei pasdaran Qassem Suleimani, dunque sotto il comando politico di Teheran. Ma se la Mogherini dicesse a Barzani che “l’Iran ha sostenuto un governo di unità nazionale che conteneva sciiti, sunniti e curdi”, non sarebbe irrisa solo perché Barzani è uomo di mondo. Il governo sostenuto dall’Iran e presieduto dall’ex premier Nouri al Maliki ha inviato infatti la Guardia nazionale a minacciare i curdi a causa del petrolio di Kirkuk, ha condannato a morte il vicepresidente sunnita Tariq al Hashemi e ha a tal punto discriminato le tribù sunnite dell’Anbar, che le ha gettate nella braccia del Califfato.

 

Forse Mogherini pensa all’attuale governo di Haidar al Abadi, che però, su pressione dell’Iran, continua l’identica politica settaria di Maliki che invia contro le tribù sunnite alleate dello Stato islamico essenzialmente le milizie sciite che sono “peggio dell’Is”, in un quadro da anni denunciato da Razzaq al Suleiman, capo della tribù sunnita irachena dei Dulaimi: “L’influenza iraniana in Iraq produce distruzione, uccisioni ed espulsione dai nostri territori. Se l’Iraq dovesse perdere la sua identità araba, l’Iran, che persegue questo obiettivo, si mangerebbe il Golfo dalla sera alla mattina”.

 

[**Video_box_2**]Il Washington Post ha pubblicato un pronostico sulle conseguenze “pacificatrici” dell’accordo di Vienna: “Il suo effetto più immediato sarà quello di fornire a Teheran il prossimo anno 150 miliardi frutto della revoca delle sanzioni, fondi che i suoi leader useranno probabilmente per rivitalizzare l’economia interna ma anche per finanziare guerre e gruppi terroristici in Siria, nella Striscia di Gaza, Yemen e altri”. Tralasciamo i 10 mila missili iraniani lanciati da Gaza su Israele e veniamo al possibile ruolo “pacificatore” dell’Iran in Siria: oggi 6-8 mila pasdaran e miliziani di Hezbollah (agli ordini della Guida suprema, Ali Khamenei) combattono in Siria per sostenere Bashar el Assad. E continueranno a farlo nella imminente battaglia per Damasco.

 

L’unica novità di Vienna allora è che a questo punto l’Iran può impiegare 150 miliardi – come nota il Washington Post – per proseguire il suo esplicito disegno di “esportare la rivoluzione sciita”, come spiega con orgoglio il comandante dei pasdaran Ali Jafari.

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