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Se questa è strategia

Cuba, Iran e clima: così l’agenda di Obama ha lasciato l’America sguarnita di fronte a Is e Russia. Il passaggio del presidente americano da “non abbiamo ancora una strategia” a “abbiamo una strategia sbagliata”

1 Luglio 2015 alle 06:15

Se questa è strategia

Barack Obama (foto LaPresse)

New York. Un’inchiesta pubblicata ieri dal Wall Street Journal spiega il percorso che ha portato Barack Obama a ridefinire la sua politica estera nel secondo mandato, dando la priorità a certi dossier politicamente promettenti salvo poi trovarsi a rabberciare frettolosamente una strategia quando si è trovato assalito dalla realtà. L’articolo firmato da Carol Lee e Jay Solomon racconta che nel 2012, alcune settimane dopo la rielezione, il presidente ha convocato il suo team di politica estera per avere una lista di obiettivi prioritari nel momento in cui l’Amministrazione era stata sollevata da ogni incombenza elettorale e poteva concentrarsi sulla costruzione della “legacy”.

 

Da quella serie di incontri in cui, raccontano i funzionari della Casa Bianca, “tutti i dossier erano sul tavolo” sono usciti quattro obiettivi fondamentali: favorire il disgelo con Cuba, intavolare un negoziato con l’Iran, lavorare sull’accordo di libero scambio nell’area del Pacifico (in linea con il “pivot asiatico” lanciato nel primo mandato) e le politiche ambientali. “Le iniziative – scrive il Wall Street Journal – riflettevano la convinzione di Obama che l’impegno diplomatico ed economico è più importante del potere militare nel garantire un’influenza duratura dell’America”. La logica corrispondeva perfettamente ad alcuni princìpi strategici già enunciati all’inizio del primo mandato: l’archiviazione della Guerra al terrore, la politica della mano tesa al mondo arabo e un generale senso di disimpegno militare e politico nelle aree geopoliticamente più rilevanti del globo. Forse non si trattava proprio di un ritiro americano, ma certo di un radicale riposizionamento della più grande potenza del mondo.

 

Ben Rhodes, viceconsigliere per la sicurezza nazionale, spiega: “Guardava ai dossier sul tavolo e diceva ‘certo, dobbiamo affrontare il terrorismo, dobbiamo affrontare le sfide della sicurezza in medio oriente, ma non possiamo essere consumati da queste cose’ in parte perché quella non è la regione che determinerà i prossimi 50 o 100 anni”. Rhodes è stato immediatamente assegnato al capitolo cubano della strategia, e ha iniziato a condurre dialoghi in segreto con i funzionari dell’Avana a Ottawa e Toronto. Altri sono stati assegnati al dossier iraniano, e hanno preso a discutere – ancora più in segreto – con Teheran a Ginevra e in altre località, con un fitto scambio di informazioni mediato dall’Oman.

 

Tutte queste manovre erano gestite esclusivamente dall’inner circle del presidente, e il Journal racconta che in alcune occasioni gli emissari di Obama, che viaggiavano su voli di stato sotto copertura, hanno rischiato di incontrare ignari colleghi del dipartimento di stato che erano in missione negli stessi luoghi per altri motivi. Alla segretezza interna all’Amministrazione corrispondeva uguale segretezza presso gli alleati. Così, quando i dialoghi con l’Iran sono diventati pubblici, Washington si è trovata subissata di reprimende da parte di Israele e dell’Arabia Saudita, contrarie a qualunque trattativa nucleare con l’avversario della regione. Il modo di procedere la dice lunga sull’impostazione dell’Amministrazione, che l’analista Brian Katulis, del democratico Center for American Progress, definisce “la più centralizzata dai tempi di Nixon e Kissinger”. Non suona esattamente come un complimento. Più che il modus operandi, però, è la scelta stessa di certi obiettivi e l’abbandono di altre priorità della politica estera che hanno fatto imbestialire gli avversari politici di Obama e pure storcere il naso a molti alleati. Orientato com’era sull’agenda politica stabilita allora, Obama si è trovato impreparato quando lo Stato islamico ha cambiato a forza di massacri e conquiste militari le priorità globali.

 

[**Video_box_2**]Alla luce del racconto del Journal il famoso “we don’t have a strategy yet” non è soltanto l’imbarazzante ammissione di un vuoto, ma la conferma che quel vuoto era figlio di un riorientamento dello sguardo verso altri scenari che la Casa Bianca giudicava più remunerativi. Lo stesso vale per l’aggressione della Russia di Vladimir Putin in Ucraina. In entrambi i casi, l’apparato della politica estera dell’Amministrazione era impreparato ad affrontare tempestivamente le sfide, mentre continuava più o meno sottotraccia a lavorare con Cuba e l’Iran, in cerca di accordi “storici”. Anche il dossier cinese di fatto è stato abbandonato da Obama. L’accordo di libero scambio nell’area pacifica non comprende Pechino, che nel frattempo ha approfittato della distrazione americana per espandere le sue strutture militari attorno alle zone contese del Pacifico e ha ampliato le sue Forze armate a un ritmo notevole, tanto che ora ambisce a superare la potenza aerea degli Stati Uniti. Questo senza contare le aggressioni cibernetiche di eserciti di hacker che è difficile credere non agiscano su mandato del Politburo. Mentre tutti questi movimenti sconvolgevano il mondo, gli uomini di Obama lavoravano alacremente per ristabilire le relazioni con stati canaglia o per spingere l’agenda climatica in vista della conferenza di Parigi. “L’Amministrazione ha scambiato una seria strategia per la sicurezza nazionale con il wishful thinking”, ha sintetizzato Lindsey Graham, senatore falco e candidato presidenziale.

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