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Ennesima breccia nei database del governo americano

L’attacco degli hacker cinesi è il lato oscuro dell’ideologia di Snowden

L’annuncio di uno dei più grandi, forse il più grande, attacco cibernetico di sempre al governo americano è arrivato lo stesso giorno il cui la National Security Agency ha esteso le sue capacità di sorvegliare hacker stranieri senza specifico mandato

5 Giugno 2015 alle 20:13

L’attacco degli hacker cinesi è il lato oscuro dell’ideologia di Snowden
New York. L’annuncio di uno dei più grandi, forse il più grande, attacco cibernetico di sempre al governo americano è arrivato lo stesso giorno il cui la National Security Agency ha esteso le sue capacità di sorvegliare hacker stranieri senza specifico mandato. Come dire: d’accordo le riforme sulla sorveglianza interna e i diritti civili, la redenzione dall’epoca di Bush e Cheney, ma questa è una guerra globale che va combattuta con tutte le armi, non lo vedete?
In questo caso, gli aggressori si sono infiltrati nei database degli impiegati federali, frugando fra date di nascita, Social Security Number e informazioni personali utilizzabili per furti d’identità e altre attività fraudolente. Almeno 4 milioni di impiegati federali potrebbero essere coinvolti. Si tratta di semplici lavoratori, senza affiliazione a una categoria specifica, e il carattere indiscriminato, orizzontale, rende l’attacco ancora più odioso.
L’obiettivo, a quanto sembra, è un generico danno al sistema (parte del danno è mostrare di essere capaci di farlo), non mettere le mani su informazioni specifiche. Gli investigatori americani dicono che l’attacco è riconducibile agli hacker cinesi, senza tuttavia affermare esplicitamente che dietro c’è lo zampino del Politburo (è tuttavia difficile pensare che un gruppo di hacker cinesi capaci da violare le strutture del governo sia del tutto estraneo al Politburo). I cinesi avevano fatto un breccia importante nel sistema americano l’estate scorsa, ma allora l’obiettivo era chiaro, dato che si erano intrufolati nel database degli impiegati del governo che avevano richiesto i privilegi per accedere a informazioni riservate. Attraverso quei canali avrebbero potuto rintracciare, ad esempio, nomi di agenti sotto copertura o le identità di chi gestisce certe informazioni secretate. Gli hacker russi avevano invece operato in modo più cinematografico andando a frugare nelle email non classificate di certi funzionari della Casa Bianca, riuscendo a risalire ad alcuni messaggi di Barack Obama, fortunatamente fra quelli non protetti. Il ministero degli Esteri cinese non ha smentito chiaramente le responsabilità di Pechino, limitandosi a osservare che “la Cina stessa è vittima di cyberattacchi e che il governo risolutamente contrasta questo tipo di attività”.
Non è però soltanto un problema esterno, una guerra fra fra potenze con impulsi e strategie di sopraffazione antichissime ma condotta con la tecnologia odierna. E’ anche un problema interno al sistema americano. Dopo le rivelazioni d Edward Snowden sui sistemi di sorveglianza dell’intelligence, il governo ha messo in atto varie misure per ridurre il rischio di fughe di informazioni, ad esempio ha reso più difficile per i dipendenti del governo ottenere le credenziali per maneggiare informazioni riservate. I controlli sono più severi e i sistemi più impenetrabili, mentre dall’altra parte, sul lato della regolamentazione, le leggi hanno tolto potere di sorveglianza al governo, incidentalmente (o quasi) trasferendolo alle aziende di telecomunicazione, che sono sempre meno vincolate alla condivisione di dati con il governo.
In questo senso, l’approvazione del Freedom Act, correzione in senso restrittivo del Patriot Act approvato dopo l’11 settembre 2001, è una grande vittoria della lobby tech. Cosa c’entrano le aziende con gli hacker cinesi? Da mesi la Casa Bianca fa pressione sulle compagnie della Silicon Valley perché aiutino il governo, attraverso la condivisione di informazioni, a consolidare le sue infrastrutture cibernetiche per difendersi dagli attacchi. Le compagnie, scottate dall’affaire Snowden, oppongono resistenza, e l’ennesima breccia degli hacker cinesi depone a favore della loro resistenze. Chi vorrebbe diventare partner di una struttura che è oggetto costante degli attacchi di tutto il mondo, attacchi che, peraltro, spesso vanno a buon fine?
Non è una buona notizia per il disegno di legge sulla cybersicurezza che Obama ha da tempo in cantiere. E’ ironico che l’attacco che dà argomenti alla Silicon Valley per smarcarsi dagli affari governativi sia stato reso noto lo stesso giorno in cui Snowden celebra con un corsivo sul New York Times la gran vittoria della trasparenza, il passaggio epocale dell’opinione pubblica contro la Nsa e l’avvento della “generazione post-terrore”, definita più dagli abusi dell’antiterrorismo che dal terrorismo stesso. Snowden scrive che per molto tempo “le aziende sono state messe sotto pressione dai governi di tutto il mondo per lavorare contro i propri clienti, invece che per loro”, e vittorie come quella della settimana scorsa al Congresso dicono che l’antifona è finita, l’era del governo che controlla o ricatta gli operatori dell’informazione è chiusa, presto tutti saranno indipendenti e trasparenti, liberi finalmente di lasciare che gli hacker cinesi facciano il loro lavoro.
Mattia Ferraresi

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