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L’oxi a Washington

Il “no” greco è una vittoria della logica liberal di Krugman contro la prudenza della Casa Bianca. L’economista Dadush: “L’America è poco esposta ad Atene e non teme che si rivolga a est”.

7 Luglio 2015 alle 09:42

L’oxi a Washington

Festeggiamenti in Grecia per l'esito del referendum (foto LaPresse)

New York. Ieri l’ennesimo richiamo della Casa Bianca a trovare un’intesa per evitare “un impatto diffuso” sull’economia europea. Ma è da settimane che Washington ha intensificato la pressione sugli alleati europei per evitare la soluzione drastica e destabilizzante dell’uscita della Grecia dall’euro, e il portavoce di Obama ha confermato la settimana scorsa le telefonate concitate fra il presidente e François Hollande per “sviluppare una serie di riforme e finanziamenti che permetterebbero alla Grecia di tornare a crescere e di sostenere il suo debito”, mentre guardava con preoccupazione all’avvicinarsi del referendum indetto da Alexis Tsipras. Nella logica prudente e realista di Obama la vittoria del “no” non era la soluzione auspicabile.

 

Certo, il contrasto americano del rigore tedesco, attuato per anni giocando di sponda con gli alleati del fronte antiausterità, da Parigi a Roma, è posizione nota della Casa Bianca, ma un conto è fare pressione per convincere Angela Merkel ad allentare la presa, un altro è tifare per la frammentazione dell’Eurozona e per tutte le conseguenze sistemiche che ne deriverebbero. Obama si è così allineato idealmente a Tsipras, ma up to a point. Si va avanti compatti, ma quando appare il baratro il presidente americano si ferma. Nella lista delle priorità geopolitiche di Obama la stabilità è al primo posto, e il rischio, ora concretissimo, di una Grexit non serve allo scopo. A vincere, sulla sponda occidentale dell’Atlantico, è stata la linea liberal di Paul Krugman, che – al contrario di Obama – ha spinto fino alle estreme conseguenze referendarie le sue opinioni crudamente avverse agli austeri diktat di Berlino e delle burocrazie tecnocratiche europee. Alla vittoria del “no”, il premio Nobel per l’Economia ha scritto che la “campagna di intimidazione” del fronte del “sì” è stata un “momento vergognoso in un’Europa che dice di credere nei princìpi democratici. La vittoria del ‘sì’ avrebbe offerto un precedente terribile, anche se i creditori avessero avuto ragione”.

 

Secondo Krugman, accettare le condizioni della troika non aveva senso nemmeno da un punto di vista economico, ma è il dato politico il perno dell’argomentazione: il modo in cui l’Europa tratta la Grecia è contrario ai princìpi democratici. In questo senso l’esito del referendum dovrebbe essere ben accolto, almeno in linea teorica, da un’Amministrazione democratica. L’economista Uri Dadush, analista del Carnegie Endowment for International Peace, spiega al Foglio che l’impegno del governo americano per salvaguardare l’Unione è stato piuttosto esagerato nel racconto mediatico. E’ innanzitutto un fatto di numeri: “L’America non ha un effetto diretto sulla politica europea né soffrirà in maniera sostanziale di questa instabilità.

 

[**Video_box_2**]L’esposizione è minima, si parla di 10-15 miliardi di dollari nelle banche private e della partecipazione di maggioranza al Fondo monetario internazionale, che ha contribuito con cifre minime”. Dadush vede la vittoria del “no” come l’opportunità per una dolorosa e necessaria correzione delle fondamenta dell’unione economica e monetaria: “E’ una decisione che finalmente chiarisce che l’Europa è a un bivio: o Berlino cambia  la sua posizione negoziale, e accetta un piano di ristrutturazione del debito, oppure accetta l’uscita della Grecia. Atene non può pagare i debiti, e questo lo sapevamo già: ora però lo sappiamo in forma ufficiale e sappiamo che una solida, solidissima maggioranza dei greci vuole andarsene”. Per l’economista, il dramma europeo che si sta consumando potrebbe anche avere un effetto geopolitico gradito all’America, mentre relega gli accordi energetici di Atene con la Russia e un eventuale spostamento dello sguardo della Grecia a est, dove il primo interlocutore è Vladimir Putin, a “vecchi ragionamenti da Guerra fredda”. “Posto che gli Stati Uniti hanno altri problemi di instabilità, parlo del medio oriente e dell’area pacifica, il messaggio che un’uscita della Grecia darebbe alla Germania è questo: guarda che c’è un limite. E se non risolviamo i problemi strutturali, e parlo di unione fiscale e condivisione dei debiti, i grandi nodi della questione europea, il problema diventerà sempre più grande”, dice Dadush. Un’Europa più solidale, meno austera e meno berlinocentrica è certamente una visione gradita alla Casa Bianca. Ma il costo di questo riequilibrio krugmaniano deve essere sopportabile, cosa al momento tutt’altro che garantita.

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