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Sul fronte sud

Quanti borbottii per l’accoglienza di Renzi a Putin, ma il dialogo un pochino paga nel Mediterraneo.

11 Giugno 2015 alle 19:57

Sul fronte sud

Matteo Renzi e Vladimir Putin (foto LaPresse)

Milano. Il premier Matteo Renzi ha offerto al presidente russo, Vladimir Putin, un palco d’eccezione, e questo ha suscitato parecchi borbottii: non dovevamo isolarlo, il Cremlino? Questo era il mandato deciso anche al G7 appena concluso in Germania: il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha chiesto agli europei di insistere con le sanzioni a Mosca, e ha detto di essere disposto a inasprire quelle americane. Ma da tempo la diplomazia italiana ha scelto di impostare una politica dialogante con la Russia, non perché gli sgarbi in Ucraina e nell’est dell’Europa non siano ben visibili, ma perché l’Italia è impegnata in una difficile operazione di stabilizzazione su un altro fronte, che è quello sud, nel Mediterraneo. Il Financial Times scrive che Renzi fa “il poliziotto buono” con Putin perché l’Italia sta patendo grandemente per le sanzioni alla Russia – come patisce la Germania, che infatti prova a sua volta una politica carota-bastone con Mosca – e perché storicamente il nostro paese è più putiniano della media europea, ricordando, non senza malizia, la sintonia tra Putin e Silvio Berlusconi. Ma al di là di questo sentimento filorusso che meriterebbe un approfondimento maggiore, sia per quel che riguarda l’Italia sia per il resto del continente – c’è una buona dose di imbarazzo ideologico nel vedere la sinistra radicale di Syriza a braccetto con la Lega nord o con il Front national, e Renzi nel mezzo, con gli abbracci notturni del Cav. a Putin –, il fronte sud, che riguarda soprattutto la Libia, è tra le priorità strategiche del nostro paese. E se i borbottii, soprattutto oltreoceano, non fanno piacere, il ponte con Mosca su questo fronte ha avuto un piccolo ma rilevante successo: le prime esercitazioni navali congiunte tra Russia ed Egitto.

 

Giovedì fa sono iniziate le esercitazioni navali russo-egiziane chiamate “The Bridge of Friendship 2015”, nome altisonante che fa subito correre la mente all’amicizia tra Vladimir Putin e il presidente egiziano Abdel Fatah al Sisi, sancita a febbraio con un kalashnikov in regalo (sui nomi delle esercitazioni bisognerebbe scrivere dei saggi: in Polonia, tanto per dire, è in corso un’esercitazione della Nato in chiave anti russa dal nome “Noble Jump”). L’incrociatore Moskva, la corvetta Samum, la cisterna Ivan Bubnov e la nave per il trasporto delle truppe Alexander Shabalin partecipano all’operazione dell’amicizia, che continuerà fino a domenica ed è la prima da quarant’anni, e fanno da sfondo all’accordo di vendita degli S-300 sancito tra Mosca e il Cairo (lo scambio militare è pari a 2 miliardi di dollari, più del miliardo e mezzo di dollari di sostegno all’Egitto che Obama ha tenuto a lungo congelato).

 

L’alleanza tra Putin e Sisi fa borbottare gli americani e altri paesi occidentali, e come tutto quel che riguarda i patti tra poteri assoluti comprende un elevato livello di rischio. Ma in tempi di alleanze scellerate, sono pochi quelli che possono mantenere a lungo il sopracciglio alzato. L’Italia, che ha l’urgenza di risolvere la questione libica che pare sempre meno governabile dai processi multilaterali (l’ultima scadenza fornita dall’Onu per trovare un accordo tra i tanti interlocutori libici è ora fissata per il 17 giugno, ma si va avanti con promesse non mantenute ormai da un anno), ha puntato sul coinvolgimento della Russia nel Mediterraneo triangolando con l’Egitto di Sisi come dimostrano i viaggi e le missioni del premier Renzi e dei diplomatici italiani degli ultimi mesi. Per ora l’alleanza tra il Cairo e Mosca si è sì consolidata, ma gli effetti sui conflitti mediorientali, primo fra tutti la guerra allo Stato islamico, non si sono ancora visti. Nemmeno il ruolo di partner privilegiato affidato ad al Sisi in Libia è stato svolto con efficacia: il Cairo sta acquistando ora dagli Stati Uniti un sofisticato sistema di monitoraggio per controllare il lungo confine con la Libia. Invece che portare stabilizzazione di là, nel caos libico, come si sperava quando si era puntato molto anche sulle capacità dell’ambiguo generale Haftar (sopravvalutato), l’Egitto continua a temere il contagio nel proprio territorio.

 

[**Video_box_2**]Queste esercitazioni possono essere la prima dimostrazione dell’effettivo coinvolgimento della Russia in medio oriente, non soltanto come partner dell’Egitto (e della Siria di Assad, come è noto, ma ormai la questione di principio è sfuggita anche agli americani) ma come forza di stabilizzazione in Libia e nei dintorni. Il poliziotto buono, allora, potrebbe aver ottenuto un gran risultato.

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