Federica Mogherini (foto LaPresse)

Tutti gli ostacoli al (lento) piano immigrazione di Mogherini

Daniele Raineri
Dallo scontento russo per i raid aerei alle quote di accoglienza tra paesi Ue che si discutono oggi a Bruxelles.

Roma. Per far passare il piano italiano sull’immigrazione il capo della diplomazia europea, Federica Mogherini, ha davanti a sé una serie di ostacoli. Uno è oggi a Bruxelles, alla riunione dei commissari europei che devono discutere le quote di accoglienza, vale a dire il numero di persone in arrivo dall’estero che i paesi sono disposti a ricevere e che fino ad adesso erano considerate soltanto un problema di Italia, Malta, Spagna e Grecia. L’obiettivo della riunione è ripartire le persone fra tutti i paesi dell’Unione europea, e non soltanto fra quelli che per ragioni geografiche sono naturalmente più esposti agli sbarchi. Londra fa resistenza e la sua nave HSm Bulwark è restata all’ancora in Sicilia per una settimana, senza partecipare alle operazioni di salvataggio record in mare all’inizio di maggio proprio perché il governo inglese era impegnato in un litigio diplomatico con Roma sulla sorte dei salvati: il punto importante era che avrebbero dovuto essere sbarcati in Italia, e non portati in Gran Bretagna. Assieme a Londra anche Polonia, Ungheria (che annuncia una linea politica molto dura) e altri paesi dell’est europeo sono contrari. Francia e Germania invece sono – abbastanza – d’accordo con il piano italiano. Per non provocare una rottura sulla linea di partenza, oggi la proposta italiana conterrà soltanto le percentuali di questa ripartizione automatica che dipenderà dal numero degli abitanti dei singoli paesi e dal loro Pil (in modo che i più grandi accolgano di più, e così via). Non ci saranno per ora i numeri, che saranno decisi in seguito con un meccanismo molto lento: le proposte devono arrivare entro la fine di maggio, la legge entrerà in vigore per la fine del 2015. L’Italia fa già sapere che punta a una quota totale di almeno venticinquemila persone (quelle che dovrebbero essere ridistribuite fra i paesi) e potrebbe essere un numero irrisorio rispetto al necessario – considerato che l’anno scorso l’Unione europea ha garantito lo status di profugo a 185 mila persone e quest’anno potrebbe esserci un incremento.

 

Un altro problema nell’agenda di Mogherini è la diffidenza naturale che alcuni stati dichiarano per la parte del piano che riguarda l’azione militare, quella conosciuta come “bombardiamo gli scafisti”. Si tratta di una fase che richiede l’autorizzazione da parte del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, dove Russia e Cina hanno potere di veto e sono assai riluttanti. Inoltre è necessario l’assenso del governo della Libia o meglio, per essere più precisi, di almeno un governo libico, quello di Tobruk. Questa è una parte dove Mogherini è in ritardo oppure i libici stanno facendo finta di non sentire, perché lei sostiene che le controparti libiche sono al corrente della proposta, ma il generale Khalifa Haftar, uomo forte di Tobruk, ha detto in televisione di non essere stato coinvolto nel piano e quindi di rigettarlo a priori, come un’ingerenza armata nello spazio di un altro stato: violazione massima e assoluta. L’ambasciatore libico alle Nazioni Unite, Ibrahim Dabbashi, ha detto alla Bbc: “Vorremmo sapere come faranno a distinguere le barche dei pescatori da quelle degli scafisti”. La Russia è contro i raid aerei – c’è da ricordare che Mosca si sente scottata dal 2011, quando si astenne dal voto sulla risoluzione che autorizzò l’azione armata per proteggere i civili in Libia e poi assistette scornata alla campagna Nato contro Gheddafi. L’ambasciatore Vitaly Churkin dice che i bombardamenti “sarebbero troppo”, anche perché i trafficanti noleggiano i barconi dai pescatori.

 

Gli stati europei membri del Consiglio di sicurezza, inclusi gli inglesi, stanno preparando una bozza di risoluzione che autorizzerebbe queste forze militari ad azioni di forza contro i trafficanti di persone, probabilmente sotto l’autorità del Chapter VII della Carta Onu. Mogherini lunedì era a New York per sostenere la necessità di queste operazioni e ha precisato che probabilmente si tratterebbe di operazioni navali, e non di raid aerei, per prendere e affondare i barconi soprattutto in acque internazionali – il che potrebbe evitare una parte delle obiezioni sollevate da russi e libici. Gli attacchi a terra in Libia con aerei e con droni sono stati comunque discussi come ipotesi di lavoro. I “boots on the ground”, l’intervento con truppe di terra, non è mai stato preso in considerazione.

 

Sulla Libia è in corso uno sforzo diplomatico parallelo per mettere d’accordo i due governi, e poi chiedere all’ipotetico governo di unità nazionale che dovesse uscire dall’accordo di dare una mano sul dossier immigrazione. Al momento, questa seconda pista diplomatica sembra così remota nel futuro da sembrare fantascienza.

 

[**Video_box_2**]La doppia linea di comunicazione

 

A dispetto del fatto che si tratta del piano contro il traffico di persone più duro mai proposto fino a oggi in Europa – e sarà a comando italiano – Mogherini sta usando una doppia linea di comunicazione con dichiarazioni molto impegnative e comprensive nei confronti delle persone che arrivano in Europa. “Bombardare gli scafisti” è stata in un primo momento una proposta della destra populista. Il piano dell’Ue prende in considerazione l’idea, ma avverte anche, per bocca di Mogherini, che la priorità di tutta l’operazione è salvare vite umane e che “lasciatemi assicurare esplicitamente che nessun rifugiato o emigrante intercettato in mare verrà respinto contro la sua volontà”. Quest’ultima dichiarazione suona naturalmente come un messaggio incoraggiante per chi intende muoversi verso l’Europa, assomiglia a un editoriale recente del new York Times che proponeva “frontiere aperte e fatela finita” e attenua le critiche da sinistra. Insomma,  la sintesi è: affonderemo le barche ma non manderemo indietro nessuno. L’altra metà di questa doppia linea di comunicazione è quella rivolta ai governi: Mogherini parla di immigrazione come di una “crisi urgente di sicurezza”, perché i trafficanti e i loro affari sono legati al terrorismo. Il messaggio in questo caso è: investire sull’immigrazione è investire contro il rischio – per esempio – di attacchi jihadisti.

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  • Daniele Raineri
  • Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione. Segui la pagina Facebook (https://www.facebook.com/news.danieleraineri/)