Il cattivo esempio

Tsipras baratta infelicità per i greci: la strada per evitare la Grexit non è solo stretta, è anche lunga. E l’est europeo diventa falchissimo: quante volte ancora dobbiamo sentirci dire di no?

8 Luglio 2015 alle 06:15

Il cattivo esempio

Foto LaPresse

Chiedimi se sono felice, e la risposta non potrà che essere “no”. Era questa la domanda che, al fondo, Alexis Tsipras ha posto ai greci nel referendum più rapido della storia: si faceva riferimento ai prestiti, alle imposizioni, all’accanimento europeo, ma s’intendeva la salvezza, la possibilità di poter curare l’infelicità, al bancomat o alla pompa di benzina, come a tavola, in famiglia, dove s’è litigato fino a lasciarsi per sempre. “Qui festeggiano”, ci racconta David Patrikarakos, un giornalista che scrive su molte testate internazionali e ora è ad Atene, “c’è stata una grande euforia, ma nessuno sa che cosa accadrà adesso”. Sono felici? No.

 

Ryan Heath, giornalista dell’edizione europea di Politico, l’autore del Playbook mattutino, dice che i greci scrollano le spalle quando chiedi quali saranno le ripercussioni del referendum, i turisti mostrano furtivi banconote da 100 euro, mentre i greci più svegli – e anche più danarosi – ritirano i famosi 60 euro giornalieri da più conti, in modo da potersi creare un tesoretto, intanto che le banche continuano a essere chiuse e si gira in autobus senza pagare il biglietto. La disponibilità degli istituti bancari è passata da 18 miliardi di euro a 5 con l’aumento degli haircut da parte della Banca centrale europea, ancora per questa settimana sarà tutto chiuso, i farmacisti mostrano ai giornalisti l’elenco dei medicinali che mancano e che non saranno reperibili, ma le spiagge sono piene, i bar anche, la fila all’Acropoli è sempre lunga, e se le aziende si sono messe, quando possono, a pagare in contanti, i negozianti aspettano i russi, che arrivano e comprano pellicce anche sotto il sole cocente. Pure gli americani si attrezzano: “La crisi greca è una gran bella opportunità per farsi un viaggio”, scriveva ieri Matthew Yglesias su Vox.com, ricordando ai viaggiatori che è meglio comunque portarsi i contanti, ché le carte di credito non è che siano molto amate. Con il cinismo da investitore, il giornalista mostra grafici che dimostrano quanto sarà più conveniente una vacanza nelle belle isole greche se per caso si concretizzasse la Grexit.

 

Ci si arrangia come accade da tempo, in Grecia, provando a rimettere insieme i cocci delle famiglie – quelli del paese non sono ricomponibili – dopo discussioni interminabili, porte sbattute, padri disperati, non fate scemenze qui torniamo alla dittatura e al cibo razionato, e figli sicuri: questa è la nostra infelicità, questa è la nostra resistenza, non ci possono controllare, vogliamo vivere. I giornali negli ultimi giorni si sono riempiti di storie familiari, spaccati di insofferenza, in cui i genitori si disperano perché il sì al referendum ha perso e i figli festeggiano, è una questione di dignità, non ne possiamo più, perché dobbiamo seguire le regole che decidono gli altri, vogliamo contribuire a stabilirle noi, le regole. I giovani sono i sostenitori di Tsipras e della rivolta, e non ascoltano le storie dei loro padri, che di infelicità ne hanno da raccontare, sperando che questo sia il momento del riscatto. Sì, ma poi se arriva l’uscita dall’Europa? Silenzio, nessuno sa rispondere, perché una risposta non c’è.

 

A Bruxelles i negoziati sono iniziati di nuovo, in un clima surreale in cui il referendum del “no” pesa tantissimo ma allo stesso tempo è come se non ci fosse stato, perché ancora si discute del bailout che è stato bocciato dal popolo greco. “E’ un gran rischio per Tsipras”, dice Patrikarakos, che fin dall’inizio ha sottolineato l’alchimia politica del premier greco, il suo azzardo vittorioso, politicamente sublime, se non fosse che poi il populismo ha un prezzo e la trappola è bella che pronta, oltre che pericolosa: cosa negozi adesso, di nuovo l’infelicità? Scrive Felipe González, ex premier spagnolo, sul País, con un tono di malinconica saggezza: si troverà un pacchetto che possa giustificare tanta sofferenza? I leader greci si sono avventurati nei corridoi di Bruxelles ancora senza un piano scritto da presentare, ma “come ogni greco dovrebbe sapere, quando Hybris arriva, Nemesi non è mai troppo distante”, dice Patrikarakos, e ora giustizia in qualche modo sarà fatta.

 

La via per evitare l’uscita della Grecia dall’euro è stretta, scrive il Monde, e Bloomberg ha pubblicato un grafico che spiega con qualche freccia cosa accade: una strada è la Grexit, anche se tutti cercano di non pensarci. Una seconda strada prevede nuovi negoziati – è quella in corso – ma nessun accordo, il che comporterebbe o un’uscita secca o instabilità e poi l’uscita, e forse un altro referendum. La terza strada prevede negoziati, un accordo temporaneo e poi un nuovo bailout, che potrebbe essere poi rifiutato dal popolo greco.

