Sistemi missilistici cinesi

Chi insegue Washington nel risiko delle armi. Asia arrembante

Pietro Romano
Il mondo frena. L’occidente arretra. L’Italia sprofonda. Mentre Asia-Pacifico e medio oriente fanno il pieno. E’ questo, in estrema sintesi, il quadro della spesa mondiale per gli armament.

Roma. Il mondo frena. L’occidente arretra. L’Italia sprofonda. Mentre Asia-Pacifico e medio oriente fanno il pieno. E’ questo, in estrema sintesi, il quadro della spesa mondiale per gli armamenti che scaturisce dall’annuale “Trends in World Military Expenditure”, la radiografia realizzata dal Sipri, centro studi con sede a Stoccolma considerato, con l’anglo-americano Ihs Jane’s,  il più attendibile al mondo del settore. Nel 2014 la spesa globale militare nei 172 paesi monitorati è ammontata a 1.776 miliardi di dollari, pari al 2,3 per cento del prodotto interno lordo mondiale. Per il terzo anno consecutivo il dato è in calo: dello 0,4 rispetto al 2013 e dell’1,7 in confronto al picco raggiunto nel 2011.

 

In termini reali, però, il livello è superiore a quello raggiunto negli anni Ottanta, gli ultimi sprazzi di guerra fredda. Gli Stati Uniti rimangono di gran lunga in testa alla classifica, con oltre 610 miliardi di dollari, pari al 3,5 per cento del pil. Ma, in un anno, la spesa militare di Washington è diminuita del 6,5 per cento, principalmente a causa delle misure per tenere sotto controllo il deficit. Rispetto al record raggiunto nel 2010 la caduta in termini reali è addirittura del 19,8 per cento. Seguono gli Usa, a lunga distanza, Cina, Russia e Arabia Saudita. Complessivamente la spesa di questi tre paesi, nonostante la corsa dell’ultimo decennio, non arriva al 60 per cento di quella americana, ma è la crescita relativa a impressionare. Nel 2014 Pechino ha speso 216 miliardi, segnando in 12 mesi un  più 9,7 per cento. L’incremento di Mosca è stato pari all’8,1 per cento per arrivare a 84,5 miliardi. E l’aumento di Ryad ha toccato il 17,1 per cento per giungere a una spesa complessiva di 80,8 miliardi, marcando la crescita relativa più elevata tra i 15 “top spender”. In dieci anni, l’incremento relativo è stato del 167 per cento per la Cina, del 97 per la Russia e del 112 per l’Arabia Saudita. Per quest’anno, gli analisti prevedono  che il tonfo dei prezzi petroliferi possa arrestare la galoppata di Mosca e Ryad. Ma questo rallentamento non è ancora suffragato dai numeri e la Russia ha già annunciato per il 2015 una crescita del 15 per cento. In un anno, sostanzialmente, il posizionamento in classifica dei primi 15 paesi al mondo per bilancio militare è rimasto immutato, tranne che per due scambi: l’India ha tolto la settima posizione al Giappone (scivolato a sua volta al nono posto) e il Brasile ha strappato l’11esima piazza all’Italia, ora 12esima. Tutta l’Europa arretra, anche se la Francia rimane quinta (62,3 miliardi), il Regno Unito sesto (60,5 miliardi) e la Germania ottava (46,5 miliardi), ma scontando cali marginali rispetto al 2013 e a dieci anni fa. A precipitare è solo l’Italia. Il nostro paese ha perso cinque posizioni in dieci anni, anche se nel 2005 veniva già da tre anni di tagli. Nel 2014 la spesa globale italiana per la difesa è scivolata a 30,9 miliardi, segnando un calo dell’8,8 per cento sull’anno precedente. Ma quest’onda lunga arriva da lontano. La diminuzione a consuntivo è stata addirittura del 27 per cento in dieci anni molto sproporzionata rispetto al calo del pil e di gran lunga la peggiore tra i 15 “top spender”: al secondo posto c’è il Regno Unito, ma il taglio di Londra, pur doloroso, si è fermato al 5,5 per cento. Nella spesa militare emergono anche alcune tendenze. La crescita maggiore è stata in aree belliche o ad alta tensione, come il medio oriente, l’Africa, l’Asia-Pacifico.

 

[**Video_box_2**]Ma questo trend è stato reso possibile anche dal rialzo delle materie prime. Cina a parte, negli ultimi dieci anni la crescita è stata guidata dai paesi produttori di petrolio e gas: Emirati Arabi Uniti (135 per cento), Arabia Saudita (112), Algeria (raddoppiata), Angola (triplicata). Un incremento significativo lo ha segnato anche l’Australia, 13esima tra i “top spender” con 25,4 miliardi e un più 29 per cento sul 2005. Ora il mercato attende i possibili contraccolpi del raffreddamento di questi corsi. Quanto ai paesi che spendono più del 4 per cento del pil, venti in tutto, il medio oriente è il più rappresentato, con nove stati. E sono solo tre su venti le democrazie (Israele, Libano e Namibia) mentre il resto si dividono tra autocrazie e due paesi tecnicamente “falliti”: Libia e sud Sudan.

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