Sisi detta il suo vocabolario anti terrorismo

Il presidente egiziano promulga una nuova legge che aumenta le pene per chi compie attentati. E spiega ai giornalisti quali termini usare per definire i jihadisti (Stato islamico, per esempio, non è più consentito)

6 Luglio 2015 alle 19:28

Sisi detta il suo vocabolario anti terrorismo

Combattenti di Ansar Beit al Maqdis, la cellula dello Stato islamico nel Sinai

L’Egitto ha presentato un nuovo disegno di legge per potenziare l’attuale legislazione anti terrorismo, al termine di una delle settimane più difficili da quando Abdel Fattah el Sisi ha assunto la presidenza del paese. In assenza di un Parlamento con pieni poteri sin dal 2013, la decisione sull’adozione delle nuove misure anti terrorismo spetta unicamente al presidente. Dopo l’attentato dello scorso 29 giugno che ha ucciso il procuratore generale Hisham Barakat, uno tra i principali oppositori alla fratellanza musulmana, il 2 luglio lo Stato islamico ha attaccato diverse postazioni dell’esercito egiziano nel Sinai infliggendo perdite pesanti.

 

Già all’indomani dell’attentato a Barakat, uno dei più gravi nella storia recente dell’Egitto, avvenuto nel quartiere presidenziale del Cairo, Sisi aveva annunciato delle contromisure adeguate per rendere giustizia in tempi celeri a coloro che aveva definito “i nostri martiri”. Deciso a capitalizzare la rabbia collettiva contro i Fratelli musulmani, Sisi ha ribadito che le esecuzioni dei prigionieri islamisti (tra cui l’ex presidente Mohammed Morsi) sarebbero state eseguite ugualmente e che il governo non si sarebbe lasciato intimorire. “Non aspetteremo 10 anni per giudicare coloro che ci stanno uccidendo”, aveva detto Sisi. Il nuovo pacchetto normativo include 55 articoli che prevedono un iter processuale più rapido per coloro che sono accusati di terrorismo e di destabilizzare il paese. Per anni, molti giudici egiziani hanno lamentato una legislazione troppo farraginosa e hanno giustificato così il ricorso frequente a processi lampo emessi da corti militari. Le nuove norme, pur senza stabilire uno stato d’emergenza, permettono ai procuratori di applicare misure più pesanti a coloro che vengono fermati con l’accusa di terrorismo. Il ministro per gli Affari parlamentari, Ibrahim al Heneidy, ha detto la settimana scorsa che la pena di morte o l’ergastolo potranno essere imposte anche “a coloro che sono accusati di finanziare il terrorismo”. Inoltre, i difensori potranno fare appello una sola volta contro il giudizio della corte, invece di due come prevede la legislazione attuale. 

 

Le nuove misure legislative non si limitano al solo snellimento dell’iter processuale ma intendono anche garantire che i media non presentino una realtà troppo distante da quella ufficialmente descritta dalle istituzioni. Dopo gli attacchi sferrati nel Sinai da Ansar Beit al Maqdis, la cellula egiziana dello Stato islamico nel Sinai, contro le postazioni dell’esercito, il ministero della Difesa aveva comunicato l’uccisione di 21 soldati tra Rafah, al Arish e Sheikh Zuweid. I media locali avevano invece riportato cifre ben superiori, parlando di oltre 100 militari uccisi dai jihadisti. Ora, secondo un articolo del nuovo pacchetto di misure adottate dal governo, i giornalisti che riportano informazioni che contraddicono quelle diffuse dal governo e dall’esercito rischiano almeno due anni di carcere. “Non c’era altra scelta”, ha commentato il ministro della Giustizia, Ahmed el Zind, “il governo ha il dovere di difendere i suoi cittadini dalle informazioni sbagliate. Spero che nessuno lo interpreti come una restrizione alla libertà dei giornalisti. E’ solo una questione di numeri”.

 

[**Video_box_2**]La guerra di Sisi al terrorismo, però, non passa solo dalle cifre, ma anche dalla corretta definizione del nemico. Nelle nuove norme è specificato che non sarà più consentito ai media internazionali che lavorano in Egitto usare l’acronimo di “Isis” e nemmeno il termine “Stato islamico”, “gruppo islamico”, “islamisti”, “emiri”, “ulema” o “fondamentalisti”. Termini che, chiarisce un vademecum consegnato ai giornalisti stranieri, “offuscano l’immagine dell’islam” e che arrogano alla religione islamica dei crimini che non le appartengono. I termini consentiti saranno invece quelli di “assassini”, “distruttori”, “macellai” ed “estremisti”.

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