Così nasce l'altra élite

“Per capire se il budino è buono bisogna assaggiarlo”. Il metodo cristiano spiegato da Thornbury, prof. hipster che corteggia New York dal The King’s College.

26 Aprile 2015 alle 06:18

Così nasce l'altra élite

“Qualcuno ha detto ‘ehi, non sapevo che avessero messo Harry Potter alla presidenza’, e la cosa mi ha fatto molto ridere, è noioso prendersi troppo sul serio” (foto: The King's College, 2014)

Non si capisce se scherza quando dice che fra gli evangelici come lui la regola non scritta è di costruire scuole e università ad almeno cento miglia di distanza dal primo peccato. Con ampio gesto del braccio indica i due lati vetrati dell’ufficio al quindicesimo piano che si affacciano su Broadway, a due passi da Wall Street, una posizione che altrove dominerebbe ma qui è dominata da grattacieli più alti, da istituzioni più potenti, e non lo fa per esibire il suo forziere, piuttosto per illustrare la vocazione a stare a stretto contatto con il peccato, nell’angolo di terra in cui, da qualche parte, senz’altro vive il principe di questo mondo. Cento miglia dal primo peccato? Figurarsi. Piuttosto un ospedale da campo, anche se molto chic. Gregory Alan Thornbury è il presidente di The King’s College, una boutique universitaria d’ispirazione cristiana che forma e sforna l’élite conservatrice, ambientazione forbita dove lo spirito di Dietrich Bonhoeffer e quello di Ronald Reagan aleggiano a braccetto. Il college è stato fondato nel 1938 da un televangelista ante litteram di nome Percy Crawford, con sede nel New Jersey, e nei decenni ha vissuto momenti di gloria e di sconforto, fino alla bancarotta del 1994, affogata in 25 milioni di dollari di debiti. Il college è risorto sotto diversi auspici grazie ai fondi del mecenatismo cristiano, spostandosi mano a mano dalla periferia al centro della città; che poi, nei termini esistenziali di Francesco, è in realtà un passaggio dal centro alla periferia, ché una mentalità tradizionale infarinata di cristianesimo civile nell’America suburbana tutto sommato sopravvive. All’ombra della Freedom Tower, nel rumoroso cuore del mondo, si rincorre più che altro una transitoria gloria mundi. Di fronte al culto secolarizzato delle illusioni, il cristianesimo in America – con sfumature diverse a seconda della confessione e dell’inflessione – si è trovato di fronte a uno dei cruciali bivi della modernità: ritirarsi o avanzare? In termini meno militareschi: costruire muri per difendersi dalle intrusioni mefistofeliche del secolo, ripiegare negli spazi aperti del continente dove ciascuno fa un po’ come gli pare per diritto costituzionale, oppure stare dentro il dancefloor della società a ballare la musica del mondo ma con la coscienza di non essere del mondo? Thornbury è un irriducibile rappresentante della seconda scuola. “Gli apostoli erano interessati ai centri finanziari e culturali quando andavano in giro a predicare”, il ritiro nella Gerusalemme celeste può attendere, anche se è qualcosa di simile che avevano in mente i Padri Pellegrini quando sono sbarcati nel Massachusetts.

 

Non è un eremita né un militante dell’home schooling, è un tipo di cristiano eccentrico che sulla scrivania tiene il Mac e una serie di icone russe, stile californiano-bizantino. Poche cose lo esaltano come la “zuppa pluralistica” di New York, la “capitale del pianeta terra”, come l’ha definita Giovanni Paolo II (qui strizza ecumenicamente l’occhio all’interlocutore italiano, cioè cattolico) la città degli immigrati per antonomasia, e fondamentalmente è esaltato perché in un posto del genere “è impossibile indottrinare le persone”. Puoi “insegnare come pensare ma non cosa pensare”, puoi proporre un paolino “vagliate tutto e trattenete ciò che vale”, puoi condurre e mostrare con l’esempio, ma non puoi manipolare, se non altro perché là fuori c’è chi manipola con argomenti molto più convincenti dei tuoi. Si propone una via, un modo di vita, e si vede se passa il test del mondo. “Non vogliamo convincere nessuno, più semplicemente quando getti i cristiani nel mercato tendono a brillare”, dice. Come tutti gli eruditi sa mischiare con naturalezza il registro colto e quello popolare, e postulando l’idea dell’auto-autenticazione, qualunque cosa voglia dire, conclude con rigore che “the proof of the pudding is in the eating”, per capire se il budino è buono non serve un manuale di cucina, bisogna assaggiare. Che come sintesi del metodo cristiano non è male. “La cosa più bella del cristianesimo è la sua infinita traducibilità, la capacità di trascendere tempi e culture ma attraversandoli, non aggirandoli. L’ideologia non ha questa flessibilità, è sempre legata a un contesto, a un linguaggio, quindi è limitata, e le cose limitate sono insoddisfacenti per l’uomo”. Al The King’s College gli studenti scelgono percorsi in scienze politiche, finanza, giornalismo e business management, un’impostazione flessibile e interdisciplinare ma rigorosamente fondata sui classici del pensiero occidentale, eccezione nel panorama delle università umanistiche dominate dal brodo ideologico foucultiano e dalle conseguenze della chiusura della mente americana, secondo la formula di Allan Bloom. I dipartimenti controculturali – non nel senso di Berkeley – non mancano ma hanno la tendenza a essere remoti e insulari, tanto in senso geografico quanto in senso culturale.

