Il piano Imam di Sisi

Questa riforma religiosa è una delle due parti della campagna antiterrorismo del presidente egiziano. Inchiesta: a che punto è quella “rivoluzione islamica” chiesta da Sisi per combattere l’estremismo?

2 Giugno 2015 alle 06:09

Il piano Imam di Sisi

Abdel Fattah al-Sisi (foto LaPresse)

Roma. Reuters ha pubblicato domenica una inchiesta lunga per capire come sta andando quella “rivoluzione dell’islam” chiesta dal presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi all’inizio di questo anno. Il presidente fece impallidire le autorità religiose dell’Università di al Azhar, al Cairo – quindi il luogo che è considerato il cuore intellettuale e dottrinale dell’islam – invocando davanti a loro e alle telecamere una riforma drastica del pensiero islamico: “L’estremismo è diventato una fonte di angoscia, pericolo, morte e distruzione per il resto del mondo. Un cambiamento è necessario. Voi imam siete responsabili davanti ad Allah. Il mondo intero sta aspettando. Il mondo intero pende dalle vostre labbra perché la comunità islamica è lacerata”, disse nel suo discorso. 

 

Questa riforma religiosa è una delle due parti della campagna antiterrorismo di Sisi – l’altra è l’uso della forza militare. L’idea è che al Azhar può combattere l’islam estremo perché forma gli insegnanti di religione e decide fonti e programmi scolastici, con un raggio d’azione nel mondo che nessun’altra istituzione islamica possiede: le sue lezioni sono frequentate da circa quattrocentocinquantamila studenti, fra corsi e centri di ricerca collegati, e molti degli studenti provengono dall’Asia e dal resto dell’Africa (e vi faranno ritorno). Altri due milioni di studenti egiziani seguono le lezioni grazie alla rete di scuole legate ad al Azhar sparse in tutto il paese.

 

Per ora, scrive Reuters, insegnanti, ricercatori e predicatori di al Azhar hanno introdotto cambiamenti piccoli. Hanno modificato lievemente i libri di testo e hanno aperto un centro per il monitoraggio di internet, per seguire le dichiarazioni dei gruppi del jihad sui social media e controbattere. Per esempio, sono stati espunti dai libri i passaggi che parlano di “bottino di guerra” o di “schiavitù”, perché considerati obsoleti (si potrebbe obbiettare, visto che nella guerra in Iraq e Siria si parla molto di entrambe le cose). E l’Università insiste molto sul fatto che gli studenti giovani non si accostino ai vecchi testi senza una guida. Ma non c’è ancora un programma reale di riforma dell’islam, o meglio, del pensiero islamico, che è l’obbiettivo più ambizioso del presidente egiziano.

 

Due mesi dopo la richiesta di una rivoluzione da parte di al Sisi, il grande imam di al Azhar, Ahmed al Tayeb, pronunciò un discorso alla Mecca che suonò molto innovatore. L’islamologo gesuita Samir Khalil Samir (pro rettore del Pontificio istituto orientale di Roma) lo definì incoraggiante, perché al Tayeb disse che la pratica della scomunica reciproca fra sunniti è sciiti (che si considerano a vicenda “eretici”) deve essere corretta, che il letteralismo esasperato nell’interpretazione del Corano deve finire – il letteralismo è la distorsione dell’islam più comune tra quelle attribuite ai gruppi estremisti – e che sono i gruppi estremisti a diffondere una immagine negativa dell’islam, “più che l’islamofobia”. Come nota Samir, se queste indicazioni si affermassero “sarebbe una vera rivoluzione”.

 

Uno studente che vuole restare anonimo dice a Reuters che i cambiamenti dentro al Azhar non sono accolti bene da un numero non specificato di studenti, che definisce “arrabbiati”. “Temono che sia insegnata una versione light della sharia”. Il vicerettore, Abbas Shuman, spiega che “la stessa legge coranica prevede la possibilità di rivisitare le prescrizioni per meglio adattarle al cambio di tempi”.

 

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