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Antisemitismo a fari spenti

Il caso Orange, la compagnia di telefonia mobile francese che sta meditando di abbandonare il mercato israeliano, è finito sulle prime pagine di tutti i grandi quotidiani.

8 Giugno 2015 alle 17:48

Antisemitismo a fari spenti

Roma. Il caso Orange, la compagnia di telefonia mobile francese che sta meditando di abbandonare il mercato israeliano, è finito sulle prime pagine di tutti i grandi quotidiani. Ma c’è un boicottaggio dello stato ebraico di cui non si parla, meno roboante degli annunci delle rock star, un boicottaggio sinuoso, latente, silente, che colpisce le università israeliane. E proprio dall’accademia partirà l’iniziativa di Sheldon Adelson, magnate americano dei casinò e grande sostenitore del premier Benjamin Netanyahu, che ha convocato a Las Vegas in riunione tutti i centri di pressione filoisraeliani per organizzare una campagna comune contro il boicottaggio.

 

Nel 2002, anno di inizio della campagna dell’ostracismo accademico contro Israele, Paul Zinger, dell’Associazione scientifica d’Israele, rivelò che più di settemila ricerche scientifiche venivano mandate da Israele all’estero ogni anno. Decine di lavori scientifici tornarono indietro con la motivazione: “Ci rifiutiamo di esaminare i documenti”. Quel fenomeno adesso appare fuori controllo. Ze’ev Zahor, preside del Sapir College, sul maggiore giornale israeliano, Yedioth Ahronoth, parla di “esclusione silenziosa degli accademici israeliani”. “Ho aspettato per la pubblicazione del mio articolo nel prossimo numero, e poi nel numero successivo ancora, ma non è successo niente. Non c’era né la pubblicazione, né una lettera di rifiuto. Ho inviato l’articolo di nuovo, nel caso in cui ci fosse stato un errore di email, e non ho ricevuto risposta”. E’ così che si tronca la cooperazione fra accademici israeliani ed europei.

 

“Il boicottaggio accademico è illegittimo secondo tutte le organizzazioni accademiche del mondo”, dice al Foglio il professor Zvi Ziegler, matematico al Technion e capo del principale forum scientifico israeliano che combatte il boicottaggio. “E’ contro il progresso, così non troverà università o accademici europei che ufficialmente boicottano Israele. Ma molti lo fanno in maniera silenziosa, dietro le quinte. Se ad esempio sei il direttore di una rivista scientifica e ti arriva un articolo da un israeliano, quello che ti basta fare per distruggerlo è mettere quel saggio sotto tutti gli altri, farlo morire sotto le scartoffie. Accade. Lo stesso avviene per docenti che si rifiutano di firmare lettere di raccomandazione per gli israeliani, adducendo magari ragioni come la mancanza di tempo”. Haaretz parla, fra le misure adottate dal boicottaggio, di “rifiuto di partecipare a conferenze tenute in Israele, ignorare le richieste di scrivere lettere di raccomandazione per studiosi israeliani in cerca di promozioni, e rifiutare contributi provenienti da studiosi israeliani”. Peretz Lavie, a capo dell’Associazione dei rettori, sostiene che “in dieci anni saremo tagliati fuori dal mondo accademico”. Menachem Ben-Sasson, presidente della Hebrew University, osserva che i dipartimenti universitari di solito inviano richieste di raccomandazione per sette o otto studiosi all’estero, sperando di ricevere almeno cinque risposte. Quest’anno ne hanno dovute mandare molte di più a causa del boicottaggio.

 

Come è successo a Oren Yiftachel, dell’Università Ben Gurion, che si è visto rifiutare una ricerca con una nota che lo informava che il giornale al quale l’aveva inviata, Political Geography, non accettava nulla che provenisse dallo stato degli ebrei. Il saggio era stato restituito senza neppure prenderlo in considerazione. Una nota esplicativa diceva che la rivista non poteva accettare nulla da Israele. La casa editrice St. Jerome di Manchester, specializzata in traduzioni e ricerche linguistiche, si è rifiutata di spedire volumi accademici alla Bar Ilan University in Israele. Se il magazine inglese, Dance Europe, si è rifiutato di pubblicare un articolo sulla coreografa israeliana Sally Anne Friedland, Richard Seaford della Exeter University non ha voluto recensire un libro per la rivista israeliana di antichità Scripta Classica Israelica. E lo ha fatto spedendo agli israeliani la seguente motivazione: “Ahimè non posso accettare il suo invito, per ragioni che potrebbe non gradire. Insieme a molti altri studiosi britannici, ho firmato il boicottaggio accademico di Israele. Non vi è naturalmente niente di personale in questo. Qualunque siano le vostre opinioni, spero che capirete che la mia opinione si basa su un oltraggio morale ampiamente condiviso. Siete invitati a riferire la mia posizione (se volete) a chiunque”.

 

Agghiacciante il caso di Ingrid Harbitz, ricercatrice della Scuola di veterinaria di Oslo, che non ha voluto spedire un campione di sangue al Goldyne Savad Institute di Gerusalemme. “Ho ricevuto il suo messaggio con la richiesta. A causa della situazione attuale in medio oriente non voglio consegnare qualsiasi materiale a un’università israeliana”, è stata la risposta della scienziata norvegese. Un caso che ricorda quello del patologo di Oxford, Andrei Wilkie, che ha rifiutato un dottorato di uno studente della Facoltà di Medicina dell’Università di Tel Aviv, Amit Duvshani, con queste parole: “Grazie per avermi contattato, ma non credo che possa funzionare. Ho un problema enorme con il modo in cui gli israeliani assumono la superiorità morale dal loro trattamento spaventoso nell’Olocausto, e quindi con il modo di infliggere gravi violazioni dei diritti umani ai palestinesi. Sono certo che lei è una brava persona, ma non prenderei mai una persona che ha servito nell’esercito israeliano. Sono certo che troverà un altro laboratorio”.

 

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