 

Thornbury è un giovane uomo d’altri tempi. Ha quarantacinque anni ma potrebbe averne dieci di meno, se si giudica dalla pelle del viso spigoloso e ben rasato, oppure dieci di più se ci si fissa sulla giacca all’inglese perfettamente tagliata su misura, la pochette, il colletto arrotondato della camicia, il papillon annodato con ricercata imperfezione, gli occhiali tondi, i pantaloni a sigaretta, dettagli che danno autorevolezza e mettono voglia di dibattere sull’opportunità della revers a lancia o sulla superiorità del cotone egiziano. Appare come un incrocio fra Tom Wolfe e Jep Gambardella che però ha studiato dai menoniti, s’è addottorato in teologia in un seminario del Kentucky e ha avuto la sua dose di tribolazioni con la fede – persa poi ritrovata durante il college. Quando può si riunisce con il gruppo rockabilly in cui suona la chitarra e ha una passione per il design e la moda. La prima cosa che ha fatto quando nel 2013 è stato nominato alla guida del The King’s College è stato chiamare la sua fashion designer di fiducia da Billy Reid, lo stilista southern: qui urge un abito gessato, le ha detto. E gessato fu, navy con riga bianca spessa che sembra scelto dalla costumista di Mad Men, roba che sul 95 per cento dei maschi occidentali sarebbe affettazione o barzelletta, sul restante cinque è classe cristallina. Thornbury è in quel cinque per cento, se non si fosse capito. Esiste un’estetica codificata del dandy cristiano di tipo conservatore e liberista, riassunta un po’ semplicisticamente nella primazia del papillon sulla cravatta. Si trovano esemplari di questo dandysmo nella parte più intellettuale del cattolicesimo newyorchese, dalla bizantineggiante Church of our Saviour, su Park Avenue, alla redazione di First Things fino al dipartimento di filosofia di Princeton, dove vive una ridotta di studenti cattolici con velleità d’erudizione. Tra gli evangelici non è così comune, almeno non più. Non è raro, perciò, confonderli con hipster altolocati e secolarizzati, e l’American Spectator ha salutato l’arrivo di Thornbury a New York proprio così: “Il primo presidente hipster di un’università”, definizione che lo fa sorridere ma che accetta come un complimento: “Qualcuno ha detto anche ‘ehi, non sapevo che avessero messo Harry Potter alla presidenza’, e la cosa mi ha fatto molto ridere, è noioso prendersi troppo sul serio”, racconta. Lui, sia detto per chiarezza, qualcosa dell’hipster ce l’ha (anche dell’Harry Potter, ma meno). Del rockabilly si è detto, ma quando racconta delle installazioni con il musicista-artista Daniel Johnston, delle collaborazioni con Black Francis dei Pixies, uno che è stato iniziato alla musica dal padre del christian rock, Larry Norman, del quale non a caso Thornbury sta scrivendo una biografia, dell’amicizia con i Modest Mouse, oppure del concerto per ukulele che ha fatto qualche sera prima per gli studenti, ecco, ci si ritrova a metà fra la pop culture e la mistica, regioni che non si pensavano confinanti. Eccentrico e perfettamente centrato, ha sposato Kimberly, la sua college sweetheart, che ora è vicepresidente del college e si occupa di marketing e comunicazione, hanno due figlie e vivono a Manhattan, non lontano dal palazzo su Broadway che ospita l’università.

 

E’ il tipo da cui ti aspetti una citazione paradossale di Borges, e infatti la citazione arriva, quando il discorso finisce sugli unicorni, ma poi si passa a Chesterton (altra strizzata d’occhio) quando gli viene chiesto cosa significa essere conservatori: “E’ la democrazia dei morti. Cioè il senso di una tradizione che ci precede e che si espone continuamente al giudizio del presente, il senso di una scuola come questa, unica nel suo genere, è di verificare se la tradizione regge allo scrutinio del mondo”. La citazione che non ti aspetti è quella di Slavoj Zizek che, a sua volta citando Sloterdijk, supera la classica definizione di ideologia di Marx: “Sanno benissimo quello che fanno, e continuano ugualmente a farlo”: “In questo senso, nell’educazione possiamo proporre una visione convincente, ma è intimamente contrario al nostro spirito l’idea di offrire un’ideologia uguale a contraria a quella che si trova là fuori”.

