La chiamata al jihad in America raccontata attraverso gli occhi oscuri di Minneapolis. Un caso di scuola. Inchiesta

Anticipiamo l'inserto di Mattia Ferraresi venerdì in uscita nella sua versione integrale.

4 Giugno 2015 alle 20:11

La chiamata al jihad in America raccontata attraverso gli occhi oscuri di Minneapolis. Un caso di scuola. Inchiesta

- E tuo figlio? Aveva la possibilità di un futuro di successo davanti a sé. Sai cosa l’ha spinto ad andarsene da Minneapolis per ritornare in questo luogo desolato?
- Mi piacerebbe saperlo, mormorò Ahl.

Nuruddin Farah, “Crossbones”

 

Minneapolis, dal nostro inviato. Non fosse per le finestre gialle, rosse e blu i palazzi di Riverside Plaza sarebbero indistinguibili dagli incolori colossi di cemento che affollano le periferie delle metropoli occidentali, sacche di emarginazione e povertà, conseguenze architettoniche di politiche d’integrazione concepite male e attuate peggio. Negli Stati Uniti la legge dello sviluppo urbano funziona tendenzialmente al contrario rispetto all’Europa: il sogno americano con tagliaerba e barbecue si realizza nelle cinte suburbane, il centro città è lo sfondo degli incubi della disintegrazione, perciò non stupisce che Riverside Plaza, il cuore del quartiere Cedar-Riverside, sia a due passi dalla downtown di Minneapolis. Attraversando la città in macchina è impossibile non notare lo stagliarsi vagamente sinistro dei torrioni colorati. La chiamano “Little Mogadiscio”, oppure soltanto “West Bank”, perché sorge proprio sulla riva occidentale del fiume che divide Minneapolis e St. Paul, le Twin Cities, ed è stata per molti anni la Ellis Island della diaspora somala, approdo temporaneo dei rifugiati dalla guerra civile in attesa di essere smistati verso un futuro migliore. I palazzoni sono diventati poi un insediamento stabile dei somali e attorno a questa specie di quartier generale è cresciuto un pezzo di Corno d’Africa perfettamente omogeneo e monoculturale, i bianchi che lo attraversano sono hipster attratti dall’esotico o poliziotti in borghese perfettamente riconoscibili. Cedar-Riverside è un rumoroso e pittoresco quartiere africano installato al centro della città che figura ai primissimi posti in tutte le classifiche sulla qualità della vita, un trionfo di reddito pro capite e vivibilità.

 

Ci sono le botteghe di frutta secca e tè, i caffè dove gli uomini discutono a voce alta, gli anziani con i capelli tinti con l’henné riveriti da tutti per il ruolo prominente che ricoprono nel microcosmo locale. Tutti fanno riferimento agli anziani per gli aspetti fondamentali della vita: sono loro che celebrano i matrimoni, sistemano le dispute fra famiglie e fra clan, dispongono dei risarcimenti e delle multe all’interno della comunità; tutto è regolato da un codice di condotta interno che mischia il tribale e il religioso. Nella partita dell’organizzazione sociale interna, le autorità civili non toccano palla. I dati del Census Bureau dicono che a Riverside Plaza abitano quattromila somali, ma nessuno ci crede. Così come nessuno crede che in Minnesota ci siano soltanto 33 mila immigrati somali. Compilare il modulo del censimento è tecnicamente obbligatorio, ma difficilmente la polizia va in un quartiere del genere a perseguire chi non rispetta le norme della burocrazia.

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