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Il “metodo Merkel” con i media

Renzi striglia il Pd sulla comunicazione. Ma lo stile ultra vincente della cancelliera resta lontano. Zero retroscena, apparizioni tv centellinate, lunghi silenzi.

8 Luglio 2015 alle 06:15

Il “metodo Merkel” con i media

Angela Merkel (foto LaPresse)

Berlino. La vera austerity Angela Merkel l’ha adottata innanzitutto per se stessa. Il suo stile di vita sobrio e riservato, che ha conquistato la maggioranza dei tedeschi, ha influenzato anche il modo in cui comunica idee e decisioni all’opinione pubblica. Così, mentre in queste ore il premier italiano Matteo Renzi ha impartito lezioni di comunicazione a deputati e senatori del Pd che praticherebbero forme eccessive di “catenaccio” in televisione, pur in tempi di democrazia mediatica, la cancelliera è riuscita a piegare i ritmi frenetici della comunicazione ai suoi tempi lenti e alle sue regole ferree. Il decantato “metodo Merkel” è stato appreso sui banchi della facoltà di Fisica di Lipsia. Un metodo scientifico secondo il quale si aspetta di avere su un determinato argomento tutte le informazioni disponibili, in ogni possibile dettaglio e complete di ogni immaginabile sviluppo. E che solo dopo averle sezionate per bene al microscopio, come in un esperimento di laboratorio, si è pronti a parlare. Quel che ne verrà fuori sarà però un condensato di frasi ben ponderate, pesanti come macigni, destinate a segnare una strategia politica che ammetterà poche variazioni di percorso. Dichiarazioni secche, contenuti pragmatici, concetti chiari. Mai discorsi debordanti, semmai grandi, lunghi silenzi, come avvenuto in questi mesi a proposito della crisi greca. Una prudenza che spesso le viene rinfacciata da chi vorrebbe che interpretasse la leadership con il piglio di chi balza sempre sulla cresta dell’onda. “Eppure le riesce di determinare grandi effetti con poche parole”, dice al Foglio Claudia Bender, giornalista televisiva e mediatrainer presso l’agenzia Fulmidas di Berlino.

 

 “Il modello di successo della Merkel – continua la Bender – è fondamentalmente basato sulla forza della tranquillità. E’ una donna che non si è mai affidata ai classici attributi femminili e questo l’ha resa credibile. Non gioca con il potere, lo ha. E lo usa”. A mettere la testa nel mondo di parole della Merkel, si scopre anche una personalità più frastagliata, in contrasto con il cliché della cancelliera austera consolidatosi all’estero. Ed emerge quello della Mutti, della mamma affettuosa di tutti i tedeschi. “Il suo stile retorico riesce a entrare in sintonia con le persone”, dice al Foglio Bettina Wertheim, alla guida dell’azienda berlinese Acies Kommunikation, “e a dare allo stesso tempo un’impressione di concretezza”. Tre fattori in particolare influenzano la sua retorica: “E’ volutamente poco pretenziosa, si orienta ai fatti e lascia da parte esplicitamente vanità personali. In ciò si differenzia dalla maggioranza degli uomini di potere con i quali interagisce all’estero. La sua umiltà suscita fiducia e suggerisce l’idea che al potere ci sia una persona competente che lavora per il bene del popolo. Poi sottolinea sempre il valore della condivisione, parla ai sentimenti degli uomini, dà l’impressione di calarsi nei loro panni. A differenza di altri politici, il suo tono è impolitico e personale. Allo stesso tempo sa ascoltare. Infine è dotata di umorismo, ride volentieri anche di se stessa. Il che aiuta a costruire ponti”.

 

[**Video_box_2**]Alle sue spalle agisce la sua gioiosa macchina da guerra di comunicazione: il Bundespresseamt, un apparato da 80 milioni di euro l’anno secondo lo Spiegel. Qui si decide la strategia comunicativa della Merkel. E qui è maturata la trasformazione della cancelliera da brutto anatroccolo a cigno, grazie soprattutto a un sapiente lavoro sull’immagine. “La messa in scena e i linguaggi dell’immagine sono oggi più importanti del contenuto”, dice ancora Claudia Bender, “e Merkel ne ha capito il valore di lungo periodo. Nell’ultimo G7 in Baviera, la foto ufficiale la ritraeva al centro di una fila di uomini tutti vestiti in grigio. E lei era l’unica con la giacchetta colorata d’azzurro”. La presenza diretta sui media poi è centellinata, le dichiarazioni affidate a conferenze stampa, le interviste ai giornali si contano sulla punta delle dita, le presenze nei talk-show televisivi sono rarissime e quasi sempre legate ad appuntamenti rituali. Poi ci sono i briefing con i giornalisti durante i viaggi ufficiali. La selezione degli accrediti è una delle armi più efficaci in mano al Bundespresseamt. Da ultimo lo sbarco di Merkel nel mondo del web, un video-podcast settimanale con cui la cancelliera si rivolge ai cittadini sui temi d’attualità. Tutto questo lascia poco spazio al retroscena, cioè ai virgolettati attribuibili alla Merkel o ai “suoi stretti collaboratori”, un esercizio dietrologico che in Germania non ha molta fortuna. I rapporti con la stampa sono gestiti dal portavoce del governo Steffen Seibert. Cinquantacinque anni, bavarese, giornalista di bella presenza, ex mezzobusto della Zdf, Seibert occupa il posto chiave del processo comunicativo della Merkel dall’agosto 2010. Tre volte alla settimana, puntuale come un orologio svizzero, Seibert diffonde il verbo della cancelliera di fronte alla platea dei giornalisti. Una breve introduzione sulle decisioni prese in Consiglio di gabinetto, un paio di dichiarazioni di Merkel sugli eventi d’attualità e poi via al fuoco di fila delle domande, cui l’ex moderatore tv oppone la stessa disarmante tranquillità della sua datrice di lavoro. Un muro di gomma. In fondo la Cdu è l’ultima scuola democristiana sopravvissuta nel Vecchio Continente.

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