 

[**Video_box_2**]E’ artista, ma non potrebbe che essere animale politico, sebbene in modo molto diverso dal suo predecessore, Dinesh D’Souza, intellettuale di origini indiane e buone letture ma anche polemista rumoroso della destra che spara nel mucchio, allontanato dal The King’s College perché aveva passato una notte in albergo a spese del college con una donna che non era sua moglie. Poi D’Souza ha avuto anche qualche guaio più serio con la legge, storie di finanziamenti elettorali irregolari, ma non ha mai smesso di tirare scudisciate a Barack Obama e a tutto ciò che rappresenta. Non che Thornbury vada tanto per il sottile con il presidente, ma è interessato più alle idee che alle polemiche da trivio, e così dice che “il libero mercato e lo stato ridotto al minimo creano opportunità e prosperità”, elogia la self-governance e i padri fondatori (“Hamilton, John Jay e Washington vivevano tutti da queste parti”, agita l’indice in varie direzioni), bastona con eleganza l’Obamacare e fa l’elogio sperticato di Uber e del capitalismo di ultima generazione che esprime il contrario del messianismo statalista sui cui si regge la tradizione progressista: “Basta, non ne possiamo più delle promesse di una salvezza politica, del tono di redenzione con cui presentano l’ennesimo programma ideologico, ma che si finge neutrale, regolato a livello centrale. Vinceremo nel mercato delle idee con proposte più fresche e una sana dose di cinismo. Per la fede si vedrà. Pascal diceva sempre che ci vuole tempo, ma alla fine tutti si accorgono che il puro materialismo è noioso”. Gentilmente rifiuta l’etichetta di “libertario”, che mal si concilia con un’antropologia cristiana: “Preferisco chiamarlo liberalismo classico”, dice, svelando – ma non ce n’era bisogno – una passione per il vocabolario e l’inflessione britannica.

 

Un college di arti liberali a New York, ma con impostazione cristiana, era il sogno del teologo Carl Ferdinand Howard Henry, forse il personaggio che più ha influenzato Thornbury. Ne ha scritto e parlato per tutta la vita di questa specie di cittadella del sapere eretta non oltre le mura della capitale dell’impero, ma all’interno della cerchia del sapere mondano. Era uno spirito battagliero e orientato all’engagement, non un tribalista. L’unica monografia che Thornbury ha scritto è dedicata a lui, per la precisione all’applicazione del suo pensiero nei canoni della vita contemporanea. Dice che addirittura Henry l’ha salvato, nel senso che a lui deve la fede. Negli anni dell’università, da studente di filosofia preoccupato innanzitutto della conoscibilità della verità (“e se è conoscibile, come faccio a sapere di conoscerla davvero?”), s’è insinuato in lui un sulfureo dubbio intorno alla credibilità del racconto dei Vangeli, una storia spiritualmente interessante e anche convincente, edificante in termini morali o prescrittivi, specialmente per il figlio di un pastore battista della Pennsylvania, ma ci si poteva davvero credere? Secondo la formula di Dostoevskij: “Un uomo colto, un europeo dei nostri giorni, può credere, credere proprio, alla divinità del figlio di Dio, Gesù Cristo?”. Non ne era più tanto sicuro, e leggendo Henry nel suo momento d’ispirazione – lo chiama “il mio tolle lege” – ha capito che quel teologo aveva qualche risposta alle sue domande. La prima frase dei volumi di “God, Revelation, and Authority” sui cui gli è caduto l’occhio è questa: “Nessun fatto nella vita contemporanea in occidente è più evidente della crescente sfiducia in una verità definitiva e il suo implacabile mettere in discussione qualunque parola sicura”. Anche lui era vittima dell’atteggiamento più evidente e pervasivo della vita contemporanea, lo scetticismo eretto a metodo e postura standard. Questo teologo evangelico “con una mente titanica e una penna da giornalista” l’ha riportato all’ovile che era stato per un attimo perso di vista, ma non ha fatto di lui una specie di venditore di Bibbie porta a porta da romanzo di Flannery O’Connor, piuttosto un fomentatore di dialoghi e cenacoli in mezzo alla buriana newyorchese, un intellettuale d’altri tempi per questi tempi, un tipo cristiano di pasta analoga, si parva licet, a quella dei C. S. Lewis e Tolkien che vegliano sul suo ufficio, immobilizzati in due vecchie litografie.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi