Sinistra senza centro

In America l’offensiva dell’ala radicale dei democratici è forte, ora ha anche un manuale economico di riferimento firmato da Stiglitz. E la lezione britannica?

14 Maggio 2015 alle 06:16

Sinistra senza centro

Bill De Blasio, sindaco di New York (foto LaPresse)

Il “Capitale” di Thomas Piketty non è ancora stato del tutto digerito, chissà quando lo sarà davvero, ma nel mondo delle sinistre internazionali da un paio di giorni c’è un altro paper “must read”, ben più snello (sono soltanto 115 pagine), non semplicissimo, ma dall’intento chiaro. L’autore è Joseph Stiglitz, Nobel per l’Economia da sempre in contrasto con quelli che lui chiama “i fondamentalisti del libero mercato”, e il titolo, invero poco modesto, è: “Rewriting the Rules of the American Economy”, riscrivere le regole dell’economia americana (è pubblicato dal Roosevelt Institute). La lotta alla diseguaglianza è il tema dominante, e non potrebbe essere diversamente visto che Stiglitz ha dedicato alla questione la maggior parte dei suoi studi: negli ultimi trentacinque anni – c’è scritto nell’introduzione – hanno dominato politiche legate al “trikle down” (il principio secondo il quale dei benefici per le classi abbienti beneficiano anche gli altri livelli della popolazione, ndr) e ispirate all’idea che il mercato funzioni perfettamente da solo, aprendo la via a “un attacco di politiche che hanno decimato la middle class”.

 

Il paper serve, secondo Stiglitz, a rivedere l’approccio dominante, e a non accontentarsi “dell’approccio minimalista” per contenere la diseguaglianza, come fa la sinistra moderata americana, che persegue la “fairness” senza dimenticare il business (nel mirino c’è anche Barack Obama). O si fa sul serio o non si fa, insomma, e per stroncare il problema ci devono essere molte regole, molte spese e molte tasse: “Sarebbe più facile politicamente – c’è scritto nel paper – insistere solo su un paio di queste politiche, magari quelle dove il consenso è maggiore, ma questo approccio sarebbe insufficiente”. Ci sono decine di proposte, compreso il Medicare per tutti che molti democratici rifiutano essendo in favore del già sufficientemente tormentato Obamacare, fino alle imposte sulle transazioni finanziarie, a un cinque per cento di tasse in più per i più ricchi e all’espansione dei benefici del Social Security. Come scrive Jim Tankersley sul Washington Post, il documento di Stiglitz è un manifesto per i liberal molto liberal, disegnato per “far arrabbiare gli economisti liberisti e per spingere una candidatura per le presidenziali del 2016 tutta a sinistra”. Il giornalista del quotidiano americano cita poi una definizione che utilizzava Howard Dean, il dottore che corse alle primarie del 2004 del Partito democratico, una meteora radicale durata un mesetto: “Il piano dell’ala democratica delle politiche economiche democratiche”. Considerato il successo avuto dal dottore del Vermont ci sarebbe da buttare il tutto direttamente nel cestino, ma le fratture ideologiche che attraversano la sinistra – non soltanto in America, basta vedere il Labour britannico – sono difficili da sanare, e quando ci si prepara a grandi eventi elettorali emergono con più violenza (è lo stesso Stiglitz che utilizza toni da terrorismo: attacchi, decimare).

 

In Europa la questione è piuttosto conosciuta. In Francia François Hollande vinse le elezioni nel 2012 con un programma decisamente di sinistra, insistendo con la tassazione ai ricchi che provocò un fuggi fuggi di investimenti che fece gongolare quel thatcheriano che vive oltremanica e governa la City di Londra, il sindaco Boris Johnson. Questa misura è stata poi rivista, così come Hollande ha dovuto infine prendere atto che, con i numeri disastrosi della Francia, era necessario essere un po’ più liberali, o socialdemocratici come dice lui, rifiutando però di farsi ispirare troppo da socialdemocratici di successo come l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder. Due sere fa, dopo quasi centotrenta ore di dibattito, la loi Macron, che prende il nome dal ministro dell’Economia Emmanuel Macron ed è una legge sulle liberalizzazioni, è stata approvata anche al Senato francese. La sinistra radicale continua a sbraitare, oggi Hollande la ascolta poco, per fortuna verrebbe da dire, ma il mantra è invariato: è una legge di destra che porterà a una regressione sociale nel paese.

