Gli euro riluttanti oltre la cortina

La destra conservatrice insidia l'espansione dell'euroblocco a Est. Andrzej Duda, il candidato del partito alle presidenziali del 10 maggio, ha inaugurato qualche giorno fa il Bronko Mark€t, un supermercato che vende, ma ha funzione comparativa, dove ogni prodotto ha due prezzi, quello corrente e quello, più alto, che verrebbe applicato se la Polonia entrasse nell’Eurozona.

10 Aprile 2015 alle 17:17

Gli euro riluttanti oltre la cortina

Andrzej Duda

Tra la stazione centrale e la Vistola, nell’area di Varsavia più vocata alla finanza e al commercio: lì Andrzej Duda, candidato della destra conservatrice alle presidenziali del 10 maggio, ha inaugurato qualche giorno fa il Bronko Mark€t. È un supermercato, ma le merci esposte non sono in vendita. La loro funzione è comparativa. Ogni prodotto ha due prezzi, quello corrente e quello, più alto, che verrebbe applicato se la Polonia entrasse nell’Eurozona. In questo modo Duda, che milita nel partito Diritto e giustizia, vuole convincere i polacchi che se venisse rieletto Bronislaw Komorowski (il termine Bronko fonde nome e cognome del capo di stato) il paese aderirebbe all’euro, con ricadute negative sul portafoglio della gente.

 

Komorowski dovrebbe restare a palazzo ma rischia di andare al ballottaggio. Impensabile, fino a due mesi fa. Il fattore monetario è certamente una delle fonti della rimonta di Duda, che in questo senso non ha dovuto inventare nulla. Al momento la maggioranza dei cittadini, come quella delle piccole e medie imprese, non vuole cambiare valuta. A ogni modo né Komorowski, né il primo ministro Ewa Kopacz, attesa alla prova delle parlamentari di ottobre, hanno fretta di abbandonare lo zloty. Temporeggiano, si mostrano cauti, frenano. Ma tant’è. 

 

Per quanto strumentalizzato, il tema è serio. La Polonia, come tutti gli altri paesi un tempo situati oltre la linea della vecchia cortina di ferro, ma ormai membri a pieno titolo da qualche anno dell’Ue, ha l’obbligo di entrare nell’Eurozona. Slovenia, Slovacchia e repubbliche baltiche l’hanno già fatto. Sono economie piccole ed elastiche. La transizione monetaria non ha generato contraccolpi ingestibili. Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Bulgaria e Romania hanno stazze economiche e demografiche maggiori, dunque la manovra d’avvicinamento è più lenta.

 

Uno scatto potrebbe arrivare dalla Repubblica Ceca, la seconda economia della regione. Fino a qualche tempo fa si registrava un atteggiamento ostile verso l’euro e in parte nei confronti dell’Ue in quanto tale, fomentato soprattutto da Vaclav Klaus, storico esponente del conservatorismo ceco. È stato capo dello stato dal 2003 al 2013. Il suo pensiero è condensato in un suo editoriale diffuso nel 2010 dal Financial Times. "Nonostante le mie riserve, siamo dovuti entrare nell’Ue. Ma al tempo stesso dobbiamo batterci contro progetti come quello dell’euro", scrisse Klaus, definendo la moneta unica come ostacolo alla legittimità democratica dell’Ue.

 

Adesso la musica è cambiata. Il nuovo presidente, Milos Zeman, uomo di sinistra, spesso accusato di eccessi populisti, è favorevole all’euro. Come il primo ministro socialdemocratico Bohuslav Sobotka. Pare che i due vogliano convocare una tavola rotonda sull’ingresso nell’Eurozona, senza forzare tuttavia sui tempi. Riscontrano però l’opposizione di Andrzej Babis, l’oligarca che siede al ministero delle finanze, come quella dei cittadini, schierati come i polacchi contro l’euro. In compenso hanno dalla loro la Skoda, prima realtà industriale del paese. Nel 2014 ha ottenuto il miglior risultato nei suoi 190 anni di storia. Per i vertici della casata, controllata dalla Volkswagen, il passaggio dalla corona all’euro darebbe stabilità, riducendo i rischi legati al cambio. Lo dicono in virtù del fatto che il 95 per cento dei profitti è legato alle esportazioni, con i mercati dell’Eurozona a fare da pilastro. In sostanza, l’ancoraggio a una moneta forte presenterebbe vantaggi maggiori rispetto a quelli garantiti dalla possibilità di giocare sulla svalutazione.

 

Questo in teoria varrebbe anche per il paese. Il pil della Repubblica Ceca, come quello di Polonia, Romania, Bulgaria e Ungheria, dipende fortemente dall’export verso la “vecchia” Europa, in larga misura assicurato dagli investitori di questo stesso emisfero continentale. La traiettoria conduce all’euro, insomma. Tutti però comprano tempo. Prima c’era l’alibi della crisi, adesso s’attende la fine della partita greca. In mezzo ci sono i sondaggi, non troppo rassicuranti. L’unico paese che ha fissato una data sull’adesione è la Romania: 2019. Da qui ai prossimi quattro anni, bene che vada, l’Eurozona non si allargherà. Questa, almeno, è una certezza.

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