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Israele e Hamas hanno un nemico in comune dentro Gaza

Lo Stato islamico dentro la Striscia provoca e lancia razzi, Israele non abbocca e per ora lascia fare a Hamas

8 Giugno 2015 alle 20:38

Israele e Hamas hanno un nemico in comune dentro Gaza

Una manifestazione di sostenitori dello Stato islamico a Gaza

Roma. Domenica i siti di notizie israeliani avevano titoli che suonavano strani, come “Israele fa una scommessa curiosa su Hamas per tenere la calma a Gaza” (The Times of Israel) oppure “La partnership bizzarra di Israele con Hamas di fronte alla escalation salafita” (Haaretz) o anche “Il capo del Comando sud dell’esercito israeliano: Hamas sta provando a impedire il lancio di razzi” (Jerusalem Post). Il rapporto tra Israele e Hamas  non è cambiato, restano nemici assoluti, ma ragioni pragmatiche consigliano di tenere sotto osservazione alcuni gruppi salafiti che dicono di essere legati allo Stato islamico e stanno sfidando apertamente la leadership di Hamas (che controlla militarmente la Striscia dal 2007).

 

La presenza a Gaza di gruppi più estremi di Hamas non è nuova. Nel 2009 i salafiti dichiararono persino la fondazione di un Emirato islamico a Rafah, nel sud della Striscia. Quest’anno la faccenda sta diventando più preoccupante, perché i gruppi si dichiarano legati allo Stato islamico, vale a dire a quella giunta islamista che controlla parte di Siria e Iraq e sogna di colonizzare il resto del mondo musulmano. Gli esperti dicono che per ora il legame è soltanto simbolico e non anche materiale come nella vicina penisola egiziana del Sinai, dove il gruppo locale riceve aiuti in soldi  dallo Stato islamico. Non esiste quindi, per ora, un “Wilaya” di Gaza – dove Wilaya è il nome arabo di ogni provincia riconosciuta ufficialmente dallo Stato islamico. Questo  legame anche soltanto simbolico sta dando però impeto ai gruppi anti Hamas. Non soltanto dichiarano (come faceva già al Qaida) che gli amministratori della Striscia sono su una strada totalmente sbagliata perché accettano le elezioni e quindi un potere diverso da quello di Allah sulle vicende degli uomini, ma sono anche contrari alla tregua con Israele vigente in questi mesi.

 

I gruppi per ora non hanno alcuna speranza di contendere a Hamas il controllo della Striscia dal punto di vista militare: contano tra i mille e gli ottomila uomini, a seconda che si ascoltino le fonti più prudenti o quelle più partigiane, e Gaza conta un milione e settecentomila abitanti. Si sono presentati sotto diverse sigle, forse per confondere gli osservatori o forse perché c’è una frammentazione. Uno dei primi gruppi a farsi avanti è stato Ansar al Dawla al Islamiya, i sostenitori dello Stato islamico; in questi giorni i comunicati più duri sono invece firmati dalla Brigata Omar Hadid. La scelta di quest’ultimo nome chiarisce qual è l’orizzonte a cui guardano i baghdadisti di Gaza: Omar Hadid era un comandante iracheno ucciso nella battaglia di Fallujah nel 2004, compagno di Abu Musab al Zarqawi, fondatore ideologico dello Stato islamico. Ci sono alcuni casi di combattenti palestinesi legati a Gaza morti in guerra in Siria e Iraq per lo Stato islamico e celebrati nella Striscia con piccole cerimonie a base di propaganda e dolciumi.

 

Adesso è cominciato un confronto a tre: quando Hamas fa una retata per stroncare con brutalità i gruppuscoli, questi rispondono sparando razzi contro il sud di Israele, in modo da provocare la risposta dell’aviazione israeliana – con la speranza di scatenare un’operazione militare completa. Se scoppiasse una nuova guerra come l’estate scorsa, Hamas ne uscirebbe di nuovo indebolita e senz’altro i suoi rivali interni – i simpatizzanti dello Stato islamico – approfitterebbero della situazione che si verrebbe a creare, se non altro dal punto di vista mediatico e della propaganda.

 

Questa sfida interna sta crescendo da settimane. C’è stata l’irruzione di Hamas in una moschea, una retata con una trentina di arresti, l’uccisione di un comandante di Hamas con una bomba forse per rappresaglia, un ultimatum dello Stato islamico di tre giorni per la liberazione degli arrestati (scaduto senza conseguenze). Negli ultimi giorni lo schema a tre è stato applicato quasi alla perfezione. Hamas ha trovato e ucciso un uomo, Younis al Hunnor, che cercava da tempo perché collegato allo Stato islamico. Sabato sera prima delle dieci la brigata Omar Hadid ha sparato un razzo contro Ashkelon, nel sud di Israele, in chiara violazione della tregua fra Israele e Gaza. Domenica l’aviazione israeliana ha risposto con un raid su alcuni edifici vuoti (fonte: Times of Israel). Il generale che presiede il Comando sud delle forze armate israeliane, Sami Turgeman, ha incontrato i rappresentanti di alcuni consigli di cittadini locali, e ha detto loro che “Israele non comincerà una campagna militare come risposta per alcuni sporadici lanci di razzi”. Il generale ha anche detto che Israele considera Hamas responsabile di ogni lancio di razzo – come ha anche detto il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu dopo il consiglio dei ministri della domenica –  ma che l’intelligence vede gli sforzi di Hamas per intercettare e bloccare i gruppi di fuoco dei salafiti. Il messaggio è: “Per ora non abbocchiamo”.

 

[**Video_box_2**]All’inizio di maggio il generale Turgeman aveva fatto  (non smentito)  al quotidiano Yedioth Ahronot una dichiarazione che anticipava questo scenario: “In questo momento Israele e Hamas condividono un interesse comune, che è prevenire la discesa nel caos della Striscia di Gaza: anche Hamas per il momento cerca stabilità ed è contro lo Stato islamico”.

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