 

In Grecia la sinistra-più-sinistra (talmente a sinistra che è alleata con l’estrema destra al governo) ha vinto le elezioni con Syrizia e i giovani baldi dell’anti austerità, dando linfa e argomenti a tutti quelli che sostengono che la via dell’anti capitalismo è quella non soltanto moralmente corretta – moralmente superiore, dicono loro – ma anche vincente. Non c’è bisogno di entrare nei dettagli della famigerata “tragedia greca”, ma a oggi definire Syriza un caso di successo è un po’ azzardato, basta vedere che cosa è accaduto soltanto due giorni fa: Atene ha utilizzato i finanziamenti del Fondo monetario internazionale per ripagare una tranche di debito con il Fondo monetario internazionale. Eppure, in assenza di senso del ridicolo, i giornali sono già pieni di racconti della prossima promessa della sinistra-più-sinistra, rappresentata dal Podemos spagnolo, che va forte nei sondaggi e sui social (dopo l’Inghilterra non ci fidiamo più di niente, sia chiaro) in vista del voto amministrativo del 24 maggio e poi delle legislative in autunno: nel Regno Unito appena straziato dal voto laburista più drammatico dal 1982, c’è ancora chi parla dell’esempio di Podemos come possibile modello.

 

[**Video_box_2**]Il Labour inglese con la sua sconfitta – 99 seggi in meno dei Tory: guardate la mappa elettorale e i suoi colori, è senza appello – è il “case history” del momento. Un partito plasmato sul cosiddetto “opportunity progressivism” degli anni Novanta – in cui lo stato è utilizzato per dare accesso al mercato, ma il settore pubblico viene riformato e le tasse non vengono alzate – ha deciso di virare verso il “redistributionist progressivism”, in cui lo stato interviene in modo anche massiccio (sicuramente costoso) per redistribuire la ricchezza tra fasce alte e fasce basse della popolazione. Allora, nella prima versione, il Labour vinceva, oggi in questa versione il Labour straperde. Come ha ricordato anche David Brooks sul New York Times, a gennaio e nei mesi seguenti andava per la maggiore un paper del Center for American Progress scritto da Lawrence Summers, ex capo economista di Barack Obama, e da Ed Balls, cancelliere dello Scacchiere ombra dei laburisti negli ultimi cinque anni: era un report di centosettanta pagine sui lavori della “commissione sulla prosperità inclusiva”, un manifesto del progressismo moderno incentrato sulla lotta alla diseguaglianza. “Ed Balls non è nemmeno stato rieletto in Parlamento”, chiosa Brooks.
Applicare gli stessi criteri in paesi diversi non è corretto, e i campioni della lotta alla diseguaglianza sottolineano infatti che se nel Regno Unito la forbice tra ricchi e poveri non si è allargata più di tanto, negli Stati Uniti invece sì, e di parecchio. Ma è chiaro che lungo la frattura tra la sinistra che vuole riformare il settore pubblico e impegnarsi in strategie per la crescita fiscalmente responsabile e quella che insiste nell’investimento statale per stimolare la crescita si sta giocando la definizione del progressismo nel suo complesso. E’ una frattura che ha molte sfaccettature, come ha appena – e dolorosamente – scoperto lo stesso presidente americano Obama che si è visto boicottare dai suoi stessi compagni del Partito democratico una proposta di legge che accelerava la stipulazione dei trattati di libero scambio con l’area del Pacifico e con l’Europa. Politico scrive che Obama sta andando “alla guerra” contro i liberal, perché sul libero scambio, come in altri ambiti, si gioca la definizione del Partito democratico per questo secolo. Robert Draper, in un lungo articolo sul New York Times intitolato “Great Democratic Crack-Up of 2016”, cita le parole di Jonathan Cowan, presidente del centro studi centrista Third Way: “Non è che il Partito democratico è in difficoltà. Sotto il livello delle candidature presidenziali, il partito è in caduta libera”. Siginifica che la lotta identitaria, a sinistra, è ancora tutta da giocare.

 

Così si ritorna a Stiglitz. Il suo manifesto liberal è il sostegno accademico all’offensiva politica capitanata da due leader che incarnano, nella sinistra americana, la vittoria dell’ala radicale del partito: Elizabeth Warren, senatrice del Massachusetts in questi giorni al centro del contezioso con Obama sul libero scambio, e Bill De Blasio, sindaco di New York. I due hanno presentato martedì al National Press Club di Washington, assieme al Nobel Stiglitz, il “Contratto progressista con l’America”, la versione di sinistra del contratto liberista che nel 1994 Newt Gingrich stipulò in nome del Partito repubblicano al Congresso (quello contro l’innalzamento delle tasse, per intenderci). E’ un’agenda dettagliata in tredici punti che, scrive Russell Berman sull’Atlantic, “condensa le centoquindici pagine del paper dell’economista Joseph Stiglitz”: in sintesi prevede l’innalzamento del salario minimo, asili nido per tutti e tasse ai ricchi.

