Martin Schulz (foto LaPresse)

A cosa mira Mr Schulz?

Andrea Affaticati
I socialdemocratici tedeschi in crisi di leader guardano al presidente del Parlamento europeo, che non ha voglia di andare in pensione

Martin Schulz, l’attuale presidente del Parlamento europeo, all’inizio del 2016 dovrà cedere lo scettro a un collega del Ppe, ma non sembra affatto incline ad accettare un buen retiro in patria. Che il risoluto Schulz abbia ben altri progetti per sé, che ambisca a un ruolo più attivo, l’ha fatto capire giovedì scorso, quando gli è stato consegnato il prestigioso premio di Aquisgrana, conferito a personalità che si sono spese per l’integrazione dell’Europa. Negli anni sono stati premiati Alcide De Gasperi (1952) , Jean Monet (1953), Helmut Kohl e François Mitterand (1988), Vaclav Havel (1991), Jacques Delors (1992), Giovanni Paolo II (2004). Schulz non ha tenuto un discorso da politico nella fase del tramonto, né da candidato sconfitto alle elezioni europee dello scorso (vinte dal lussemburghese Jean Claude Junker). Schulz ha criticato duramente i paesi dell’Ue, ha detto che non è ammissibile che l’Europa navighi a vista “da un vertice di crisi all’altro, anziché sviluppare un progetto europeo di lungo respiro”, e insomma ha fatto un discorso da chi è pronto al rilancio più che alla pensione.

 

A Berlino voci di corridoio dicono che Schulz non ha alcuna intenzione di accontentarsi di un posto di rappresentanza, e parlano sempre di più di un suo ritorno in patria dopo il 2016, come futuro ministro degli Esteri tedesco o addirittura come sfidante di Angela Merkel alle politiche del 2017.

 

I socialdemocratici europei non navigano in buone acque, come hanno dimostrato le recenti tornate elettorali, dalla Gran Bretagna alla Polonia, dove le presidenziali di una settimana fa hanno visto l’ascesa del populista di destra Andrzej Duda contro il capo di stato uscente Bronislaw Komorowski (e i polacchi guardano ora con ansia chi tra i due vincerà il ballottaggio di domenica prossima). Anche i socialdemocratici tedeschi continuano ad accusare perdite. Nelle elezioni di una settimana fa a Brema, storico fortino della Spd, dove governano ininterrottamente dal dopoguerra, hanno subito un’emorragia di voti terrificante, e anche l’Economist ha visto nelle elezioni della piccola Brema una spia d’allarme per la socialdemocrazia tedesca e per il suo leader, quel Sigmar Gabriel che non ha mai conquistato davvero i tedeschi. Al governo di Grande coalizione con la cancelliera Merkel, Gabriel ha avuto poco spazio di manovra, ha ottenuto poche vittorie (come quella del salario minimo) ma è stato costretto a ingoiare molti rospi, con il risultato che le prospettive per il 2017 appaiono terribili per lui.

 

[**Video_box_2**]Per questo adesso sono in molti, nella socialdemocrazia tedesca in difficoltà, ad aspettare il 2016, l’anno del passaggio del testimone tra Schulz e il collega del Ppe, per designare il presidente del Parlamento europeo come sfidante di Angela Merkel. Schulz è un abile oratore e un politico di razza. Alle europee dell’anno scorso ha ottenuto in Germania il 27,4 per cento dei consensi, cioè 7 punti in più rispetto alle europee del 2009. Per molti dentro all’Spd Schulz è un’opportunità da non farsi scappare. Ma dentro all’ala sinistra del partito c’è già chi mugugna: troppo pragmatico, troppo liberista.

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