 

La via per tenersi la Grecia è stretta ma è anche lunghetta, perché ci sono scadenze e ripensamenti, perché ancora non si sa come si fa a farla uscire, questa benedetta Grecia, non ci sono gli strumenti tecnici a disposizione. La Grecia vale lo 0,3 per cento del prodotto interno lordo mondiale, il suo peso specifico è ridotto – “la Cina crea una nuova Grecia ogni sei settimane”, scrive Rana Foroohar su Time – ma sta mettendo a rischio il più grande esperimento di globalizzazione pacifica degli ultimi sessant’anni. “E’ l’esempio, quello che conta”, dice Patrikarakos, ed è sull’esempio che si stanno contorcendo i paesi dell’Unione europea. Non c’è soltanto il contagio politico, la possibilità che il referendum del “no” possa galvanizzare i Podemos o le Leghe (per la cronaca: Podemos, che terrà le sue primarie il 24 luglio, continua a ripetere che la Spagna non è la Grecia) e che la formula “preferiamo non avere soldi piuttosto che non avere rispetto” prenda piede laddove il sentimento antieuropeo è forte. La rivolta populista ha il suo fascino, ma “è un corteggiamento del disastro”, come ha scritto Yannis Palaiologos di Kathimerini.

 

Non c’è solo l’emulazione che può portare all’instabilità, c’è soprattutto il precedente. Che cosa possiamo imparare dall’avventura greca: che se t’intestardisci poi comunque una soluzione la troviamo? O che se decidi di non rispettare le regole non sei più uno dei nostri? Tomi di geopolitica ed economia – per non parlare dei romanzi, poi dice che le relazioni internazionali non sono come le relazioni d’amore – precipitano tutte in un piccolo paese mediterraneo fatto di isole ugualmente indignate, ugualmente infelici.

 

I paesi dell’est europeo sono i più arrabbiati – si dice falchi, in termini diplomatici, ma è un modo di nascondere la furia. La prospettiva di fornire nuovi fondi alla Grecia o addirittura di assecondare le richieste di riduzione del debito (quello greco vale il 180 per cento del pil) genera rabbia e amarezza in quei paesi che hanno attraversato una profonda recessione e hanno adottato le misure dell’austerità, pagandone i costi anche politici, le stesse che ora i greci stanno rifiutando, ballando in piazza il sirtaki. “Il rifiuto delle riforme da parte della Grecia non può voler dire che otterrà soldi più facilmente”, ha tuittato Peter Kazimir, ministro delle Finanze della Slovacchia, ribadendo ieri all’Eurogruppo che prolungare il dibattito sul debito è “deleterio” per tutti, per Atene e per l’Europa. “Il governo greco, invece che dire la verità al suo popolo riguardo alle conseguenze di un ‘no’, l’ha aizzato contro quelle riforme che sono necessarie per stabilizzare la situazione finanziaria”, ha detto Dalia Grybauskaite, presidentessa della Lituania. E ancora ieri il suo ministro delle Finanze Janis Reirs ha ripetuto: “L’uscita dal sistema di un elemento che non funziona in alcuni casi può essere benefico”. Il più diretto è stato il presidente estone, Toomas Hendrik Ilves, su Twitter, a risultato referendario ancora caldo: “Dobbiamo alzare le nostre tasse per salvare la Grecia?”.

 

Buona parte di questi paesi è esposta nei confronti della Grecia in modo molto più consistente rispetto alla Francia e alla Germania (guida la classifica la Slovacchia, seguita a Malta, Slovenia ed Estonia, secondo i dati dell’Ieseg School of Managemement) e il pil pro capite della Grecia è più alto di quello di molti dei paesi dell’est europeo, grazie alla generosità di Bruxelles. Ma non sono né l’invidia né la gelosia a determinare i toni duri dell’est: è il precedente.

 

[**Video_box_2**]C’è poi la questione ucraina che da sempre viene affiancata, per ragioni spesso incomprensibili, alla crisi greca. All’inizio dell’anno, quando gli europei negoziavano gli accordi di Minsk 2 tra russi e ucraini, circolò una vignetta che raffigurava la cancelliera tedesca, Angela Merkel, e il presidente francese, François Hollande, che dicevano al capo del Cremlino, Vladimir Putin: “Non possiamo darti la Grecia e tu ci dai l’Ucraina?”. Sui giornali ucraini la crisi greca non è mai stata raccontata con grande empatia: i pensionati di Atene prendono 600 euro al mese, che è più di quanto prende un poliziotto a Kiev. Petro Poroshenko, presidente ucraino, ha detto in un discorso alla tv: “Quest’anno, le nostre politiche efficaci e responsabili hanno consolidato l’aiuto e la solidarietà di tutto il mondo nei confronti dell’Ucraina. La Grecia si è trovata isolata perché è stata meno responsabile quando ha cercato di ricattare la commissione europea”. Ora, non è che il processo ucraino sia così virtuoso, e sappiamo che anzi riformare Kiev è doloroso e complicato quanto riformare Atene – le similarità in termini di corruzione e clientelismo sono parecchie – ma, come ha scritto il columnist di Bloomberg View Leonid Bershidsky, già editore dell’edizione russa di Forbes, “se Tsipras ha successo nel cavare fuori altri soldi all’Europa, mostrerà a paesi come l’Ucraina che lo sforzo onesto non rende, che la membership eruopea è una questione politica, che non si fonda soltanto sulle regole”.

 

Nella trappola ci siamo tutti, Tsipras che rivende infelicità e gli europei che perdono l’unica forza che avevano, che era quella di attrarre, non di cacciare via.

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