 

Né De Blasio né la Warren sono candidati alle primarie democratiche (il fan club della senatrice è molto vivace e lascia sempre intendere che non è detta l’ultima parola, pure se lei formalmente smentisce ogni candidatura; il New York Post ha scritto che De Blasio potrebbe candidarsi, ma è apparsa più come una boutade che come una notizia) ma stanno facendo pressioni sul partito perché nella corsa per la Casa Bianca la loro visione economico-sociale sia rappresentata. L’obiettivo iniziale è naturalmente Hillary Clinton, che è la candidata più forte ancorché quasi l’unica per il 2016, e quando De Blasio ha negato il suo endorsement a Hillary, nonostante sia cresciuto nel mondo clintoniano, l’operazione è stata chiara: avrai i nostri voti quando dimostrerai che la tua idea di sinistra assomiglia alla nostra. Hillary tatticamente sta dando seguito a questa offensiva, il suo obiettivo primario è togliersi di dosso l’etichetta di ricca-centrista-amica-dei-ricchi, e dimostrarsi aperta verso questa sinistra può esserle al momento utile. I suoi collaboratori dicono che l’ex segretario di stato non ha bisogno di lezioni in materia di progressismo, che molte delle iniziative del Contratto, soprattutto quelle legate alle famiglie, sono già da tempo parte del programma di Hillary, e i più determinati sostengono che tutto questo baccano attorno ai sedicenti progressisti non avrà alcun impatto sulla campagna della signora Clinton. Ma Wall Street è già agitata, dice a Hillary di non ripetere gli errori fatti da Ed Miliband e dal Labour britannico, e la Clinton sa che non le conviene ignorare questa richiesta: anche nel voto inglese, l’opposizione del business alla politica egualitaristica di Miliband ha avuto un peso straordinario.

 

De Blasio e la Warren intanto si godono il loro spettacolo, facendo di tutto per rendersi rilevanti. Il sindaco di New York si è messo a girare gli Stati Uniti come se fosse davvero un candidato presidenziale (i newyorchesi già si lamentano, come è ovvio, stesse qui a fare il suo lavoro, dicono): è andato in Iowa, Wisconsin e Nebraska e ieri è partito per un viaggio di fund raising in California, nella decisiva Silicon Valley. Lui difende questo attivismo dicendo che per adottare una piattaforma progressista non basta stare a New York, bisogna fare lobbying negli altri stati, fa parte del lavoro: “Devo partecipare al dibattito nazionale – ha detto – e cambiare la realtà a Washington per sostenere la qualità della vita degli abitanti di New York. Devo fare due cose in una volta”. Durante la sua visita in Iowa (a poca distanza da quella di Hillary, tra l’altro, sembra un pedinamento), la gente si guardava in giro smarrita, “ma il sindaco di New York non è Bloomberg?”, chiedeva qualcuno, un sondaggio a Des Moines ha rivelato che il 67 per cento degli interpellati non avesse idea di chi fosse De Blasio. I vignettisti si sono divertiti a disegnare il sindaco con la testa staccata dal corpo a forma di palloncino (gonfiato), mentre i suoi detrattori si accanivano contro l’articolo benevolo che gli ha dedicato la rivista Rolling Stone.

 

Folclore a parte, e con il sindaco di New York ce n’è sempre molto, l’iniziativa di De Blasio, assieme alla Warren, con la copertura accademica di Stiglitz, racconta bene come il Partito democratico americano stia cercando di presentare una formula alternativa a quella clitoniana, è una primaria dentro le primarie per influenzare la corsa alla Casa Bianca. I due vogliono trasformarsi in kingmaker tra gli attivisti – sono molto più “di piazza” rispetto a Hillary – negli swing states, colorando di toni populistici la campagna democratica. Ma il pericolo è che, se il messaggio alla fine resta confuso, e il posizionamento non è chiaro, le fratture ideologiche della sinistra faranno il gioco dei repubblicani. Basta farsi un giro a Londra per saperlo.

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