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Si può vincere la guerra con gli eserciti degli altri?

Quanto ancora reggerà l’illusione di poter vincere la lotta al terrore per procura? Il caso dell'Iraq del 2003 e l'esperienza europea.

20 Maggio 2015 alle 14:14

Si può vincere la guerra con gli eserciti degli altri?

Soldati britannici a Bassora, Iraq, durante la guerra del 2003 (foto LaPresse)

Milano. Da anni cerchiamo di dare un nome alla dottrina di Barack Obama in politica estera, sperando che qualche formula altisonante possa levarci dalla testa l’immagine del presidente americano che mastica la cicca guardando il Blackberry annoiato mentre attorno a lui si decide la strategia per la Siria, e per il medio oriente intero: come nei matrimoni, l’errore si può persino perdonare, il menefreghismo no. Dopo tante elaborate congetture, “cavatevela” è la sintesi spiccia di quel che l’America di Obama dice al resto del mondo, con qualche sfumatura più articolata in discorsi tanto belli quanto fuorvianti, e il risultato è che gli alleati e i non alleati ne hanno preso atto, si sono organizzati per combattere e portare avanti i loro interessi. Ma siamo sicuri che l’occidente possa vincere la guerra al terrore con gli eserciti degli altri? No, pure se non si intravvede alcun cambiamento decisivo nella strategia americana.

 

Quel che è certo, dicono gli obamiani, è che fare i poliziotti del mondo è costoso e nemmeno troppo efficace, dall’Iraq del 2003 abbiamo imparato questo, no? Ora, da quella guerra stanno prendendo le distanze tutti, si smarca Hillary Clinton, si incasina Jeb Bush, si interroga Marco Rubio (che pure al momento rilancia in solitaria il ruolo di leadership degli Stati Uniti), ma per lo meno era stata combattuta da un esercito affidabile, che ha fatto molti errori (e quelli più brutali sono stati puniti) ma che a un certo punto raccomandandosi a un generale illuminato pur se sentimentalmente goffo come Petraeus ha portato a un cambiamento di strategia e di comprensione del conflitto che ha permesso a Obama di celebrare il ritiro delle truppe dall’Iraq.

 

Per quanto controvoglia, oggi il presidente combatte una guerra altrettanto feroce – non ci sono le fanfare di qui e le piazze di là, ma la guerra profumata non esiste – ma si affida agli eserciti degli altri, che come scrive David Rothkopf su Foreign Policy, perseguono un loro fine ultimo, che ha ben poco a che fare con quello occidentale, anzi, ne è il contrario: gli estremisti sciiti e sunniti si ammazzano tra di loro con una violenza senza pari, ma se c’è da uccidere un occidentale fanno a gara a chi ammazza per primo. La strategia “cavatevela” pone tanti rischi, scrive Rothkopf, che includono “l’incapacità di influenzare un risultato ultimo che protegga gli interessi vitali dell’America”, che sono quelli dell’occidente tutto. Si combatte tanto, risparmiando sui costi umani e strategici dell’occidente, senza avere certezza di vittoria, e questo è il problema di oggi, ma senza nemmeno avere garanzia per il domani di un risultato che possa farci sentire più al sicuro. Le guerre per procura, pur puntellate da blitz mirati di successo, sono difficili da gestire, figurarsi da vincere.

 

[**Video_box_2**]L’Europa che non ha mai avuto una struttura di difesa propria ed efficace questo lo sa da molto tempo, ma almeno prima c’era l’alleato americano a sistemare i guai. Ora i soldati appartengono a eserciti di jihadismi di diversa matrice: che l’occidente ne esca più forte è improbabile. A essere troppo cauti si sbaglia quanto a essere troppo avventati, scrive Rothkopf, hai voglia a creare alleanze variabili, quando il fine ultimo non è condiviso da chi combatte.

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