Perché Kiev non dice la verità sulla morte di Andy Rocchelli?

La famiglia del fotografo italiano ucciso a Sloviansk racconta al Foglio che a un anno dall'uccisione il governo di Kiev ancora non ha aperto un'indagine per stabilire le responsabilità. Le accuse tra lealisti e filorussi e la versione ufficiale che non torna

23 Maggio 2015 alle 06:13

Perché Kiev non dice la verità sulla morte di Andy Rocchelli?

Andy Rocchelli, a destra, con il giornalista russo Andrei Mironov, ucciso con lui in Ucraina

Mosca. Ci sono stati premi, riconoscimenti e promesse di indagini da parte delle istituzioni, ma ancora nessun colpevole per il primo assassinio di un giornalista straniero nel conflitto ucraino. Resta invece il dubbio che nella versione ufficiale del governo di Kiev qualcosa non torni. E’ passato così, per la famiglia Rocchelli, il primo anno dalla morte, il 24 maggio scorso, di Andrea (Andy per gli amici), il fotografo trentenne di Pavia rimasto ucciso da colpi di mortaio a Sloviansk, ex roccaforte delle milizie separatiste e obiettivo, allora, del primo grande assalto lanciato dall’esercito di Kiev contro i filorussi. La famiglia di Andy – Rino, il padre; Elisa, la mamma; Lucia, la sorella e Mariachiara, la compagna e madre di suo figlio – hanno scelto di non esporsi. Per il dolore e per la fiducia nel lavoro delle autorità competenti. I Rocchelli raccontano oggi questa storia dal loro punto di vista per ribadire le loro speranze, “acuite dal tempo che passa e dalla frustrazione di vedere che la morte dei giornalisti viene normalizzata come effetto collaterale delle guerre”.

 

Da mesi ci si aspetta “l’apertura di un’indagine esaustiva e trasparente da parte del governo ucraino, che ricostruisca la dinamica dell’assassinio, individui e persegua i responsabili”, dicono in un’intervista al Foglio. Le condizioni sul campo lo permetterebbero, essendo cessate le ostilità. Sloviansk è tornata sotto il controllo dei governativi. Dopo la presa di Debaltsevo da parte dei filorussi, la cittadina si è avvicinata alla linea del fronte, ma la situazione si è tranquillizzata e in Donbass vige un fragile cessate il fuoco. Alcuni colleghi di Andy, del collettivo di fotografi Cesura, sono andati a porre una piccola lapide sul luogo dove il giovane fotoreporter e l’attivista e giornalista russo Andrei Mironov, suo amico e conoscitore dell’Italia, sono stati uccisi: un passaggio a livello, punto di accesso a una collina strategica, allora avamposto dell’artiglieria ucraina. Da lì sono arrivati i colpi di mortaio. Il giornalista francese William Roguelon, che era nella macchina con i due ed è sopravvissuto all’attacco, ha ipotizzato in una delle sue prime interviste che a sparare siano stati i lealisti. Versione che contraddice quella fornita da Kiev alle autorità italiane e che attribuisce la responsabilità ai ribelli filorussi.

 

In questi mesi, i Rocchelli non hanno mai smesso di cercare la verità sulla dinamica del duplice omicidio: “Abbiamo contattato e parlato con Roguelon, letto la testimonianza che ha depositato alla Gendarmerie Française”. Se si chiede loro che idea abbiano sull’accaduto, rispondono con gentile fermezza che “le opinioni contano poco: quel che conta è che emerga perché e chi ha fatto oggetto di tiri mirati e sistematici tre giornalisti inermi, identificati come tali” (Roguelon al primo colpo ha subito alzato la macchina fotografica e gridato “siamo giornalisti”, ndr). “La qualità dei proiettili, la balistica dei tiri, l’ora e il luogo dell’attacco sono perfettamente identificati, non dovrebbe essere difficile stabilire chi era al comando di queste truppe e come sono andate le cose”. Nonostante le promesse di giustizia fatte all’allora ministro degli Esteri Federica Mogherini e al suo successore Paolo Gentiloni dai rappresentanti del governo ucraino, finora da Kiev nessuno si è mai messo in contatto con i Rocchelli, né con i testimoni a loro noti. “Le autorità italiane, ovvero la procura della Repubblica di Pavia incaricata dell’inchiesta, ci tengono invece costantemente informati, ma in un anno non pare che la giustizia abbia compiuto passi avanti”.

 

[**Video_box_2**]Nella famiglia di Andy il dolore non si è mai trasformato in rancore. “Pensiamo che questo anniversario possa avere un significato nella sfera pubblica: serve a riflettere su quanto il diritto all’informazione sia fondamento di una società civile e consapevole, ma anche sul dovere di difendere l’incolumità di giornalisti, che a quel compito consacrano i loro sforzi. Il numero delle vittime, è in costante aumento ma non si preparano strumenti e strategie per proteggerli, né per perseguire i responsabili della loro uccisione o di violenze loro inflitte”, dicono i Rocchelli, che l’anno scorso a Mosca hanno ritirato il premio Anna Politkovskaia, conferito ad Andy dall’Unione dei giornalisti russi. “Siamo orgogliosi dei prestigiosi riconoscimenti al suo valore professionale (tra cui il World Press Photo), sebbene gli siano stati conferiti postumi”.

 

Infine un appello alla comunità europea, perché “assuma queste vicende legate alle violazioni dei diritti umani come un proprio permanente ambito d’impegno, sperando che la realpolitik non oscuri la percezione di tale dovere”.

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